'/y A ,7^^ ^ /-.' -'^. "^ rkv^WilEiS ii^aUwifi f^'i/^ A! ,f\ rv lìhxnxì) of iht Museitm OF COMPARATIVE ZOOLOGY, AT HARVARD COLLEGE, CAMBRIDGE, MASS. tL . 177 . 2 » oben .. 86 .. 85 .. 185 . 20 » oben » delle codale » della dorsale » 338 . 9 .. unten .. 15 .. 12 >. 418 . 11 » unten ., Redution ' Reduction » 419 . 1 .. oben ., 5 .. 6 » 427 ) 1 » oben .. 6 .. 7 .. 434 . 1 « unten M 388 » 338 Ricerche sul canale digerente delle larve dei Lamelli- corni fitofagi del Dott. P. Mingazzini. Con le tavole 1 — 4. Le prime ricerche sull' anatomia del canale digerente delle larve dei Lamellicorni fitofagi sono state fatte dallo Swammerdami. Questo autore descrisse minutamente la forma dell' intestino della larva di Oryctes nasicQrnis e nominò le varie parti di cui si compone. Chiamò esofago la prima parte sottile e corta del canale digerente, che dalla bocca conduce allo stomaco. Divise lo stomaco o ventri- colo in tre diverse parti: anteriore, media e posteriore, notando le varie forme dei cechi glandolari o tubuli che vi si aprono. Distinse col nome di piloro l'estremo posteriore del ventricolo, e denominò intestino tenue il tratto intestinale che parte da questo punto e ter- mina nella parte dilatata dell' intestino, che viene ora chiamata sacco. Al sacco dette il nome di crasso e l'ultima parte dell' intestino che parte dal crasso e va a terminarsi all' ano, la chiamò retto. Fece inoltre il paragone tra l'intestino della larva e quello della ninfa, notando i mutamenti di forma che esso subisce in quest' ultimo stadio. In seguito Ramdohr2 estese le conoscenze sull' anatomia dell' in- testino di queste larve, descrivendolo nelF Oryctes nasicornis^ nella ' Jan Swammerdam, Bijbel der Nature, Leyden 1737. Voi. 1. pag. 313. Voi. 2. tav. 27 figg. 11 e 12. 2 A. Ramdohr, Abhandlung über die Verdauungswerkzeuge der Insecten. Halle 1811. pag. 121—128. tav. 7 fig. 2 e 3, tav. 8 fig. 3. Mittheilungen a. d. Zoolog. Station zu Neapel. Bd. 9. 1 2 P. Mingazzini Meloloniha e nella Cetonia aurata. Questo autore non modificò punto la nomenclatura delle varie parti del tubo digerente già adottata dallo SWAMMEKDAM. Marcel De Serres* descrisse pure l'intestino delle larve di Oryctes nasicornis ^ di Melolontha vulgaris e 31. villosa. Egli però non usò la nomenclatura adottata dai precedenti autori ed i nomi che dette alle differenti parti non sono per nulla adatti, nel senso che si dà loro nei Vertebrati, alle funzioni che compiono. Ai cechi glandolari che sboccano nel mesenteron dette il nome di vasi epa- tici; chiamò gozzo (gésier) la parte anteriore, dilatata, dell' inte- stino tenue e nominò duodeno o ceco il sacco. Inoltre egli ammise l'esistenza di tre valvole : una fra l'esofago e lo stomaco, l'altra fra lo stomaco ed il gozzo, e la terza fra il duodeno ed il retto. Il maggior contributo intorno all' anatomia comparata delle larve di Lamellicorni fitofagi è stato portato dal De Haan 2. Egli descrisse e figurò con molta precisione gli intestini delle larve di Oryctes na- sicornis.1 Scarahaeus gideon^ Cetonia aurata., C. aeìiea^ Polyphylla fililo, Gnorimus nohilis ed Hoplia^T). Divise lo stomodaeum in due diverse parti: una anteriore, assai ristretta, che chiamò esofago, l'altra posteriore, dilatata, a cui dette il nome di ingluvie (jabot) . Il sacco lo chiamò colon. Leon Dufour^ illustrò nuovamente l'anatomia del canale dige- stivo della larva di Cetonia aurata. Anche egli per lo stomodaeum seguì la divisione e la nomenclatura adottata dal De Haan. Chiamò assai impropriamente la valvola tra lo stomodaeum ed il mesenteron col nome di valvola pilorica ed i cechi dello stomaco li denominò borse ventricolari ; tra il mesenteron ed il proctodaeum descrisse una altra valvola chiamandola valvola ileo-cecale, ed al sacco dette il nome di ceco. Delle nozioni assai precise intorno all' anatomia, istiologia e fisiologia dello stomodaeum e mesenteron della larva di Oryctes 1 Marcel De Serres, Observations sur les usages des diverses parties du tube intestinal des Insectes. in: Ann. Mus. H.N. Paris Voi. 20. 1813. pag. 94 — 100. tav. 14—16. - W. De Haan, Mémoires sur les métamorphoses des Coléoptères. l^r Me- moire. Les Lamellicornes. in: Nouv. Ann. Mus. H.N. Paris Voi. 4. 1835. pag. 153 —161. tav. 10—19. 3 LEON DuFOUR, Histoire comparative des métamorphoses et de l'anatomie des Cetonia aurata et Dorcus paralhlopipedus. in: Ann. Se. N. Paris (2) Voi. 18. 1812. pag. 174—178. tav. 4 fig. 8. Ricerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicorni fitofagi. 3 nasicornis furono date dal Sirodot^ Egli constatò la mancanza di glandolo salivari libere nell' esofago. Divise lo stomaco in due parti: una anteriore, l'altra posteriore, separate fra loro dalla fila media delle glandole tubulari. Studiò la conformazione esterna di queste parti e fece notare le differenze anatomiche ed istiologiche fra il primo ed il secondo segmento dello stomaco. Al SiMROTH^ dobbiamo una descrizione assai completa tanto anatomica, quanto istiologica del canale intestinale della larva di Osmoderma eremita. L'intestino di questa specie ha una grande somiglianza con quello della Cetonia e dell' Oryctes. Il mesenteron ha tre file di cechi, una anteriore, una media ed una posteriore. Nel segmento intermedio lungo la linea mediana ventrale ha un solco, analogo a quello della larva di Oryctes. Egli dette il nome di sacco alla parte media assai dilatata del proctodaeum. Le ricerche istiologiche furono poi fatte con metodo comparato dal Van Lidth de Jeude^ nell' intestino delle larve di Oryctes na- sicornis^ Cetonia aurata e Melolontha vulgaris. Egli non variò affatto la nomenclatura già stabilita dal Simroth. Da ultimo il Wertheimer*, in una nota assai succinta, dava un cenno anatomico ed istiologico del tubo digerente dell' Oryctes nasi- cornis, comparando quello della larva con quello dell' insetto perfetto. Agli autori sopra notati, che sono stati quelli che principalmente hanno contribuito a far conoscere l'anatomia delle larve di questi insetti, ne vanno aggiunti altri che non ne fecero oggetto di studi speciali. Cosi l'intestino della larva di Oryctes nasicornis fu descritto anche dal Rösel von Rosenhoff, dal Cuvier, Gaede e Burmeister. Nello studio del mesenteron degli insetti, Frenzel, si occupò anche dell' epitelio delle larve dei Lamellicorni. Plateau infine, in questi ultimi anni, contribuì a far conoscere la fisiologia della digestione degli insetti e studiò la reazione del succo digestivo della larva di Oryctes nasicornis. 1 S. SiRODOT, Recherches sur les sécrétions chez les insectes. ibid. (4) Vol. 10. 1858. pag. 161—170. tav. 9—20. 2 H. Simroth, Über den Darmcanal der Larve von Osmoderma eremita mit seinen Anhängen, in: Zeit. Gesammt. Naturw. Halle 51. Bd. 1878. pag. 493 — 518. tav. 16—18. 3 Th. van Lidth dk Jeude, De spijsverteringsorganen der phytophage Lamellicornienlarven. Utrecht 1882. 52 pgg. 1 tav. * L. Wertheimer, Sur la structure du tube digestif de \ Oryctes nasicornis. in: C. R. Soc. Biol. Paris (8) Tome 4. 1887. pag. 531—535. 1* 4 P. Mingazzini Forma esterna dell' intestino delle larve dei Lamellicorni. Le mie ricerche, cominciate nel laboratorio di Anatomia Compa- rata della R. Università di Roma e terminate nella Stazione Zoolo- gica di Napoli, sono state eseguite sulF intestino di larve adulte di Oryctes nastcorms, Phyllognathus silenus, Cetonia aurata ^ Anomala e Tr opinata. Da quanto risulta dalle notizie precedenti, solo su due delle cinque larve da me studiate erano state fatte delle ricerche; delle altre nessuno si era occupato. Non ostante le numerose figure e descrizioni fatte dell' intestino delle larve già conosciute, ho visto la necessità di ridarne le descrizioni, perchè tutte le precedenti mi sono sembrate imperfette. Sì nelle ricerche anatomiche, che nelle istiolo- giche ho scelto sempre per tipo l'intestino della larva di Oryctes., perchè essa è più facile ad esser trovata ed anche perchè le parti- colarità che sono appena accennate in altre larve sono in essa meglio sviluppate. Intestino della larva di Oryctes. La forma esterna dell' intestino rivela subito che esso è costi- tuito da parti differenti destinate a funzioni assai complesse. La prima parte (tav. 1 fig. 1 a) stretta e cilindrica, denominata eso- fago (stomodaeum), si apre nella bocca e dopo un breve decorso va a terminarsi nella faccia anteriore del mesenteron. Verso la sua terminazione forma una leggiera dilatazione a cui gli autori francesi hanno dato un nome speciale: il gozzo (jabot). In essa non ve- donsi sboccare glandole salivari di sorta. Il mesenteron o stomaco (fig. 1 6, e, d) ha la forma di un grosso cilindro di diametro assai notevole e quasi uguale in tutto il suo de- corso; esso non è diritto, ma presenta una curvatura, per la quale, mentre il lato dorsale è convesso, il ventrale è concavo. Sebbene il SiRODOT lo consideri formato da due divisioni naturali, io credo che esso possa essere più comodamente diviso in tre segmenti', ciascuno dei quali è separato dall' altro per una fila trasversa di cechi. Il primo (fig. l è), lungo circa la metà del secondo, si distingue dagli altri per avere la parete laterale assai ricca di pieghe trasversali, le quali prendono origine specialmente dai fasci muscolari trasversi. Esso è limitato anteriormente da una parete * Una simile divisioue è stata adottata anche dal Simroth per l'intestino di Osmoderma. Ricerche sul canale digerente dello larve dei Lamellicorni fitofagi. 5 circolare, nel centro della quale sbocca l'esofago. Nello spigolo d'in- contro della parete anteriore colla laterale, stanno molti piccoli cechi, di un colore diverso dagli altri e che sono incurvati verso la parete anteriore. Questi cechi sono disposti in due ordini; quelli dell" ordine posteriore sono di lunghezza maggiore di quelli dell' an- teriore e li ricoprono perciò intieramente; anche la forma loro è di- versa a seconda dell' ordine a cui appartengono, inoltre quelli di uno stesso ordine variano pure secondo che stanno sulla parte dorsale ventrale del mesenteron. — I cechi dell' ordine anteriore non hanno una parete liscia, ma tutta mammellonata , quelli della posteriore invece hanno la parte basilare ordinariamente liscia, ma l'estremità superiore è ricurva e terminata da alcuni mammelloni. Nella parte mediana inferiore i cechi non sono disposti su due or- dini, ma vi si trovano due o tre tubuli cecali, che per la forma e pel colore differiscono dagli altri e somigliano a quelli della fila media e posteriore. — Sulla superficie dorsale della parete del primo segmento e precisamente verso il terzo posteriore, ai due lati del fascio dorsale trovansi due piccole eminenze mammellonari. Ru- dimenti di piccoli cechi di forma digitata si trovano anche nella su- perficie ventrale verso il terzo anteriore, ai due lati del fascio me- diano ventrale. Il secondo segmento (fig. 1 e), da me considerato, è compreso tra la fila media di cechi e la posteriore. La sua parete è intiera- mente liscia. Come avviene per i cechi della prima fila, anche quelli della fila media sono disposti simmetricamente ad un piano mediano. La parete esterna dei cechi della fila media è liscia; con una lente d'ingrandimento tutt' al più si vedono come dei solchi longitudinali, formati dalle fibre muscolari longitudinali dei detti cechi. La loro lunghezza e grossezza è maggiore di quella dei cechi anteriori; sono cilindrici, conici all' apice ed aderenti alla parete del mesenteron ed hanno la punta volta posteriormente. Non sono tutti di uguale lunghezza ed i maggiori sono quelli che stanno sulla faccia ventrale mentre i minori stanno sulla faccia dorsale. Fra il fascio longitudinale dorsale ed il fascio laterale ve ne stanno cinque, presso a poco eguali; sono invece assai diseguali quelli compresi tra il fascio laterale ed il solco ventrale mediano, che sono in nu- mero di sei, cosicché l'intiera fila ha ventidue cechi. Il più piccolo tra essi è quello vicino al solco ventrale, gli altri sono molto maggiori ed il più grande è il quarto a partire da quello adiacente al solco. Questi cechi non sono inseriti su un piano perpendicolare all' asse 6 P. Mingazzini maggiore dell' animale, ma su un piano inclinato anteriormente dalla parte dorsale, posteriormente dalla ventrale. Una inclinazione in- versa ha il piano d'inserzione dei cechi della fila posteriore, sicché la superficie dorsale del secondo eegmento è notevolmente maggiore di quella ventrale. Ciò che caratterizza questo secondo segmento, è una particolarità che la sua parete presenta nella faccia mediana ventrale. Per tutta la lunghezza del secondo segmento si nota, nella linea mediana, una serie di ripiegamenti trasversali, tutti eguali tra loro in larghezza. Il fascio longitudinale ventrale non segue la curva dello intestino, ma corre rettilineo e si può considerare come la corda dell' arco da esso formato e si riattacca poscia alla parete del mesenteron sul prin- cipio del terzo segmento; esso si connette al disotto dei ripiegamenti, mercè una serie di piccoli fasci muscolari e connetti vali. — Anche i cechi della fila posteriore non sono tutti eguali in lunghezza, anzi è in essi che notansi le maggiori differenze tra gli uni e gli altri. I più lunghi si trovano sulla faccia ventrale. Tra il solco mediano ed il fascio laterale sono cinque cechi, la cui lunghezza va decre- scendo man mano che da quello vicino al solco si va verso quello prossimo al fascio laterale ; la loro lunghezza è quasi uguale a quella dei corrispondenti della fila media, soltanto il loro diametro è alquanto minore. I cechi compresi tra il fascio laterale ed il dorsale vanno poi decrescendo in altezza, sicché gli ultimi, quelli adiacenti al fascio dorsale, sono cosi piccoli da essere appena visibili; sono circa nove dieci, di cui i primi cinque, quelli cioè più vicini al fascio laterale e separati dagli altri mercè un piccolo spazio, sono strettamente uniti fra loro, hanno forma cilindro-conica e sono quasi di uguale altezza; e finalmente gli altri quattro o cinque hanno forma distinta- mente conica e decrescono molto in altezza fino al fascio dorsale; la supei"ficie d'inserzione di questa fila non è piana ma alquanto curva. La parete del terzo segmento né mostra pieghe trasverse come quella del primo, né é cosi levigata coma quella del secondo; essa è alquanto rugosa. Il tenue principia alquanto dilatato a forma d'imbuto e si con- nette in continuità del mesenteron, ma ben presto si restringe brusca- mente, diventa cilindrico e tale si mantiene fino all' inserzione nel sacco. Questo ha approssimativamente la forma di una pera; molto dilatato alla sua parte anteriore va poi lentamente diminuendo di diametro fino alla sua terminazione nel retto; sulla faccia dorsale e sulla ventrale è pianeggiante e specialmente nella prima pre- senta, ai due lati della linea mediana, alcuni ripiegamenti piuttosto Eicerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicorni fitofagi. 7 regolari diretti in senso trasversale. La parte posteriore dorsale è invece tutta liscia. Talvolta nel centro della faccia inferiore notasi un' areola ovale allungata, liscia, che Simroth per il primo ha de- scritto neir Osmoderma col nome di areola cribrosa (siebförmige Platte). Il retto è cilindrico e dapprima mostrasi alquanto ristretto, ma vicino alla sua terminazione invece si dilata ed ha un diametro doppio di quello della parte precedente. La lunghezza dell' intestino è maggiore di quella del corpo del- l'intiero animale, quindi esso si ripiega su sé stesso; decorre diritto fino all' estremità del tenue ; il sacco volge la sua estremità posteriore anteriormente, e sta al disotto del tenue, la sua faccia inferiore è volta superiormente, la superiore inferiormente ; il retto decorre poi al disotto del sacco, in senso inverso alla direzione di questo e va a sboccare all' ano. Intestino della larva di Phyllognathus. Il tubo digerente * di Phyllognathus apparisce affatto simile a quello di Oryctes. I cechi della prima fila non si presentano così disuguali per forma e grandezza da quelli delle altre due. Quelli della seconda fila sono disposti analogamente a quelli àoìV Oryctes^ però invece di essere in numero di 22, sono 24, di cui sei sono com- presi tra il fascio ventrale ed il laterale e sei tra il laterale ed il dorsale. I cechi della terza fila sono anche in numero diverso da quelli corrispondenti dell' Oryctes-, infatti sei sono compresi tra il solco ventrale ed il laterale, mentre nell' Oryctes sono cinque e circa sette od otto tra il laterale ed il dorsale. Essi, come quelli della seconda fila, presentano la loro parete alquanto mammellonata. 1 Do qui la inedia delle misure (in centimetri) dell' intestino e delle sue sue varie parti nelle specie da me descritte. Per le altre si consultino i lavori di Kamdohr e di De Serres : I. II. No esemplari per ottenere la media Lunghezza della larva Lunghezza dell' in- testino Phyllognathus 16 3.92 8.09 Anomala 9 3.51 5.53 Tropinota 9 1.97 3.73 Lunghezza Rapporto fra I e II 1:2.06 del- l'eso- fago 0.56 del mesen- teron 2.84 del tenue 1.39 del sacco 2.19 del retto 1.20 1:1.57 0.34 2.24 0.75 1.71 0.84 1:1.89 0.25 1.44 0.53 0.96 0.55 NB. Sommando le lunghezze delle varie parti del tubo digerente si ottiene nn totale superiore a quello della colonna II. Ciò è dovuto al fatto che il tenue non si inserisce proprio all' estremità superiore del sacco, ma alquanto più in basso, ciò che fa poi ottenere la lunghezza dell' intestino, misurata dall' organo intiero, minore di quella che si ha dalla somma delle sue varie parti. 8 P. Mìngazzini Il tenue, il sacco ed il retto sono assai somiglianti a quelli dell' Oryctes. Nella superficie dorsale del sacco le pieghe trasverse, molto regolari, sono in numero di 8 a 9 e vanno gradualmente crescendo in lunghezza e larghezza, dalla parte anteriore alla po- steriore. Intestino della larva di Cetonia. Maggiori differenze dall' intestino dell' Oryctes presenta quello di Cetonia. L'esofago ha la forma di un tubo corto ristretto an- teriormente, alquanto dilatato posteriormente; esso conduce al mes- enteron, il quale proporzionatamente ha un diametro minore di quello dell' Oryctes. Il mesenteron ha pure tre file di cechi dis- poste analogamente a quelle di Oryctes, ma la fila anteriore non è formata da due ordini di cechi, sibhene da un solo; inoltre non sono differenti per forma da quelli delle altre file, ma uguali. Sola- mente quelli vicini ai fasci principali presentano alla loro base delle protuberanze o mammelloni da quel solo lato del ceco che sta verso il fascio, ed i mammelloni dei due cechi adiacenti sono cosi posti che s'ingranano uno coli' altro e sono in numero di due o tre. Il numero di questi cechi non è cosi grande come nelle due specie già descritte ma invece sono circa in numero eguale a quello delle altre file: ve ne sono quattro tra il fascio ventrale ed il laterale e tre fra il laterale ed il dorsale, sicché il loro numero totale è di quattor- dici. Il primo segmento del mesenteron è alquanto più ri- stretto del seguente e mostra grosse pieghe trasversali. Sulla sua superficie dorsale, ai lati del fascio mediano porta, verso il terzo posteriore, due protuberanze proporzionatamente assai maggiori di quelle omologhe di Oryctes e Phyllognutlms, giacché piuttosto che es- sere due piccoli mammelloni somigliano a due piccoli cechi, e sono diretti verso la parte posteriore. Sulla superficie inferiore non vi è traccia di cechi nella linea mediana ventrale, come si riscontra nelle due specie. I cechi della fila media sono quelli che raggiungono il massimo sviluppo sopra tutti gli altri in questa specie. I maggiori stanno nella superficie ventrale ed il più grosso e lungo fra essi è il secondo dopo quello immediatamente adiacente al solco ventrale; essi hanno una superficie affatto liscia. Vi sono quattro cechi tra il solco ventrale ed il fascio laterale, ed altri quattro sono compresi tra quest' ultimo ed il fascio dorsale; il loro numero totale è di sedici. Kicerche sul cimale digerente delle larve dei Lamellicorni fitofagi. 9 I caratteri della parete del secondo segmento sono uguali a quelli dell' Oryctes. I cechi della terza fila sono analoghi per le loro dimensioni a quelli dell' Oryctes: essi sono in numero di 18, di cui quattro sono compresi tra il solco ventrale ed il fascio laterale e cinque fra questo ultimo ed il dorsale. Il ceco vicino al solco ventrale è minore del seguente, il quale è il massimo fra tutti quelli di questa fila; in seguito gli altri decrescono a misura che son più vicini al fascio dorsale. In questa specie il terzo segmento è assai sviluppato dalla parte dorsale, pochissimo invece dalla ventrale, perchè il tenue si avanza assai in questa parte formando un triangolo, la cui punta rag- giunge quasi l'inserzione dei cechi della terza fila: quasi al disotto dei due cechi ventrali mediani sboccano i due vasi malpighiani mediani. II tenue non presenta, per la forma esterna generale, nulla di diverso da quello di Oryctes. Il sacco ha pure una forma simile: abbraccia il retto al quale è unito mercè una specie di briglia mes- enteriale, mentre nelle altre specie l'uno è indipendente dall' altro. Il ripiegamento del sacco sopra il tenue e quello del retto sopra il sacco è simile a quello fatto dagli stessi organi nell' Oryctes. Intestino della larva di Tropinota. Differenze ancora più notevoli di quelle della Cetonia presenta l'intestino di Tropinota da quello di Oryctes (tav. 1 fig. 3). I cechi della fila anteriore si mostrano pochissimo svi- luppati; hanno la forma di protuberanze mammellonari o digitate assai basse e poco numerose. Il primo segmento ha numerose pieghe trasversali e sulla superficie dorsale, lungo la linea mediana, anteriormente, mostransi gli accenni di alcuni cechi, i quali hanno l'aspetto di corte pieghe trasversali; essi sono in vario numero, ordina- riamente sono tre o quattro, l'uno di seguito all' altro. I cechi della seconda fila sono in numero di sedici e tutti presso a poco uguali, e solamente quelli vicini al solco ventrale ed al fascio dorsale sono alquanto minori degli altri. La loro forma è cilindro-conica. Quelli che raggiungono maggiore lunghezza sono i cechi della terza fila, in numero di 18, e fra essi i maggiori sono quelli che stanno sulla faccia ventrale. II secondo segmento è alquanto lungo; il primo proporzio- 10 P. Mingazzini natamente ad esso è assai maggiore di quello corrispondente di Ce- tonia ed Oryctes. Tutto il proctodaeum ha la stessa disposizione e conforma- zione che nelle altre specie. Nella faccia ventrale del sacco vedesi chiaramente l'areola cribrosa di forma ovale allungata. Il retto ha quasi dappertutto lo stesso diametro. Intestino della larva di Atiomala. Per la conformazione sua, l'intestino di Atiomala (tav. 1 fig. 2) si allontana molto da quello delle precedenti specie ed in particolar modo da quello di Oryctes. Lo stomodaeum si presenta con- forme a quello delle altre specie, il mesenteron invece mostra le maggiori differenze; infatti in esso manca o quasi la tìla anteriore di cechi, la media per lo più non esiste e la posteriore è rappresentata da pochi tubi cecali; tutto il mesenteron ha la forma di un cilindro, alquanto dilatato alla sua parte anteriore e posteriore; esso non è curvato come quello delle altre specie ma intieramente diritto. Lungo lo spigolo d'incontro della parete anteriore colla laterale, si trovano alcuni piccoli mammelloni che variano di numero e gran- dezza a seconda degli individui; in alcuni sono appena visibili, in altri invece raggiungono maggiori dimensioni, si che somigliano a veri cechi glandolari, e tra queste forme estreme si notano tutti i gradi di passaggio. Questi rappresentano i cechi della fila anteriore. La parte anteriore del mesenteron si distingue dalla restante per essere un poco dilatata e si mostra come separata dalla seguente per mezzo di una linea alquanto protuberante. In questa linea, in alcuni individui, possonsi vedere anche dei piccoli mammelloni. Questa linea corrisponde a quella della fila media di cechi che trovasi presente e bene [sviluppata nelle altre larve. Quindi tutta quella parte di mesenteron, compresa fra essa e la estremità anteriore, corrisponde al primo segmento del mesenteron delle altre specie. Ciò è convalidato dal fatto che in alcuni indi- vidui trovansi sviluppati, lungo questa linea, dei piccoli tubercoli, e non solo ciò avviene in questa specie, ma Van Lidth de Jeude che ha studiato l'intestino della Melolontha, il cui mesenteron è affatto simile a quello di Anomala , ha notato lo stesso fatto in quella specie. Si vedrà inoltre, trattando della conformazione della tunica muscolare di questa specie, come tutti gli individui presen- tino lungo tale linea una disposizione speciale delle fibre accennante alla formazione di una fila di cechi. Ricerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicorni fitofagi. 1 1 A questo segmento fa seguito il secondo che si presenta un po' rigonfiato nella parte media ed alquanto ristretto alle sue due estremità; la superficie esterna della sua parete, come pure quella del primo segmento, è intieramente liscia: spesso alquanto prima della sua terminazione nella fila posteriore dei cechi ha un restrin- gimento di diametro ed il resto, fino all' inserzione dei cechi della terza fila, si mostra cilindrico. I cechi della terza fila non sono adiacenti gli uni agli altri : invece tra i ventrali ed i laterali esiste un intervallo abba- stanza ampio, ed uno maggiore ve ne ha sulla faccia dorsale in cui non esistono cechi. Assai maggiori dei laterali, o talvolta di poco superiori, i cechi ventrali sono in numero di cinque o sei, dì cui gli estremi sono i minori ed i medi i maggiori; i laterali sono due per parte assai ravvicinati fra loro; tutti hanno forma distinta- mente cilindrica. Non infrequentemente si trovano delle anomalie: cosi possono mancare i cechi di un lato e, fra i cechi medi, possono aver preso maggiore sviluppo quelli di una parte, piuttosto che quelli di un' altra. II segmento posteriore del mesenteron è pochissimo sviluppato, talché potrebbe credersi che manchi. Però la terza fila di cechi dell' Anomala è omologa a quella dell' Oryctes: infatti si nel- l'una che neir altra specie i cechi hanno una disposizione bilaterale, ed anche per lo sviluppo di essi troviamo che, in entrambe, i cechi ventrali hanno maggiore sviluppo dei laterali. Nel proctodaeum troviamo sempre tre parti fra loro distinte e destinate a funzioni fisiologiche diverse. Il tenue è conformato in questa come nelle altre specie, il sacco pure; sebbene sia provvisto di minor numero di pieghe trasversali e sia meglio accennata una sim- metria bilaterale, specialmente nella parte anteriore, ove il restrin- gimento mediano è tale, che il sacco porta superiormente come due protuberanze coniche. Il retto ha sempre la forma cilindrica. Una rapida sintesi della conformazione delle diverse parti del- l'intestino di queste larve ci mostrerà quali sono gli organi che poco hanno variato e quali quelli che hanno subito una maggiore tras- formazione nelle varie specie. Lo stomodaeum ha un eguale sviluppo e conformazione in tutte le specie, dovunque è assai corto, più ristretto anteriormente, più dilatato posteriormente. Il mesenteron è fra tutte, la parte che ha mutato maggior- 12 P- Mingazzini mente di forma e che ha dato origine a molteplici organi complicati in vario grado. La forma semplice è quella presentata dall' Anomala e Melolontha^ ove esso conservasi diritto, cilindrico e di uguale aspetto in tutta la sua estensione. Ivi esso offre le prime traccio dei cechi della fila anteriore, manca però di quelli della fila media, mentre quelli della fila posteriore sono bene sviluppati. È dunque lecito supporre che prima siasi sentito il bisogno della presenza dei cechi della fila posteriore, che di quelli di ogni altra. In seguito, come può de- dursi dalla presenza costante di rudimenti di cechi nella parte an- teriore, può supporsi sviluppata la prima fila. Finalmente, come si trova nelle altre specie , in una parte corrispondente circa al terzo anteriore, un' altra fila di cechi si è originata e questa ha portato la maggiore complicazione che finora siasi riscontrata nel mesenteron dei Lamellicorni. Coli' origine della fila media dei cechi il secondo segmento ha mostrato ulteriori complicazioni; nella sua parte ven- trale la parete si è differenziata nella linea mediana, e, favorita internamente da uno sviluppo maggiore di connettivo ai due lati, ha dato luogo ad un solco longitudinale ventrale di cui la massima complessità si trova nell' Dry des. Questo differenziamento della pa- rete nella faccia ventrale si trova in armonia col maggiore sviluppo dei cechi, i quali appunto in questa parte si trovano più evoluti. Questo fatto forse è dovuto alla maggiore protezione che i detti organi hanno in questa regione, ove sono meno soggetti alla com- pressione determinata dalle contrazioni del corpo. Ciò si scorge fa- cilmente considerando la posizione normale delle larve. Per pro- teggere maggiormente la funzione del solco, acciocché col riempirsi del mesenteron non fosse dilatato, il fascio ventrale in corrispon- denza di esso non ha seguito la curva del mesenteron ma è rimasto lontano per impedire una totale estensione del secondo segmento. L'esame dei cechi della fila anteriore nell' Oryctes e Pkyllo- gnathus ci potrebbe far pensare che, vista la grande diversità di forma e numero tra essi e quelli delle file posteriori, potessero avere una funzione diversa di quella che hanno i cechi delle altre file. Se poniamo però mente alla evoluzione di questi cechi nelle varie larve da noi studiate, si troverà ciò alquanto difficile ad ammet- tersi e forse tale diversità può avere un' altra spiegazione. Essi nascono, come quelli ad esempio della fila media, da semplici mammelloni od estroflessioni della parete del mesenteron. In Ano- mala e Melolontha abbiamo visto che possono presentarsi, come talvolta mostransi gli accenni dei cechi della fila media, e in Ricerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicorni fitofagi. 1 3 Cetonia hanno una forma affatto simile a quelli delle altre file. Non è improbabile che il loro numero notevole ed i mammelloni che si presentano sulla loro superficie, come trovansi in Oryctes, ab- biano la loro spiegazione solo nel fatto dell' aumento di superficie secernente, ottenuto col moltiplicare il loro numero ed aumentare, nel limite del possibile, la superficie di ciascuno di essi mercè i mam- melloni laterali e terminali. Collo sviluppo del secondo segmento e specialmente colla for- mazione del solco ventrale mediano, anche il terzo, che prima era rudimentale affatto , ha subito un notevole accrescimento , sì che di poco esso è minore del primo nelle specie con solco ventrale, men- tre manca quasi totalmente nelle specie che sono prive di solco ven- trale e di fila media di cechi. Assai simile in tutte le specie, si per la diversità delle varie parti, si per il loro reciproco sviluppo, è il proctodaeum. La diversa complicazione dell' intestino, che va di pari passo con quella di altri organi anche assai importanti, può avere la sua spiegazione nella varia antichità delle diverse specie del gruppo dei Lamellicorni fitofagi. Sembra provato infatti dalle ricerche paleontologiche, come il gruppo delle Melolontha, anzi un genere assai affine a quello attuale di Melolontha, sia vissuto all' epoca del Lias inglese, mentre generi affini all' Oryctes^ Cetonia ecc. si tro- vano poi nei terreni superiori. La semplicità maggiore dell' organiz- zazione delle Melolontha e delle Anomala è forse dovuta al fatto che esse sono di origine più antica degli altri gruppi di Lamellicorni fitofagi, come i Dinastidi, gli Antobi ed i Melitofili. Istiologia e fisiologia delle singole parti. Stomodaeum ^ Parte anteriore. Nello stomodaeum od esofago si possono agevolmente distinguere tre parti differenti per la forma e la strut- tura. La prima parte, anteriore, sembra alquanto dilatata rispetto alla media, ed è rivestita da forti muscoli longitudinali e trasver- sali. L'epitelio è costituito da grosse cellule e lo strato chitinoso è di uno spessore medio, cioè circa uguale od un po' superiore a quello delle cellule matrici. Lo strato epiteliale e con esso quello di chi- tina formano otto pieghe uguali che si dirigono verso il lume del 1 Per la tecnica microscopica vedere quanto è detto in proposito pel pro- ctodaeum. 14 P. Mingazzini canale esofageo, giungendo quasi a toccarsi nel centro (tav. 1 fig. 4). Solamente per una piccola parte di questo tratto, cioè nella parte anteriore, il margine della chitina si presenta fornito di piccole spine, le quali però non si trovano dappertutto, ma solo nella parte apicale dei ripiegamenti e per un certo tratto del loro margine late- rale. Tali spine hanno la funzione di triturare maggiormente l'ali- mento, non appena che dalla bocca passa all' esofago. Non ho riscontrato una costituzione siffatta nell' Anomala, ove l'esofago sem- bra principiare assai ristretto e lo strato chitinoso, di un piccolo spes- sore, si trova affatto privo di quelle spine, che agevolmente si riscontrano nel tratto anteriore dell' esofago di Tropi/iota, Oryctes e Phyllog7iathus\ può darsi però che a causa dell' esiguità di questo tratto , che appena raggiunge la lunghezza di un millimetro , esso possa essermi sfuggito nella preparazione del tubo digerente di questa larva. Parte media. Essa si riconosce, perchè ha un diametro tras- verso minore dell' anteriore e del posteriore. Nella Tropinota le pieghe longitudinali, dapprima assai sporgenti, si attenuano moltis- simo in questo tratto, tanto da lasciare fra luna e l'altra un grande spazio ; la chitina ha un piccolo spessore e presenta il margine assai sfrangiato; le cellule matrici diventano molto piccole. Le tuniche muscolari hanno una potenza assai minore che nel primo tratto. Neir Oryctes e Phyllognathus si ha pure una certa diminuzione nel diametro trasverso, ma si nota inoltre che le pieghe longitudinali, che dapprima erano in numero di otto, poi, per l'attenuazione di due di esse, diventano sei, tutte della stessa altezza. Anche in queste specie lo strato chitinoso diviene di minore spessore che nel primo tratto ed il suo margine esterno è assai sfrangiato. Però, contra- riamente a quanto avviene nella Tropinota, gli strati muscolari in- vece di essere più attenuati che nel primo tratto, sono più forti. Neil' Anomala (tav. 1 fig. 10) finalmente si nota soprattutto una di- minuzione in altezza di quattro delle pieghe, le quali per posizione sono alternate colle altre quattro. Anche in questa specie il contorno della chitina si presenta assai sfrangiato e di piccolo spessore. Parte posteriore. Un carattere costante dell' ultimo tratto dell' esofago, cioè della sua parte posteriore, è la sua larghezza, che è maggiore tanto di quella della porzione media, quanto di quella della parte anteriore. Le pieghe longitudinali, tanto nell' Ano- mala, quanto nell' Oryctes e Phyllognathus, prendono una disposi- zione caratteristica per formare la valvola cardiaca, cioè si presen- Ricerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicorni fitofagi. 15 tano in numero di otto, di cui quattro assai lunghe e quattro alter- nate assai brevi. Neil' Anomala questa disposizione già si vede accennata nella parte media, nell' Oryctes e Phyllognathus invece, in cui nella parte media due pieghe scompaiono, nella parte poste- riore si nota dapprima la ricomparsa di esse e poi quattro alternate diminuiscono in altezza, mentre le altre quattro aumentano, sicché alla fine si ha la stessa disposizione sì nell' una che nelle altre specie. La chitina aumenta di spessore e può essere una volta e mezzo o due volte più alta dell' epitelio sottostante , il suo margine non si presenta sfrangiato, ma regolare e senza sinuosità, lo strato epite- liale mostra cellule più grosse, più cilindriche del tratto precedente, le tuniche muscolari diminuiscono moltissimo di spessore. Nella Tropinota non si ha una disposizione delle pieghe cosi regolare come negli altri generi, ma invece il numero di esse è di sei, tutte della stessa altezza e tra esse irregolarmente sono disposte delle pieghe minori. Anche in questo genere si nota l'ispessimento dello strato chitinoso , il regolare e non sfrangiato suo margine , l'aumento di volume delle cellule dell' epitelio sottostante e finalmente la dimi- nuzione notevolissima di spessore della tunica muscolare. Ad ecce- zione quindi del numero e della disposizione delle pieghe, anche questo genere presenta le stesse particolarità nell' ultimo tratto dell' esofago che si trovano nell' Anomala, nell' Oryctes e nel Phyllogtiathus. L'ultimo segmento poi di questa parte, nelle tre specie or nominate, non mostra più che quattro grosse pieghe (tav. 1 fig. 11). In tutte e tre queste parti esternamente alla tunica musco- lare si trova un debolissimo strato connettivale. Dimorfismo delle cellule epiteliali nella parte posteriore dell' esofago. Quando si osserva una preparazione in toto dell' epitelio dell' esofago di Oryctes o Phyllognathus, si nota che esso non è dappertutto di struttura uniforme. In alcuni punti infatti (tav. 1 fig. 5) le cellule sono strettamente unite fra loro ed il corpo di esse è piccolo rispetto al volume del nucleo. In altri punti (tav. 1 fig. 7) invece, il corpo cellulare acquista maggiori dimensioni, tanto da raggiungere un volume cinque o sei volte maggiore di quelle a corpo minore, mentre poi il nucleo rimane relativamente piccolo. Notasi altresì che là ove sono le cellule di maggiore dimensione, esse non appaiono strettamente unite le une alle altre, come avviene in generale nei comuni epiteli, ma sono alquanto distaccate e talvolta tra le une e le altre notansi nuclei stretti, deformati, adattati allo spazio lasciato libero nell' intervallo 16 P- Mingazzini tra l'una e l'altra cellula e tali nuclei sono disposti in guisa da de- limitare degli spazi in cui sono comprese due o tre delle cellule di maggior dimensione. Il protoplasma di queste due forme di cellule si comporta anche in modo diverso colle materie coloranti: quello delle cellule a corpo piccolo ritiene con facilità i colori, mentre quello delle cellule maggiori si colora poco o punto. Dallo studio di preparati di esofago fatti col metodo della di- stensione, mi sono potuto convincere che quella parte di epitelio che si presenta con cellule ingrossate, deriva dall' epitelio con cellule più piccole che trovasi nella maggior parte dell' esofago. Infatti (tav. 1 fig. 6) si riscontrano dei punti in cui si vede come in mezzo alle cellule di piccola dimensione , se ne diflferenziano talune che cominciano ad ingrandire molto più che le altre; a poco a poco molte cellule più o meno vicine si ingrossano allo stesso modo e sembra alle spese di quelle che sono loro adiacenti , perchè queste gradualmente riduconsi nel loro volume, i loro nuclei si deformano, in ispecie in quelle che si trovano in mezzo a due vicine che in- grandiscono. E cosi possonsi notare tutti i gradi di passaggio tra luna e l'altra varietà di epitelio. Io credo che la ragione di tale mutamento di forma e dimensione sia da ricercare nella funzione da esse acquisita di secernere il succo salivare. Glandole salivari. Non ho riscontrato alcuna traccia di glan- dolo salivari libere, come già aveva dimostrato fino dal 1858 il SiRODOT neir Oryctes. Questo autore però accenna alla presenza di cellule secernenti la saliva fra quelle della matrice dell' esofago, fondandosi sul fatto della constatazione di due canali deferenti estre- mamente fini, dei quali egli stesso dubitava, giacché supponeva che potevano anche essere stati prodotti dagli aghi nella preparazione, e sulla presenza di un liquido vischioso fra quelle cellule, analogo a quello da lui trovato nell' esofago. Gli autori che son venuti dopo di lui non hanno preso in considerazione quel fatto, né menomamente accennato alla presenza di glandole salivari. Neil' Oryctes ho riscontrato nelle sezioni trasverse dell' esofago dei canali estremamente fini nella chitina, a decorso tortuoso e che andavano dalle cellule matrici alia superficie. Inoltre ho potuto riscontrare che la chitina della parte posteriore dell' esofago non è perfettamente omogenea, ma piena di vacuità irregolari molto vaste e che si mostra alquanto porosa perchè penetrata dai colori. Ma un fatto ancora più notevole mi ha condotto a pensare che realmente le cellule dell' epitelio dell' esofago e specialmente quelle Ricerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicorni fitofagi. 17 della sua parte posteriore siano veramente secretrici. Il loro aspetto era di cellule glandolari e moltissime mostravano la parte superiore ripiena di un liquido omogeneo, che si colorava intensamente col carminio, convertendo il colore irosso porpora di questo in rosso violetto violetto. È dunque un liquido forse alcalino quello cbe tali cellule secernono e tale liquido si trova anche nell' interno del- l'esofago, specialmente aderente alla parete della chitina. Se si pensa che nell' Oryctes adulto, come ha dimostrato il Sirodot, è appunto nella parte posteriore dell' esofago che si sviluppano quelle glandole salivari unicellulari, cosi differenziate dalle altre cellule della matrice, si è forse condotti qui a pensare ad uno stadio più semplice nella larva, in cui le cellule secernenti sono pochissimo dif- ferenti dalle altre. Neir Anomala altresì ho potuto vedere, nello strato di chitina della parte posteriore dell' esofago, verso il limite esterno, moltis- simi punti più trasparenti, che possono con probabilità attribuirsi agli orifizi dei canali delle cellule secernenti. Esaminando ancor più attentamente, ho potuto scorgere nello spessore della chitina un gran numero di canalini, a decorso più o meno tortuoso, taluni dei quali ancora ripieni del liquido salivare, che si colora alquanto intensamente col carminio, e che quindi avevano l'apparenza di filamenti di color rosso. Esiste perciò realmente nelle larve dei Lamellicorni fitofagi una secrezione salivare eseguita dalle cellule dell' esofago, analoga a quella degli insetti perfetti, salvo che le cellule secernenti qui non si differenziano dalle altre che per la grossezza. Valvola cardiaca. L'esofago non termina esattamente a livello dello stomaco ma vi entra un pò dentro e quindi il suo lembo ripie- gandosi indietro va ad anastomizzarsi colle pareti dello stomaco. Il margine libero dell' esofago nell' interno dello stomaco non è però uniforme, ma presenta delle sporgenze le quali sono in numero de- terminato, di forma regolare ed esattamente disposte. Queste spor- genze lobi sono formate dalle pieghe maggiori che si riscontrano nell" ultima parte dell' esofago e nel loro insieme formano una val- vola tra l'esofago e lo stomaco la quale impedisce che per i movimenti antistaltici e peristaltici di questo, l'alimento che vi si trova torni neir esofago. A questa valvola fu dato il nome di valvola cardiaca. Le tuniche muscolari dell' esofago non si continuano con quelle dello stomaco ; esse terminano liberamente all' estremità dell' esofago, fino alla ripiegatura che esso fa per andarsi ad anastomizzare col Mittheilungen a. d. Zoolog. Station zu Neapel. Bd. 9. 2 18 P. Mingazzini mesenteron (tav. 1 fig. 9;. E quello che avviene per i muscoli, suc- cede ancora per l'epitelio e per lo strato cbitinoso. Non vi ha quindi continuità istiologica fra gli elementi dello stomodaeum e quelli del mesenteron, ma semplicemente contiguità. Questo fatto, che si può chiaramente vedere facendo delle sezioni longitudinali che compren- dano e l'esofago e lo stomaco, si può anche dedurre dalla grande facilità con cui l'esofago si stacca dallo stomaco, quando non si pren- dano molte precauzioni nella preparazione del tubo digerente di queste larve. Merita speciale attenzione la costituzione istiologica di quella parte dell' esofago ripiegata, che dal margine della valvola va ad anastomizzarsi colle pareti del mesenteron e serve per un breve tratto di parete anteriore alla cavità di questo. Lo strato di chitina ha un piccolissimo spessore, circa un terzo dell' altezza delle cellule ma- trici. Le cellule dell" epitelio sottostante sono assai alte, grandi, cilindriche e diverse assai da quelle del resto dello stomodaeum. Infine l'ultima parte che si termina nel mesenteron si presenta sotto forma di un rialzo semicilindrico ispessito, che in sezione si mostra formato da un semicerchio composto di cellule partenti da un ripie- gamento della mucosa sottoepiteliale (tav. 1 fig. 9). Le cellule di questo margine caratteristico sono più alte, più strette di tutte le altre dello stomodaeum e sono rivestite anch' esse da un piccolo strato di chitina. Cognizioni antecedenti. Degli autori che hanno studiato la costituzione dell' intestino delle larve di Lamellicorni, il Sirodot è stato quello che ha dato una descrizione più precisa dell' esofago della larva di Oryctes. Egli descrive come liscia la superficie della chitina in tutto il decorso esofageo ; non sembra quindi che ne abbia studiata la parte anteriore, che è ricoperta da spine. Fa rilevare in seguito come l'epitelio sottocuticolare sia composto da cellule più grosse nella parte posteriore che nella anteriore. In quanto agli altri tessuti egli si esprime cosi: »L'euveloppe musculaire n'est sé- parée du tissu cellulaire que par une très-faible épaisseur du tissu conjonctif, qui sert en méme temps de moyen d'union entre les élé- ments de la conche profonde, formée des fibres transversales«, e più innanzi: »Les fibres longitudinales sont réunies eu faisceaux séparés, récouvertes par l'enveloppe externe«. Simroth per \ Osmoderma dà una breve descrizione dell' esofago, notando che per l'ordinamento delle fibre muscolari non presenta alcun interesse. La parete si fa più grossa nella metà posteriore di quello che nell' anteriore. Per la Ricerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicorni fitofagi. 19 A'alvola cardiaca nota come essa sia formata da quattro lobi, i quali verso la loro estremità hanno la cuticola cbitinosa ricoperta da spine rivolte air indietro (fatto, che non si verifica per nessun' altra delle specie fino ad ora studiate), che funzionano in modo da impedire al cibo di tornare verso la bocca. Lidth de Jeude asserisce che il tubo esofageo è simile in tutte le specie delle larve dei Lamellicorni da lui studiate e prende per tipo quello della larva di Oryctes. Egli nota come in questa specie lo strato di fibre circolari sia molto più potente di quello delle longitudinali, e che lo strato di epitelio è diviso dai muscoli mercè uno strato di connettivo. Wertheimer afferma che l'esofago della larva di Oryctes » se compose d'une conche externe de muscles circulaires relativement épaisse, d'une couche mu- sculaire longitudinale plus mince'( contraddicendo così a quanto il SiRODOT e tutti gli altri hanno constatato. Parlando dei rapporti dello stomodaeum col mesenteron, questo autore dice che »l'intima penetrant de quelques millimètres dans l'intestin moyen et se re- fléchissant ensuite, pour venir se continuer directement avec l'épi- thélium de l'intestin moyen auquel elle passe par des gradations insensibles«. Abbiamo visto invece, parlando della valvola cardiaca, che vi è un distacco netto fra le varie tuniche dell' esofago e quelle del mesenteron, ed il passaggio graduale non potrebbe avvenire, perchè le cellule dello stomodaeum secernono chitina e quelle del mesente- ron no. Lo esperimento colla potassa dà poi la conferma a quanto si può osservare colle sezioni longitudinali della valvola cardiaca. La potassa lascia infatti intatta la chitina dello stomodaeum e fa vedere che vi è un limite netto alla sua terminazione col mesenteron. Mesenteron. Tecnica microscopica. I metodi di preparazione usati pel mesenteron sono stati tanto quelli a fresco dei singoli tessuti che lo compongono, quanto le preparazioni permanenti in toto e le sezioni in serie fatte con diversi metodi. Si dell' uno che del- l'altro i singoli procedimenti speciali usati si troveranno nelle descri- zioni dei diversi tessuti. In generale però per l'osservazione a fresco mi sono servito sì della preparazione sul portaoggetti del tessuto allora allora tolto dall' animale vivente, senza aggiunta di alcun reattivo, altra volta includendolo nell' acqua, nel plasma dell' animale, od anche in acido acetico in soluzione all' 1 o/q . I preparati col metodo delle sezioni sono stati in generale colorati con carminio boracico 2* 20 P- Mingazzini prima e poi con acido picrico, fissati ed induriti preventivamente col sublimato e coli' alcool a varia concenti*azioue. Il mesenteron si trova costantemente ripieno di materie alimentari, le quali certamente nuocerebbero sì alla conservazione dell' epitelio che è assai delicato, che air osservazione delle sezioni. È necessario perciò togliere il contenuto con molta precauzione, acciocché l'epitelio non si stacchi non venga sciupato. Ho usato con vantaggio due metodi, per togliere il contenuto. Il primo consiste nel tagliare convenientemente il mesenteron ancora fresco ; allora, per la tensione delle pareti mu- scolari stesse di quest' organo, il contenuto esce intieramente senza che si eserciti alcuna pressione od altrimenti si tocchi. In questo modo la parete viene però fissata alquanto raggrinzata e l'organo non ha più la forma cilindrica normale. È perciò da preferire il secondo metodo, il quale consiste nel fissare dapprima il mesenteron intiero con sublimato, porlo poscia per due o tre minuti in acqua e quindi in alcool a 90°. Dopo che è stato in questo liquido per alcune ore, si apre lateralmente la parete e con due aghi, allontanando alquanto i due lembi, si fa uscire il contenuto, il quale si stacca dall' epitelio con gran facilità e si ha così il vantaggio di avere il mesenteron preparato intatto, senza avere alterato alcun rapporto, come avviene quando si fa uscire il contenuto dall' organo ancor fresco. Fatto ciò si cambia l'alcool, vi si mette altro alcool a 90° con lodo, per togliere l'eccesso di sublimato ed in seguito si colorisce e si taglia coi me- todi comuni. Forma interna. Gli stessi caratteri che la parete del mesen- teron presenta esternamente, si ritrovano nella sua parte interna. Il primo segmento si rivela molto rugoso specialmente nella faccia ven- trale. Lungo le linee di sbocco dei cechi si vedono tanti fori, cia- scuno dei quali corrisponde allo sbocco di un ceco. Nella fila media, accanto allo sbocco di ciascun ceco nella linea superiore ed inferiore, si notano delle piccole depressioni mammellonari che si- mulano lo sbocco di altri cechi. Lo sbocco dei cechi della fila po- steriore è poi nascosto dalla parete del secondo segmento, che si ripiega al disopra di essa e cosi impedisce che, a prima vista, si possa trovare la linea dei fori dei cechi della fila posteriore. Nello sbocco dei cechi, come pure nella parete del primo segmento, spe- cialmente negli interstizi delle rugosità ed anche nel solco ventrale mediano del secondo segmento, si vede un succo di color nerastro, che forse è segregato in quelle parti in maggior quantità che nel- l'altre. Questo carattere glandolare che è molto sviluppato in Ory- Ricerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicorni litofagi. 21 ctes e Phylìognathus e che si vede bene accennato in Cetonia e Tro- pinota, esiste in modo meno [evidente in Anomala ^ dove la parete del mesenteron non mostra quelle diversità tra il primo ed il secondo segmento, né per le rugosità della parete, né per le depressioni mammellonari. Non sempre però si trova nelle larve il mesenteron in una fase di attività; qualche volta ho rinvenuto il mesenteron durante la muta della larva, ed allora appariva affatto privo di materie alimentari ed era invece ripieno di una sostanza gelatinosa, biancastra, più o meno liquida e dalle sue pareti non veniva segre- gato il succo gastrico. In questo stadio il volume dei cechi era anche assai ridotto. Ho trovato altresì una evidente riduzione di questo organo e specialmente dei cechi e dell' epitelio, tenendo la larva a digiuno per trenta o quaranta giorni. E si può considerare che fosse tenuta a digiuno, quando per isfamarsi non aveva altro che della terra, colla quale riempiva tutto il canale alimentare. In questo caso la larva, che aveva preso la stessa abitudine dei lombrici, mostrava i cechi moltissimo ridotti e l'epitelio colle cellule assai basse. Nei generi Oryctes. PJtyllognathus^ Cetonia e Tropinota il me- senteron presenta lungo la linea ventrale mediana una disposi- zione anatomica caratteristica, molto importante a studiare, tanto dal punto di vista morfologico, quanto dal fisiologico. Verso l'estremo posteriore del primo segmento, lungo la linea ventrale, si trova un rialzo quasi triangolare, formato da tessuto connettivo, colla base posta sul limite del secondo segmento e coli' apice volto anteriormente. Neil' Oryctes e Phylìognathus ha origine da due piccoli cechi o mammelloni, nello spazio intermedio dei quali sorge il rialzo. Po- steriormente a questo punto il rialzo, dapprima di piccole dimensioni, si fa sempre maggiore e raggiunge il massimo sviluppo lungo la linea di sbocco della fila media di cechi, scomparendo bruscamente al suo livello. Una disposizione quasi simile si trova pure nel primo segmento di Cetonia e Tropinota. Nel secondo segmento la dispo- sizione differisce di più nei vari generi. Per tutta la lunghezza della parte mediana ventrale si trovano due rialzi paralleli, vicini tra loro, che colle loro estremità libere vanno a terminarsi nel limite del terzo segmento. Questi rialzi vanno man mano crescendo di grossezza dalla parte anteriore alla posteriore. Tra questi due rialzi tro- vasi un solco longitudinale mediano, il cui aspetto è assai differente secondo che si considera nell' Oryctes e Phylìognathus ovvero nella Cetonia e Tropinota. Neil' Oryctes e Phylìognathus questo solco longitudinale mediano 22 P- Mingazzini non ha una profondità uniforme, ma, dalla sua orìgine alla sua termi- nazione, presenta una serie di infossamenti trasversali, paralleli, regolari, di uguale larghezza dappertutto. Si troverà la sjnegazione di tal fatto nella disposizione dei fasci muscolari lungo quella linea. Si vedrà infatti che questi sono disposti a grossi fasci lontani l'uno dall' altro e lascianti fra loro intervalli regolari senza alcuna fibra muscolare. In questo modo l'epitelio ora poggia sui fasci muscolari, ora su semplice connettivo (intervalli), e mentre dove si trovano i fasci muscolari è rialzato, là dove poggia su semplice connettivo si trova in un livello più basso. Da questa disposizione si ha come una specie di fila longitudinale di cechi lungo la linea ventrale mediana del secondo segmento. Nella Cetonia e Tropinota il solco serba una maggiore semplicità, giacché la tunica muscolare non presenta quella disposizione a fasci lascianti intervalli liberi, ma è dovunque uni- forme e cosi la base del solco si presenta tutta piana. Nel segmento posteriore invece trovansi costantemente due rialzi, i quali alla loro origine, cioè nel limite tra il proctodaeum ed il mesen- teron, sono paralleli e cosi mantengonsi fino a circa il terzo anteriore di quest' ultimo segmento, in seguito divergono alquanto per ricevere nello spazio intermedio un rialzo unico, che parte dall' estremo an- teriore di questo segmento. Questo rialzo, allargato alla base, si termina a punta, laddove i due rialzi divengono paralleli. Tuniche del mesenteron. Abbiamo visto, parlando dello stomodaeum, che esso trovasi costituito dai seguenti strati: 1^ Con- nettivo esterno, 2" Muscoli, esternamente longitudinali, internamente trasversali, 3» Connettivo interno. 4» Epitelio con cuticola chitinosa. Il mesenteron presenta pure un' analoga disposizione dei vari strati ed in esso vi troveremo, andando dall' esterno verso l'interno: 1^ Con- nettivo esterno, 2^ Muscoli esternamente longitudinali, internamente trasversali, 3o Connettivo interno, 4o Epitelio senza cuticola chitinosa. La disposizione degli strati è quindi analoga, solamente si hanno delle differenze, per quanto riguarda la struttura dei singoli tessuti che li compongono. Ciò che vale nel paragone tra il mesenteron e lo stomodaeum, vedremo che sarà anche applicabile nel confronto tra il mesenteron ed il proctodaeum. Lo strato esterno connettivale, come l'interno del mesenteron presentano una struttura ed uno sviluppo assai differenti da quelli dello stomodaeum e del proctodaeum. Mentre nel mesenteron en- trambi questi strati sono formati da due membrane omogenee, assai rifrangenti la luce e l'interna assai più che Testerna, nello stomo- Ricerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicorni fitofagi. 23 daeum liauuo una struttura fibrillare e non membranacea. Mentre nel mesenteron sono ben visibili e formano uno strato continuo per tutta la sua estensione, nello stomodaeum sono poco distinti ed in- vece di formare degli strati continui sono interrotti, si che spesso nelle sezioni non si vedono chiaramente dappertutto. Tunica muscolare del mesenteron. Metodi di preparazione. La disposizione dei fasci muscolari del mesenteron presenta tali caratteristiche da meritare uno studio accurato, considerando specialmente che è stata affatto trascurata dagli autori che hanno studiato l'intestino di queste larve. Non era certamente possibile di farsi un' idea esatta della dis- posizione di questi fasci muscolari col solo studio delle sezioni in serie, e mi è stato indispensabile di ricorrere al metodo della prepa- razione in toto del mesenteron, anzi della isolazione della sola tunica muscolare. Per far ciò aprivo lateralmente un mesenteron fresco, lo distendevo sul portaoggetti in modo da avere nella parte libera la faccia interna del mesenteron, e, con un piccolo pennellino bagnato con acqua, toglievo delicatamente tutto Tepitelio soprastante allo strato muscolare. Quando tutto l'epitelio era stato tolto , ponevo al disopra dello strato muscolare un altro portaoggetti, e quindi fissavo, indurivo e coloravo la tunica cosi distesa coi metodi ordinari. Un altro metodo più rapido ed anche più preciso del precedente, consiste nel prendere una larva vivente e di immergerla in una solu- zione all' i% di acido cromico, alla temperatura di 40° — 50° C. Dopo circa quattro o cinque minuti si toglie di lì e si pone per altrettanto tempo in acqua distillata alla temperatura ordinaria. Prima però di metterla in acqua sarà bene di tagliare i tegumenti ed isolare l'in- testino. Dall' acqua si passa poi direttamente in alcool a 70^. Dopo alquanti minuti che l'intestino è in alcool, si taglia longitudinal- mente il mesenteron e gli si toglie il contenuto. Con questa opera- zione l'epitelio si sfalda con grande facilità e la tunica muscolare rimarrà ben presto isolata. Se si vuol far presto, si aiuterà l'opera- zione con un pennellino ed in pochi minuti la tunica muscolare rimarrà ben tesa ed affatto pulita. Con questo metodo si levita l'in- conveniente di possibili alterazioni che il tessuto potrebbe subire, a causa del lungo contatto coli' acqua, e si ha invece il vantaggio di avere fissate le fibre muscolari nel loro stato naturale. Disposizione delle fibre muscolari nell' Oryctes e Phtjl- lognathus. — Segmento anteriore. Ciò che colpisce a prima 24 P- Mingazzini vista l'osservatore, quando studia le tuniche muscolari preparate col metodo della distensione, è la regolarità della disposizione delle sin- gole fibre e la loro esiguità rispetto a quelle del proctodaeum e dello stomodaeum. Le fibre sono perfettamente parallele fra loro, special- mente nel secondo segmento e le longitudinali sono perpendico- lari alle trasversali; le prime stanno esternamente, le seconde for- mano lo strato interno. Neil' Oryctes e Phijllogtiathus il segmento anteriore del mesen- teron presenta le fibre trasverse assai ravvicinate e di un diametro uniforme in tutto il loro decorso. La disposizione loro non è cosi regolare come nel segmento medio, ma conservano un parallelismo assai notevole ; per la massima parte sono semplici ; alcune invece mandano piccole ramificazioni alle fibre vicine. Una minore rego- larità di disposizione si trova nelle fibre longitudinali, le quali dis- poste a grande distanza le une dalle altre, si presentano all' incirca di un diametro quasi uguale, o di poco superiore a quello delle trasverse, ma non sono poste, in generale, né a distanze regolari, né poi sono perfettamente parallele. Oltre a queste fibre longitudinali, vanno segnalati quattro grossi fasci, anch' essi longitudinali, i quali decorrono esternamente e sono ben visibili anche ad occhio nudo. Uno di essi occupa la linea mediana dorsale, l'altro la ventrale, e gli altri due stanno late- ralmente nella parte media delle faccie laterali. I primi due sono alquanto maggiori dei laterali ed inoltre, mentre questi ultimi sono unici, i primi due sono composti ciascuno di due fasci di eguale grossezza. Ai due lati del fascio mediano dorsale la tunica musco- lare forma, verso il terzo posteriore del primo segmento, due piccoli tubercoletti prominenti all' esterno, dovuti ad un maggiore allontana- mento delle fibre trasverse e longitudinali. I due fasci laterali sono attaccati alla tunica muscolare mercè due grossi fasci, la cui lun- ghezza è circa un terzo dell' altezza del primo segmento. In vicinanza della terminazione del primo segmento del mesen- teron nel secondo , cioè verso la fila media dei cechi , le diverse fibre longitudinali si riuniscono a gruppi di 12 a 18 circa, per pas- sare cosi riunite negli intervalli lasciati fra i diversi cechi che co- stituiscono la fila media del mesenteron. Segmento medio. La regolarità nella disposizione delle fibre muscolari, tanto trasverse , che longitudinali , è caratteristica per il segmento medio del mesenteron. Anche in questo, come nel prece- dente, le fibre trasverse sono assai più numerose e ravvicinate fra Ricerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicorai litofagi. 25 loro delle longitudinali, ma la distanza che intercede tra le fibre trasverse è assai maggiore di quella che vi è nel primo segmento : là infatti le fibre si può dire che sono adiacenti, qui invece tra l'una e l'altra vi è uno spazio di larghezza uguale ed anche maggiore del diametro della fibra stessa. Lungo tutto il loro decorso le fibre trasverse non si conservano dello stesso diametro, ma variano di grossezza a seconda della po- sizione che occupano. Nella parte compresa tra il fascio laterale ed il solco ventrale mediano, sono tutte di piccolo diametro ed uguali fra loro (tav. 1 fig. 13). Invece sulla parete dorsale, compresa tra i due fasci laterali, sono di grossezza alternata (fig. 14), le une mólto fine , le altre di un diametro triplo o quadruplo delle prime ed in- oltre il diametro delle maggiori aumenta sempre dal fascio laterale al dorsale, in corrispondenza del quale raggiungono il maximum della loro grossezza. Lungo la parete laterale inferiore le fibre si conservano semplici, invece nella parete latero-dorsale e dorsale si ramificano mandando brevi rami anastomotici e si riuniscono o le grosse, fra loro o le grosse colle fine, ed i rami hanno grossezza varia- bile, alcuni sono grossi come le fibre originanti, altri sono più fini. Questo ordinamento tipico non è però conservato in tutta l'esten- sione del segmento medio del mesenteron. Verso la parte ante- riore infatti le fibre sono molto ravvicinate e conservano la stessa disposizione che abbiamo veduto esistere nel primo segmento, e le fibre sulla faccia dorsale non sono ingrossate come quelle del restante del secondo segmento. Alla estremità posteriore si trova pure una altra variabilità, cioè le fibre della parete laterale inferiore non sono tutte della stessa grossezza, ma si mostrano come quelle della parte dorsale tipica del segmento, vale a dire fibre grosse alternate con sottili; infine anche in questa estremità si nota ciò che esiste neir altra, cioè che nel limite col terzo segmento sono tutte assai ravvicinate. Le fibre longitudinali si mantengono, come le trasversali, con una grande regolarità nel secondo segmento del mesenteron. Sono piuttosto numerose, parallele fra loro e perpendicolari alle fibre tras- verse; non tutte provengono dal primo segmento, alcune invece hanno origine dai fasci longitudinali principali, ed altre infine, specialmente verso la faccia inferiore, provengono dal terzo segmento. Quelle che provengono dal primo segmento, che, come si è visto, sono riunite a fascetto, per passare negli intervalli lasciati fra i cechi della fila media, entrate nel segmento medio, di nuovo si 26 P- Mingazzini sparpagliano e si dispongono secondo linee rette e parallele fra loro. Al contrario di ciò che avviene per le fibre trasversali, man- tengonsi di ugual diametro in tutto il loro decorso e sono uguali fra loro tanto nella parte dorsale, che nella ventrale o nelle laterali, fatta eccezione però di quelle che vanno a formare il solco mediano ventrale, delle quali sarà trattato in seguito. I fasci longitudinali principali, tranne il ventrale, sono assai più sottili in questo secondo segmento del mesenteron che negli altri due. Alla loro entrata dal primo segmento essi danno molte fibre longitudinali , mentre che verso la parte posteriore , al li- mite nel terzo segmento, ingrossano di nuovo per la confluenza di molte fibre longitudinali della tunica del secondo segmento. Questi grossi fasci principali non sono liberi in tutto il loro decorso, ma invece aderiscono alla tunica muscolare mercè una speciale disposi- zione. Infatti ad intervalli regolari, circa ogni tto o dieci fibre tras- verse, partono corte e grosse fibre, le quali uniscono il fascio e si attac- cano alle fibre della tunica muscolare. Queste fibre di attacco hanno l'estremo, che si inserisce al fascio, assai netto e compatto, e l'altro, che le attacca alla tunica, tutto suddiviso in piccole fibre. Questa ultima connessione è assai più forte che non l'altra, giacché se si tenta di staccare il fascio longitudinale, le fibre di connessione ri- mangono attaccate alla tunica muscolare e non al fascio. Esse sono ricoperte da un sarcolemma il quale le ricopre fino al punto in cui si dividono nelle singole fibrille. Solco ventrale mediano. La maggiore complicazione nella disposizione delle fibre muscolari si trova però nel solco ventrale mediano, localizzato nel segmento medio del mesenteron. Per for- mare questo organo caratteristico vi concorrono le fibre trasverse, le longitudinali ed il fascio longitudinale ventrale (tav. 1 fig. 12). Nella sua massima parte il solco ventrale mediano è costituito nel modo seguente : La parte centrale è provvista di forti muscoli trasversi, i quali non sono distribuiti lungo tutta l'estensione del solco, ma riuniti a fasci di otto a dodici grosse fibre, lasciando tra un fascio e l'altro un intervallo privo di muscoli, di ampiezza uguale, poco superiore, a quella del fascio stesso. La grossezza delle sin- gole fibre componenti il fascio è molto notevole, circa due o tre volte superiore a quella delle fibre trasverse della tunica, in vicinanza immediata del solco ventrale. Ai due lati di questi fasci, i quali hanno la larghezza del solco, stanno due fasci longitudinali, composti di moltissime fibre di pie- Ricerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicorni fitofagi. 27 colo diametro, che decorrono per tutta la lunghezza dell' intiero solco e limitano i fasci trasversi. I fasci trasversi del solco non sono aifatto in relazione diretta colle fibre trasverse della tunica muscolare, invece sono originati dalle fibre longitudinali. Infatti le fibre longitudinali più vicine al solco ventrale, che provengono dal terzo segmento del mesenteron, non de- corrono, come tutte le altre, perpendicolarmente alle fibre trasverse per tutta la loro lunghezza, ma giunte in vicinanza del solco me- diano si ripiegano verso di esso descrivendo una curva regolare. Inoltre non serbano come le altre una grossezza uniforme per tutto il loro decorso, ma a misura che si approssimano al solco ven- trale crescono regolarmente in grossezza. Giunte in vicinanza dei fasci longitudinali del solco, il loro ingrossamento raggiunge il ma- ximum e là subiscono repentinamente una divisione in moltissime fibre. Un gruppo di queste, che si mantiene compatto e che forma quasi una continuazione della fibra primitiva, riprende la direzione longitudinale e si unisce al fascio longitudinale del solco; un altro gruppo invece, suddiviso in molte fibre di piccolo diametro, va a formare, insieme a quelle provenienti dal lato opposto, le fibre del fascio trasverso del solco ; infine un altro, che parte anche più indietro , composto anch' esso di molte fibre suddivise, va ad unirsi colle fibre trasverse del fascio posteriore. Si ha da notare inoltre, che il gruppo indiviso, che si unisce al fascio longitudinale del solco, emette anch' esso un piccolo gruppo di fibre, che va ad unirsi al fascio trasverso anteriore. Cosi da ogni fibra longitudi- nale che va a formare il solco, si hanno quattro gruppi di fibre, uno compatto che si unisce al fascio longitudinale del solco, gli altri tre suddivisi, di cui uno nascente dal compatto che va ad un fascio trasverso del solco e gli altri due che si originano dalla parte più ingrossata della fibra primitiva e che vanno ad unirsi ai due fasci trasversi seguenti; di questi tre gruppi il più potente è il medio (tav. 1 fig. 12). Le fibre trasverse della tunica muscolare, giunte in vicinanza del solco ventrale mediano, si ramificano anche esse, ed alcuni loro rami vanno ad ingrossare le fibre longitudinali che si portano a costituire il solco ed in vicinanza delle quali ha luogo la ramifica- zione. Il resto del gruppo, assai sottile , forma una curva inversa a quella delle fibre longitudinali e finalmente va a terminarsi nel connettivo in vicinanza del solco stesso. A comporre i fasci longitudinali del solco, entra però anche in 28 P- Mingazzini parte il fascio principale longitudinale ventrale, composto, come si è detto, di due metà e che nel secondo segmento in parte rimane esterno ed in parte dà fibre che vanno a costituire una porzione dei fasci longitudinali del solco ventrale. La disposizione or ora descritta non è conservata in tutto il decorso del solco; anch' esso, come la tunica muscolare del secondo segmento, presenta alle due estremità caratteristici ordinamenti di fibre, diversi dal resto. Anteriormente infatti le fibre trasverse del solco non sono riu- nite a fasci, ma si mostrano distribuite uniformemente e assai rav- vicinate le une alle altre. Inoltre non sono più originate, come nel restante, dalle ramificazioni delle fibre longitudinali, invece sono in gran parte continuazione diretta delle fibre tras verse della tunica mus- colare, che in quel tratto si ingrossano. Alla parte estrema del solco non hanno più un decorso trasverso e parallelo ma vanno con- vergendo a V ed entrano anche per un certo tratto nel primo seg- mento del mesenteron, ed anche ivi sono assai ravvicinate e, verso il punto di convergenza, assai ingrossate. Le ultime fibre longitudinali quando sono in vicinanza al solco, verso la parte anteriore, subiscono come le altre l'ingrossa- mento speciale e formano altresì la curva; questa però è piuttosto leggiera, e dopo un breve tratto ripigliano la direzione longitudi- nale. Io credo però che dalla loro parte ingrossata mandino gruppi di fibre a rinforzare le fibre trasverse della terminazione anteriore del solco. Man mano però che le fibre sono più lontane dal solco, la loro curvatura e l'ingrossamento speciale sono minori, finché gradatamente si passa alle fibre longitudinali comuni, fra loro parallele e che non subiscono in alcun tratto né ingrossamento, né curvatura. Verso la estremità posteriore la disposizione é presso a poco simile a quella dell' anteriore; le fibre trasverse anche qui non sono più ordinate a gruppi, ma uniformemente distribuite, e assai ravvi- cinate, ed all' estremità le fibre trasverse del solco sono in diretta continuazione con quelle del restante della tunica. Anche le fibre longitudinali man mano si incurvano in modo minore e non mostrano più l'ispessimento terminale, anzi le ultime vanno poi a confondersi col fascio longitudinale principale del solco. Non vi ha però nella parte posteriore quell' incurvamento a V e quella penetrazione nel terzo segmento delle ultime fibre trasverse del solco. Segmento posteriore. Il terzo segmento del mesenteron Ricerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicorni fitofagi. 29 presenta ima particolare rassomiglianza col primo. Vi si nota cioè, che le fibre trasverse sono assai numerose e ravvicinate, e non offrono punto quella differenza di diametro secondo la posizione ventrale dorsale, e che le fibre longitudinali non sono cosi regolarmente disposte come nel secondo segmento, né cosi parallele. Esse pro- vengono a gruppi dal secondo segmento, passando attraverso gli intervalli lasciati fra l'uno e l'altro ceco glandolare. I fasci longi- tudinali principali divengono più grossi per l'aggiunta di molte fibre longitudinali della tunica del secondo segmento e, giunti verso il limite col proctodaeum, terminano dilatandosi alquanto per l'allonta- namento delle singole fibre. I fasci longitudinali principali possono essere studiati con faci- lità anche ad occhio nudo sui mesenteron preparati intatti, col loro contenuto internamente e conservati nelF alcool. Dal loro studio si deduce: 1°. Che i fasci longitudinali principali, come tutti gli altri della tunica muscolare del mesenteron, non si continuano né allo stomo- daeum, né al proctodaeum, ma sono esclusivi del mesenteron. 2^. Che il fascio longitudinale del dorso è composto di due fasci, i quali sono uguali e si mantengono assai ravvicinati nel primo e nel secondo segmento, mentre nel terzo si divaricano alquanto. S'*. Che i fasci longitudinali laterali, semplici nel loro decorso, si dilatano alquanto nella loro terminazione al proctodaeum e cbe nel primo segmento mostrano un fascio supplementare di lunghezza eguale a circa un terzo della lunghezza del segmento stesso. 4°. Che il fascio ventrale composto come il dorsale di due metà assai separate nel primo segmento, nel secondo segmento non rimane, come gli altri, aderente alla parete del mesenteron, ma se ne mantiene lontano, essendo solo attaccato alla parete del solco ventrale, mercè fibre striate e connettivali e membrane aniste, e ritorna poi ad essere aderente alla parete del mesenteron nel terzo segmento. Per terminare la descrizione della tunica muscolare del mesen- teron di Oryctes non rimane ora a parlare che della parete ante- riore e della tunica dei cechi. La parete terminale anteriore appartiene al primo segmento del mesenteron e lo chiude anteriormente, giacché il diametro del- l'esofago è assai stretto, mentre quello del mesenteron è assai mag- giore, e si mantiene quasi uniforme dalla sua origine alla sua termi- nazione. 30 P- Mingazzini I fasci longitudinali principali si continuano passando attraverso alla prima fila di cechi anche nella parete terminale anteriore. Il dorsale in essa mostra i suoi due fasci assai più divaricati che non nella tunica del primo segmento , però fino alla sua terminazione presso allo stomodaeum mantiene le fibre di cui è composto assai compatte. Diversamente accade dei fasci laterali; essi nel passare che fanno nella parete anteriore, si scindono in gran parte nelle sin- gole fibre e lo stesso fa il fascio ventrale. Pel restante della pa- rete terminale devesi notare , che le fibre trasverse sono disposte a circoli concentrici, sebbene non siano ordinate cosi regolarmente come ne le altre parti del mesenteron; che la distanza frapposta tra Tuna e l'altra è assai maggiore che non in ogni altra parte della tunica delle fibre trasverse del mesenteron stesso. Le fibre longitudinali sono anche assai rade, alcune fra esse sono molto grosse e ramificate, le altre invece hanno lo stesso diametro delle trasverse ; non tutte in- fatti le fibre longitudinali del primo segmento del mesenteron vanno nella parete terminale anteriore, molte si perdono alla base dei fasci longitudinali dei cechi della fila anteriore. Anche in questa parete, ai due lati del fascio longitudinale dorsale, come avviene nel primo segmento, vi sono due borse o pic- coli cechi la cui forma però invece di essere allungata, come in quelle del primo segmento, è rotonda. Queste borse hanno la par- ticolarità di avere la loro parete provvista di pochissimi muscoli, cioè una fibra longitudinale piuttosto grossetta che si ramifica e manda fine fibre trasverse. Tutte le fibre trasverse della parete pas- sano attorno alla base di questi cechi, formandovi una specie di ispessimento od anello muscolare basilare. Tunica muscolare dei cechi. Quelli della fila media e posteriore hanno una tunica muscolare mediocremente sviluppata, costituita da fibre longitudinali e trasverse ^. Si le une che le al- tre, benché distribuite con un certo ordine, sono lungi dal presen- tare quella regolarità che si trova nel resto del mesenteron. I cechi sono ricoperti per tutta la loro lunghezza da fibre musco- lari. Le trasverse sono disposte a gruppi, e tra un gruppo e l'altro vi è uno spazio privo di fibre, di larghezza uguale o poco superiore a quella dei gruppi stessi. Però le fibre che compon- gono questi gruppi, non sono né a distanze regolari, né decorrono 1 Quelli della fila anteriore sono invece solo ricoperti da connettivo, e precisamente dai due strati esterno e medio del mesenteron. Ricerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicorni fitofagi. 31 sempre parallele fra loro, uè sono molto compatte ; auche i gruppi non sono fra loro sempre paralleli, e spesso ima parte del gruppo va a toccare il gruppo inferiore o superiore immediatamente vicino . Ancora meno regolare è la disposizione dei muscoli longitudinali. Pochi sono disposti a gruppi che vanno a terminarsi all' apice ri- tornando poscia dal lato opposto , la più parte invece è costituita da fibre piccole che vanno piuttosto irregolarmente , ma in alcuni casi invece serbano un ordinamento molto regolare. Si le fibre trasverse, che le longitudinali provengono da quelle della tunica del mesenteron ed hanno una identica struttura. Disposizione delle fibre muscolari nella Tropinota. — Segmento anteriore. L'ordinamento delle fibre è assai simile a quello dell' Oryctes. Il primo segmento presenta le fibre trasverse piuttosto grosse e strettamente unite le une alle altre. Lungo tutto il decorso del fascio principale dorsale, la tunica forma lateralmente tanti ripiegamenti trasversi che danno luogo a piccole borse ventri- colari dorsali, mancanti verso il terzo posteriore, ma assai frequenti nei due terzi anteriori, e le maggiori sono situate verso la metà. Esse lateralmente sono limitate dalle due porzioni del fascio dorsale che in questo segmento si divaricano assai. Segmento medio e solco ventrale mediano. Come nel- Y Oryctes il segmento medio della Tropinota presenta le fibre tras- verse a maggior distanza fra loro che non nel primo e nel terzo segmento, e più regolarmente disposte. Mentre però uell' Oryctes le fibre trasverse per un certo tratto laterale-ventrale del loro decorso si mostravano tutte di egual dia- - metro, e solo nella parte dorsale si vedevano fibre grosse e fine alternate, qui nella Tropinota le fibre hanno diversa grossezza, alternativamente, tanto nella faccia dorsale, quanto nella ventrale e laterale. Nella Tropinota si verifica in minor grado l'ingros- samento delle fibre trasverse nella faccia dorsale, e proporzionata- mente in essa s'ingrossano di più le fibre di maggior diametro, che non quelle più fine. Le fibre minori non stanno, come nell' Oryctes, nel centro dell' intervallo lasciato fra due maggiori ma bensì costante- mente più vicine alla fibra maggiore anteriore. Invece alla loro terminazione, in vicinanza del solco ventrale mecliano, le fibre mi- nori non terminano libere, sibbeue vanno ad unirsi con una fibra maggiore, e non con quella a cui stanno più vicine, ma alla opposta, doè alla posteriore. Mercè tale disposizione, le sole grosse fibre 32 P- Mingazzini prendono parte alla costituzione del solco mediano, ed il loro ordi- namento in quel punto è caratteristico, perchè diverso da quello de\- VOryctes (tav. 1 fig. 16). Ciascuna grossa fibra tras versa giunta in vicinanza del solco ventrale, e più propriamente alla parte ingrossata terminale della fibra longitudinale che va a costituire il solco ventrale, si divide in due gruppi di fibre sottili. Uno di questi va ad innestarsi alla parte ingrossata della fibra longitudinale, in corrispondenza della quale finisce la fibra trasversa, mentre l'altro va verso la posteriore; e siccome in ciascuna fibra longitudinale vicina al solco, vanno a terminarsi parecchie fibre trasversali in vicinanza immediata, cosi è spiegato come queste fibre longitudinali siano in così piccolo spazio tanto ingrossate. Anche il solco ventrale mediano di questa specie per la costi- tuzione sua differisce molto da quello dell' Orijctes. Le fibre tras- verse centrali non sono distribuite a fasci lascianti un intervallo molto spazioso tra essi, ma invece sono uniformemente distribuite dapper- tutto (tav. 1 fig. 17). Esse constano di grosse fibre che hanno un diametro molto maggiore di quello di tutte le altre fibre trasverse del resto del mesenteron. Queste fibre tras verse non sono semplici, ma nella loro parte media mandano due rami, uno a destra l'altro a sinistra, assai brevi, di diameti'O minore a quello della fibra origi- nante e l'uno ha una direzione inversa a quella dell' altro. Questi rami vanno ad anastomizzarsi colla rispettiva grossa fibra immedia- tamente adiacente. Neil' intervallo due grosse fibre, che è uguale minore del diametro delle fibre stesse, trovasi inoltre una fibra che ha una dimensione assai minore rispetto alle altre, avendo un diametro trasverso circa V'4 od V5 di quello della fibra maggiore. I fasci longitudinali del solco sono relativamente di una potenza assai maggiore di quelli dell' Oryctes. Tanto essi, quanto le fibre trasverse, hanno origine dalle ramificazioni terminali delle fibre longi- tudinali della tunica muscolare che sono in vicinanza immediata al solco. Le sole differenze che vi hanno tra le fibre longitudinali della tunica che vanno a costituire il solco dell' Oryctes e quelle della Tropinota stanno in ciò che quelle di quest' ultima sono assai più ramificate alla loro terminazione di quelle dell' Oryctes^ e che danno i rami a molte fibre trasverse successive del solco, per un lungo tratto del loro decorso, ed infine che quando sono in vicinanza del solco stesso si ripiegano con una curva minore, ed ingrossano molto meno bruscamente alla loro estremità. Ricerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicorni fitofagi. 33 Analoghe differenze a (jnelle riscontrate nell' Oryctes, si trovano alle due estremità di questo secondo segmento nella Tropinota. Verso la terminazione anteriore le fibre dei solco non sono più alternate per grossezza, né verso la loro parte centrale mandano rami laterali anastomotici colle fibre adiacenti ; sono tutte assai grosse e molto vicine fra loro. Anche le fibre trasverse del restante della tunica all' estremità anteriore si presentano, invece che alternate per grossezza, tutte uguali fra loro e sono piuttosto grosse ed assai ravvi- cinate e le fibre longitudinali mostrano una disposizione assai meno regolare che nel resto della tunica muscolare. Anche in questa specie le fibre trasversali alla terminazione anteriore del solco entrano alquanto nel primo segmento formandovi un arco. Verso l'estremo posteriore, vi è una disposizione quasi analoga a quella dell' anteriore. Le fibre trasverse della tunica sono più ravvicinate ed hanno tutte egual diametro, ma la loro vicinanza è assai minore che non nella parte anteriore. All' ultimo tratto del solco le sue fibre tras verse non decorrono più diritte, ma formano un arco di cerchio, ed all' estremità non sono più originate dalle ramificazioni delle fibre longitudinali, ma si mostrano come la con- tinuazione delle fibre trasverse del restante della tunica del mesen- teron, le quali in quel punto sono più ingrossate. Per le fibre longi- tudinali vale quanto si è detto per XOryctes. Segmento posteriore. La costituzione dell' ultimo segmento si rassomiglia in questa specie, come nell' Oryctes, a quella del primo. Le fibre tras verse sono piuttosto grosse e molto ravvicinate l'una al- l'altra, le longitudinali decorrono irregolarmente, i fasci principali late- rali si fanno più larghi ed alla base si dispongono a ventaglio e lo stesso fa il dorsale. I due fasci del ventrale, assai discosti nel se- condo segmento, si riuniscono nel terzo formando un unico fascio. La parete terminale anteriore ed i cechi glandolari presentano quello stesso ordinamento nella musculatura che si è visto esistere neir Oryctes. A causa della scarsità degli esemplari, non ho potuto preparare la tunica muscolare del meserfteron di Cetonia ; essa però tanto dalla forma generale, quanto dalle sezioni fatte, si mostra simile a quella della Tropinota. Disposizione delle fibre muscolari del mesenteron di An 0)71 al a. Segmento anteriore. Una grande diversità nella costituzione della tunica muscolare si nota invece tra il mesenteron Mittlieilungen a. d. Zoolog. Station zu Neapel. Ed. 9. 3 34 P- Mingazzini dell' Anomala e quello delle specie precedenti. Principalmente per- chè manca la fila media di cechi ed il solco ventrale nel secondo segmento del mesenteron, la tunica muscolare è ridotta a maggiore semplicità. Il primo segmento è riconoscibile per le sue fibre trasverse piuttosto ravvicinate, dappertutto di ugual diametro e non molto re- golarmente ordinate, per le fibre longitudinali anch' esse alquanto irregolarmente disposte e non ben parallele fra loro. Una partico- larità che fa differire questo primo segmento dell' Anomala da quello dell' Oryctes e Tropinota , sta in ciò che esso è notevolmente più lungo di quello delle ultime due specie. Meglio che in ogni altra guisa si scopre nelle preparazioni in toto della tunica muscolare dèi mesenteron di questa specie, che vi è un accenno alla formazione della fila media di cechi nel limite tra il primo ed il secondo segmento. Questa infatti è chiaramente mostrata dalla disposizione delle fibre muscolari le quali, nel luogo ove nelle altre specie sono i cechi, sono assai allontanate fra loro facendo delle curve. Queste mostrano come l'origine dei cechi sia dovuta ad uno allungamento delle fibre della tunica del mesenteron e ad un aumento nella distanza che fra esse intercede. Tra un fascio principale e l'altro si vede l'accenno alla formazione di due cechi. Tra l'uno e l'altro di questi cechi rudimentali, passano molte fibre longitudinali riunite a gruppi, che dal primo vanno al secondo segmento. Segmento medio. Sul principio del segmento medio, pro- prio al limite posteriore dell' accenno delia fila media di cechi, le fibre trasverse sono piuttosto grosse e molto ravvicinate e quelle longitu- dinali vanno prendendo un ordinamento più regolare. Subito dopo si vede che le fibre nella faccia dorsale tendono a disporsi come neir Oryctes^ vale a dire sono di grossezza alternata. Verso la metà posteriore del secondo segmento si vede un ac- cenno alla formazione del solco mediano ventrale (tav. 1 fig. 18). Di questo all' esterno non si vede mai traccia, come accade per i cechi della fila media, e non si sospetterebbe affatto che fosse in stato rudimentale in questa specie, se non si osservasse la tunica musco- lare. Infatti le fibre trasverse non decorrono più in tutta la tunica muscolare in una direzione costante, ma giunte verso la faccia ven- trale fanno una curva che ha la concavità volta posteriormente. Esse sono anche alternativamente di grossezza differente e giunte verso la linea mediana ventrale per un breve tratto diventano più grosse e di nuovo decorrono in senso trasversale. Le maggiori si anastomiz- Ricerche sul canale digerente delle larve dei Laraellicorni litofagi. 35 zano tra loro, per mezzo di brevi rami, nella linea mediana, come quelle del solco mediano della Tropinoia. però il loro diametro non è cosi notevole come in quelle del solco della stessa specie. Anche nella parte mediana ventrale, al contrario di quanto si riscontra nel- XOryctes e nella Tropinofa. decorrono le fibre longitudinali. In vici- nanza della parte mediana pure le fibre longitudinali vicine al rudi- mento del solco si incurvano alquanto, diventano più grosse, ma ben presto ritornano ad esser sottili e riprendono la direzione longitudinale. Al contrario di quanto avveniva nell' Orijctes e nella Tropinoia, il fascio longitudinale ventrale decorre, come il dorsale, sempre aderente per tutta la lunghezza alla parete del segmento medio. Posteriormente all' accenno del solco ventrale, vi è ancora un piccolo tratto del segmento medio, nel quale le fibre trasverse sono piuttosto piccole e descrivono una curva acuta colla convessità volta posteriormente. Infine, verso l'estremità posteriore, le fibre si mo- strano, come neir anteriore, sempre diritte ed hanno nella parte dor- sale un diametro alquanto maggiore di quello della ventrale, e sono alternativamente di grossezza diversa. Segmento posteriore. Al disotto dello sbocco della fila po- steriore di cechi esiste un piccolissimo tratto di mesenteron che rap- presenta il terzo segmento, così sviluppato nelle specie antecedente- mente studiate. In esso le fibre trasverse sono fine, assai ravvi- cinate , specialmente nella parte dorsale. Le fibre longitudinali sono scarse, i fasci principali si dilatano alquanto per terminare al limite col proctodaeum, risolvendosi nelle singole fibre da cui sono costituiti. Lunghezza delle fibre muscolari del mesenteron. Per quel che riguarda le fibre longitudinali, si può dire con sicurezza che esse sono lunghe quanto il mesenteron stesso. Non danno e non ricevono anastomosi e vanno da un' estremità all' altra di questo or- gano mantenendosi sempre indivise. Lo stesso non si può dire per le fibre trasverse le quali giunte al disotto dei fasci principali longi- tudinali e specialmente sotto il dorsale danno numerose ramificazioni e si confondono in quel punto le une colle altre. Del resto nel se- condo segmento delle specie che posseggono il solco ventrale , esse terminano anche in vicinanza a questo. Inoltre ho potuto osservare che sono più lunghe nel primo e terzo segmento di quello che nel secondo, perché nei primi due. in corrispondenza dei fasci longitudi- nali, non si anastomizzano. Costituzione intima delle fibre muscolari del mesen- 36 P- Mingazzini teron. Le fibre sono avvolte da im sarcolemma, e internamente a questo possono esservi pochi e piccoli nuclei. Il contenuto delle fibre ha, anche nelle viventi, una struttura finamente fibrillare e le fibrille decorrono diritte e parallele all' asse longitudinale della fibra stessa (tav. 2 fig. 46). Osservando il tessuto muscolare del mesenteron sì a fresco, che nelle preparazioni fatte con alcool, sublimato, acido picrico, e colo- rate con carminio boracico, picrocarminio ed ematossilina si vede che le fibre, tanto longitudinali, che trasversali, non mostrano la struttura caratteristica delle fibre striate. Nei punti ove le fibre sono rotte, dove cioè trovasi un apice libero, per effetto della contrazione, si mostra una specie di falsa stria- tura verso l'apice stesso (tav. 2 fig. 48). Questa contrazione può essere effettuata anche dall' acqua e dall'acido acetico, e così le fibre tanto per effetto della contrazione naturale, quanto per quella causata dai reagenti si mostrano striate. Le strie però sono grossolane (tav. 2 fig. 49, 50), non sono in direzione costante, anzi spesso nella stessa fibra vanno in direzione inversa, e lasciano fra loro intervalli assai variabili in lar- ghezza. L'aspetto delle diverse zone chiara e scura è anche molto differente da quello delle vere fibre striate, esse sembrano causate da una modificazione interna delle diverse fibrille piuttosto che alla pre- senza di due vere sostanze, una monorifrangente l'altra birifrangente. Manca infine nella zona chiara la stria di Krause. Per queste ra- gioni, sono portato ad ammettere che le fibre del mesenteron non si debbano ritenere come striate. Infine la maggioranza tra esse, cioè quelle a piccolo diametro non presentano neppure questa modifica- zione. Trovasi però un' eccezione, vale a dire nelle fibre tras- verse del solco ventrale di Tropinota e forse in quelle dell' Oryctes che sembrano presentare i caratteri di vere e proprie fibre striate. Anche nella tunica del mesenteron di Anomala le fibre muscolari si presentano in parte striate ; in alcune anzi le strie non sono perpen- dicolari all' asse longitudinale della fibra, ma oblique e sono cosi disposte che, mentre alcune hanno una data direzione, un altro gruppo si presenta inclinato in direzione del tutto opposta, sì che sembra una sorta di striatura spirale della fibra. In tal modo abbiamo nel mesenteron due sorta di fibre le une liscie, le altre striate, ma in maggioranza sono liscie. Fibre muscolari e connettivali del fascio principale ventrale. Per la varietà e singolarità delle forme istiologiche, me- rita una speciale attenzione lo studio del fascio principale ventrale, Kicerche sul canale digerente delle larve dei Lamcllicorni fìtofagi. 37 colle fibre che lo tengono aderente al mesenteron, nelle specie die, come YOrì/ctes, il PliyllognafJius^ la Cetonia e la Tropinota, hanno nel secondo segmento il solco ventrale mediano. Questo fascio , già conosciuto dal De Haan e da lui interpretato come un tendine, è stato poscia affatto trascurato dagli autori recenti che si sono occupati dell' istiologia del canale digerente di queste larve. Esso esiste tanto nelle specie che hanno il solco ventrale, quanto in quelle che, come la Melolontha e \ Anomala ne sono sprov- viste; ma mentre in queste rimane aderente come gli altri alla pa- rete del mesenteron, nelle prime invece nel segmento medio se ne allontana e forma quasi la corda della curva fatta dal mesenteron. Però non rimane libero in tutto il suo decorso, ma di tratto in tratto manda tanto delle fibre muscolari quanto delle fibre e membrane connettivali, le quali lo tengono unito colla parete esterna del solco ventrale. Queste fibre che riuniscono il fascio al mesenteron hanno una costituzione speciale che non assumono in nessun' altra parte di tutto l'intestino. Tra le fibre muscolari sono degne di essere notate quelle le quali, ai loro punti d'inserzione, si dilatano notevolmente, mentre nella loro parte centrale rimangono cilindriche. La terminazione di queste fibre si può chiamare a ventaglio (tav. 3 fig. 63, 64) , perchè le singole fibrille si dispongono, su una sottile membrana connetti vale, a trian- golo, ed hanno l'aspetto di tanto linee divergenti. Il triangolo ha la base al punto d'inserzione e l'apice dalla parte in cui la fibra comincia a diventar cilindrica. La membranella su cui le fibrille sono disposte a linee divergenti non è altro che una dilatazione cosi foggiata della membrana sarcolemmatica. Altre fibre muscolari invece si comportano in modo del tutto differente. Generalmente hanno un diametro assai piccolo, sono provviste di un sarcolemma bene sviluppato, ed hanno anche molti nuclei. Queste fibre (tav. 2 fig. 52) ad un certo punto si biforcano, e nel punto di divergenza i due fasci sono riuniti per un breve tratto d^ una membranella triangolare , nella quale sovente si vedono uno due nuclei nel centro. Talvolta queste fibre sono ridotte appena a due fibrille, che poi nel punto di ramificazione si allontanano l'una dall' altra e per un breve tratto hanno anche la membrana connetti- vale triangolare che le tiene unite'. ' Una forma simile a questa è stata descritta e figurata dal Wagener nella tunica del cuore della larva di Corethra plumicoì-nis. (in : Arch. Mikr. 38 P- Mingazzinì Oltre a questi elementi caratteristici appartenenti al tessuto mu- scolare, ve ne sono altri che devono essere riferiti al tessuto connet- tivo e che anch' essi presentano forme interessanti. Vi sono cioè fasci di fibrille, con nuclei nell' interno posti a di- stanze regolari, ed avvolti da una membrana anista. Le fibrille com- ponenti sono omogenee in tutta la loro lunghezza, prendono poco il colore e sono assai rifrangenti ; non appartengono al tessuto elastico, perchè colla potassa si sciolgono. Esistono inoltre fasci diversamente conformati, ravvolti pure essi da una membrana anista, i quali hanno la figura fusiforme (tav. 2 fig. 57); sono piuttosto ingrossati nella parte centrale dove mostrano uno più nuclei, e dove la membrana anista forma esternamente molte piccole pieghe; alle loro estremità si terminano con un fila- mento lungo, fino e molto rifrangente. Le pieghe formate dalla mem- brana possono essere piuttosto regolari'; però spesso le pieghe di un lato non si incontrano con quelle dell' altro. I nuclei talvolta stanno di lato, sono circondati alle due estremità da un poco di protoplasma (tav. 2 fig. 53—56). Infine si rinvengono altri elementi, che sembrano formati da una sola fibra e si mostrano pure fusiformi (tav. 2 fig. 58). Nella parte centrale ingrossata, vi è un nucleo piuttosto grosso, e tutto il restante del- l'elemento, fin là ove diventa cilindrico ed omogeneo, presenta inter- namente la sostanza che lo compone divisa in tanti piccoli cubetti, di forma e grandezza regolare, decrescenti dalla parte centrale della fibra alla apicale e separati fra loro da un piccolo spazio forse riem- pito da un materiale meno denso e che non prende il colore. Tutti questi elementi di natura connettivale vengono formati da cellule, alcune delle quale piccole, altre assai maggiori, le quali per- sistono anche nella larva adulta per la produzione di nuovi elementi. Le grosse cellule (tav. 3 fig. 59) hanno un nucleo rotondo molto distinto, un corpo protoplasmatico limitato da una membrana, e la forma loro è dapprima cubica, ma in seguito divengono cilin- driche. Il nucleo è ricco di cromatina , il protoplasma mostra assai chiaramente un reticolo, che dalla periferia del nucleo va verso la membrana. Queste cellule spesso sono disposte in serie le une ac- canto alle altre e in ciascuna serie vi sono dai tre quattro cinque più elementi, di cui gli estremi sono modificati, perchè invece di Anat. 10. Bd. Taf. 17 Fig. 4.) In quella però la meinbranella era limitata anche alla base da una fibrilla striata. Ricerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicorni fitofagi. 39 essere di forma eguale agli altri, mostrano l'estremità libera prolun- gata in una punta assai lunga che può terminare libera oppure ana- stomizzarsi all' estremità similmente ristretta della cellula terminale di un" altra serie. Le moditicazioni successive a cui vanno soggetti questi ele- menti sono localizzate principalmente nella membrana. Infatti negli esemplari in cui sono più modificati si scorge, che le loro membrane laterali si sono fuse insieme [tnv. 3 fig. 60, 61) e mostrano una striatura nel senso longitudinale, che fa sembrare come se nella mem- brana si fossero formate fibrille connettive assai rifrangenti. Inter- namente si vedono le cellule, ma il loro protoplasma si mostra assai povero di sostanza reticolare. Le sezioni trasverse (tav. 3 fig. 62) di questi elementi ancor più modificati, mostrano infatti che nella mem- brana si sono formate, a distanze più o meno regolari, delle vere fibrille e che l'interno della cellula, oltre che dal nucleo, è occupato da un liquido chiaro che non prende il colore. Io inclino a credere che questi elementi per trasformazione successiva diano origine ai fasci fusiformi, che ho innanzi descritto, formati nella parte ingros- sata da molte fibrille e terminati da un filamento, che deriverebbe dalla trasformazione della parte sottile della cellula terminale. Gli elementi cellulari minori o darebbero colle successive loro trasformazioni altre forme di connettivo più semplici, come quelle della terza specie che ho descritto più sopra oppure si riunireb- bero fra loro, trasformandosi in fasci di fibrille omogenee di diametro uniforme, per tutta la loro lunghezza. Ma di queste trasformazioni non ho avuto la prova diretta. Connettivo sotto-epiteliale del mesenteron. Il connettivo sotto-epiteliale forma una membrana di un pic- colo spessore tra la tunica muscolare e l'epitelio. E variamente ripiegato, e spesso le pieghe hanno una direzione longitudinale. Nella sua superficie interna presenta sparse in numero maggiore o minore una gran quantità di piccole cellule, a corpo piccolo, ton- deggiante, con nucleo che si colora fortemente, le quali mostrano di propagarsi per divisione diretta. Molte fra esse sono sparse ir- regolarmente su tutta l'estensione interna della membrana, altre in- vece si trovano riunite in ammassi. Queste ultime sono assai accu- mulate in piccole cripte formate da infossamenti della membrana disposte irregolarmente. Queste cripte o, come lo chiamò Sirodot, 40 P- Mingazzini follicoli gastrici, hanno una forma circolare e il connettivo che le limita si mostra più ispessito che altrove, sì che forma una specie di anello intorno al contorno della cripta. Neil' Onjcies e Phylìognathus la parete terminale anteriore pos- siede numerose cripte, piuttosto grossette. Le maggiori però si tro- vano nei due piccoli tubercoli cecali che stanno ai lati del fascio longitudinale dorsale. Il numero delle cellule che trovansi in esse è assai superiore a quello di ogni altra cripta dell' intestino di questa specie; anche il loro diametro è superiore a quello delle altre. Anche nella tunica della parete del primo segmento le cripte si presentano in numero ragguardevole, e molte specialmente stanno nella faccia superiore in vicinanza del fascio longitudinale dorsale: anteriormente sono in numero maggiore che posteriormente. Nel segmento medio le cripte (tav. 1 fig. 15) sono meno numerose di quello' che nel primo e sembrano stare dappertutto. Finalmente nel terzo segmento sono meno numerose che negli altri due, ed hanno anche un diametro minore. Anche nel connettivo dei cechi le cripte si trovano, sono piuttosto grossette ed alquanto numerose. Le cellule, che sono nella superficie interna del connettivo e quelle contenute nelle cripte sono cellule mobili, non fisse nella membrana stessa, perchè strisciando alquanto col pennello bagnato, il tessuto fresco, dopo che si è tolto l'epitelio, esse si distaccano con facilità, tanto dalla superficie del connettivo, quanto dall' intemo delle cripte. La membrana connettivale tanto del primo, che del terzo seg- mento è più spessa e mostra pieghe più ravvicinate e numerose che non nel secondo segmento. Anche nei cechi e nella parete terminale anteriore la membrana connettivale presenta uno spessore più notevole che non nel secondo segmento ; però tanto in questa che in quelli, presenta qualche volta delle modificazioni particolari, simili a quelle che si vedono ai lati del solco ventrale mediano e che danno luogo ad una varietà speciale di tessuto connettivo, che verrà descritto in seguito. Nella Trophwta, si trova quanto è stato descritto nell' Oryctes, ma le cripte hanno dimensioni assai maggiori che non in quest' ul- tima specie e le cellule in esse contenute sono anche assai più grosse e numerose. Esse trovansi come nell' Oryctes anche nella parete del solco ventrale mediano. Invece nell' Anomala sono considerevolmente più piccole ed anche in assai minor numero che non nella Tropinota. Kicerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicorni fitofagi. 41 Sono localizzate specialmente là ove la tunica muscolare mostra l'ac- cenno alla formazione dei cechi della fila media, ed anche dove si mostra il rudimento del solco ventrale mediano. Può sorgere infine il dubbio, se le piccole cellule mobili che tro- vansi sparse in tutta la superficie interna della tunica counettivale non siano i resti delle cellule dell' epitelio del mesenteron lasciate ivi da un' incompleta pulitura del connettivo. Vi sono però due ragioni che si oppongono a tale ipotesi. In primo luogo esse riseontransi unifor- memente, sebbene senza ordine, distribuite in tutta la superficie del connettivo, e se ciò si dovesse ad una incompleta pulitura dell' organo, si dovrebbero trovare qua più scarse, là più abbondanti, a seconda che si ha più o meno pulito nei diversi luogha col pennello ; invece nelle varie preparazioni che io ho fatto, le ho sempre trovate o dapper- tutta scarse o dovunque abbondanti. In secondo luogo poi per la loro •forma non si assomigliano a quelle cellule basamentali che formano la matrice dell' epitelio del mesenteron, ma ricordano molto le cellule del sangue di queste larve, si che sono inclinato a crederle piut- tosto cellule sanguigne della circolazione del mesenteron, che cellule epiteliali. Infine esse mostransi più abbondanti là ove la funzione è maggiore, vale a dire nel solco ventrale mediano e nei cechi. Devesi notare infine che nel solco ventrale mediano, tra i fasci trasversi nell' Onjctes e lungo le fibre del solco nella Tropòiofa, il connettivo è più abbondante che altrove e contiene anche molte fibre, oltre che la membrana omogenea come nel resto. Tessuto mioideo. La presenza di un tessuto connettivo di forma affatto speciale caratterizza il mesenteron delle larve di Oryctes^ Phyllognatlms^ Cetonia e Tropinota. Per analogia questo tessuto dovrebbesi trovare anche nelle larve degli altri Dinastidi [Pentodon, Calicnemis), e fra i Cetoniarì da me non studiati, anche nella larva di Osmoderma^. Per la somiglianza che hanno le sue fibre a quelle del tessuto muscolare stilato ho proposto di dare a questo tessuto il nome di connettivo mioideo. Questo tessuto occupa principalmente la parte ventrale mediana del mesenteron, e, più precisamente, forma i due cordoni ventrali 1 Si può esser certi della presenza di questo tessuto nell' Osmoderma eremita, giacché il suo mesenteron ha una conformazione affatto simile a quello delle larve in cui ho riscontrato questo nuovo tessuto. Come pure si può affer- mare con sicurezza che manca nell' intestino della Melolontha, essendo questo affatto simile a quello di Anomala. 42 P- Mingazzini sui quali poggia l'epitelio, e cosi viene costituito il solco del segmento medio del mesenteron, che trovasi nelle larve di questi generi. La sostanza fondamentale di questo connettivo consta di una massa gelatinosa, trasparente e che rifrange assai fortemente la luce. Essa si scioglie assai bene in una soluzione di potassa al 10^5 ^^^^ acido acetico tanto in soluzione concentrata, quanto nella soluzione dell' 1 ^ . Questa sostanza è assai compatta e difficilmente si lascia penetrare dall' acqua. Le sue proprietà fisiche variano se- condo i differenti generi: così è più rifrangente e più compatta nel- YOryctes e Phyllognathus , di quello che nella Cetonia e nella Tro- pinota. Le fibre, che costituiscono la vera particolarità di questo tessuto, si presentano generalmente striate di trasverso nell' Oryctes e PJnjl- ìognatlms (tav. 2 fig. 34 — 39), ma nella Cetonia e Tropinota non è cosi frequente come nell' Oryctes di trovarle striate, e la striatura è assai meno visibile. La striatura trasversa di queste fibre fa pensare, a prima vista, che esse siano di natura muscolare, ma studiando con attenzione la struttura di questi elementi, si scorge facilmente che essi sono connettivali. Infatti : 1 ^ Esse si sciolgono assai facilmente in una soluzione di potassa o di soda caustica al 10^; coli' acido acetico tanto concentrato, quanto nella sua soluzione all' \%^ dapprima si gonfiano, diventano trasparenti e poi si sciolgono. 2» Esse si trovano comprese in una sostanza jalina, amorfa, come spesso avviene per i tessuti connettivi e mai per le fibre muscolari. 3" Le strie trasverse si prolungano per un tratto maggiore o minore fuori del contorno generale della fibra, talvolta da un sol lato, tal' altra da entrambi tav. 2 fig. 8, 32 e 36) , formando così quasi una frangia più o meno pro- lungata, lungo una parte del suo decorso. 4o Spesso a tratti che si presentano striati si succedono parti intieramente liscie (tav. 2 fig. 32, 36, 37). 50 II diametro di queste fibre non si mantiene più meno costante, come succede nella fibra muscolare, anche gradualmente variabile, ma a parti bruscamente e fortemente rigonfiate succedonsi tratti sottilissimi (tav. 2 fig. 37). 6^ Tali fibre stanno in relazione più o meno intima con cellule connettivali (tav. 2 fig. 32 e 35). 7** Nella zona chiara non si vede traccia di membrana di Krause, né mo- strano affatto la striatura longitudinale e quindi non si risolvono in fibrille primitive. Dal complesso di queste osservazioni si può quindi, con suffi- ciente certezza, stabilire che queste fibre sono di natura connettivale e non muscolare. Ricerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicorni fitofagi. 4)i Le strie trasverse di queste libre presentano, come le strie della fibra muscolare striata, quella particolarità di inversione della lumi- nosità, variando l'altezza del foco del microscopio (tav. 2 fig. 37 a, b). Sembra ])erò che le zone scure non presentino la doppia rifrazione. Queste fibre non sempre decorrono semplici per tutta la loro lunghezza, in molti casi si ramificano (tav. 2 fig, 34, 35, 39) o al loro apice, o lungo il loro decorso. I loro rami possono essere o molto sottili in confronto alla fibra originante, oppure avere un diametro quasi uguale ad essa. Neil' Oryctes e Phyllognathus le fibre che trovansi nella parte centrale della sostanza fondamentale partono da sistemi di fibre assai complessi e che si potrebbero rassomigliare a gabbie i cui spiragli hanno forme irregolari. Queste (tav. 2 fig. 25 — 28, 30, 31) sono for- mate da un intreccio, di varia grandezza e configurazione, di fibre anch' esse striate di variabilissima dimensione. Tra le fibre che compongono la gabbia vi si trova quasi sempre uno o due tratti, assai più rigonfiati degli altri (tav. 2 fig. 30), corti, da cui partono nume- rose e sottili fibrille, alcune delle quali si anastomizzano colle altre fibre che compongono la gabbia, mentre la massima parte di esse rimane libera. Nella Cetonia e Tropinota però, ove il tessuto assume una maggiore semplicità, queste gabbie si trovano assai raramente, ed in luogo di esse trovansi delle cellule connettivali ramificate (tav. 2 fig, 41 — 45), i cui prolungamenti possono essere striati o no e che hanno nel centro un grosso nucleo con sostanza cromatica molto rifrangente. Le fibre che partono, tanto dai sistemi a forma di gabbia, quanto dalle cellule ramificate, in gran parte si anastomizzano con quelle che partono dalle gabbie o dalle cellule vicine e formano cosi una specie di rete di sostegno, compresa nella sostanza fondamentale itav. 2 fig. 30, 42). Ho potuto studiare la costituzione di questo tessuto speciale, da preparazioni a fresco e permanenti di sezioni longitudinali e trasver- sali del mesenteron, colorate con carminio boracico, picrocarminio ed ematossilina. Colle preparazioni a fresco, fatte mettendo sul portaoggetti un po' del connettivo con alcune goccie di acqua e quindi debolmente pre- mendolo col copriogetti, si può studiare assai bene la forma delle gabbie, quella delle fibre ed in ispecie la striatura trasversa; questa, come sovente accade con altri connettivi che mostransi un po' striati di trasverso, apparisce meglio se si fa agire sulle fibre l'acqua, 44 P- Mingazzini mentre si vede meno chiarameute se il preparato è fatto dal semplice tessuto. Vi è anche vantaggio a fare agire una soluzione di iodo sul tessuto fresco ; questo reagente colorisce piuttosto intensamente le fibre coi loro intrecci, mentre lascia la sostanza fondamentale, almeno per un certo tempo, aifatto scolorata. Colle preparazioni permanenti si studia invece la disposizione degli elementi nell interno del tessuto, la costituzione intima delle gabbie e la relazione che il tessuto ha cogli altri strati del me- senteron. Infatti collo studio delle preparazioni permanenti del mesenteron di Oryctes e Phyllognathus si può constatare facilmente, come nello interno di ciascun sistema a forma di gabbia si trova un grosso nucleo (tav. 2 fig. 21—27). Questo si distingue con molta chiarezza perchè si colora facilmente, tanto il suo contorno che è di notevole spessore, quanto la sua cromatina che è abbondante e disposta in una o più masse di varia grossezza. Inoltre, in ispecie nelle sezioni longitudinali, si notano lungo tutto il decorso del cordone counettivale delle cellule di apparenza ameboide (tav. 2 fig. 21), immerse nella sostanza fondamentale, tanto alla sua periferia quanto nel centi'O. Esse hanno un nucleo analogo a quello che si trova nei sistemi a forma di gabbia, un corpo pro- toplasmatico assai voluminoso e prolungamenti più o meno lunghi e ramificati. La natura dei prolungamenti è variabile : talvolta sono costituiti della stessa sostanza del corpo della cellula, come gli pseu- dopodi di un' ameba, altre volte (tav. 2 fig. 29) il loro protoplasma è modificato e somigliano alle fibre già descritte; né è raro il caso di trovare alcune cellule di cui tutto il protoplasma si è modificato in fibre e che forma attorno al nucleo una rete. Anche queste cel- lule stanno in relazione per mezzo dei loro prolungamenti, e talvolta l'unione fra l'una e l'altra è così intima, da essere unite non più mercè i soli prolungamenti ma con tutto il corpo cellulare, e siccome questo sembra, nella massima parte dei casi, sprovvisto di membrana, così formasi un vero sincizio (tav. 2 fig. 21), Siccome si trovano tutti i gradi di passaggio dalla forma primi- tiva dì queste cellule a quella complicata dei sistemi a forma di gabbia, così è ragionevole di ammettere che queste cellule, mentre da un lato coi loro prolungamenti daranno le future fibre striate, dal- l'altro col loro corpo protoplasmatico formeranno i sistemi a forma di gabbia : e ciò tanto più verosimilmente inquantochè troviamo ancora nel centro delle gabbie il nucleo della cellula da cui la gabbia ha Kicerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicorni fitofugi. 45 avuto origine, nucleo che in Ibrnui e dimensione è affatto simile a quello delle cellule ameboidi. Queste considerazioni acquistano inoltre maggiore valore colla comparazione degli elementi di questo tessuto nei vari generi da me studiati. Infatti nei generi Cetonia e Tropmota invece dei sistemi complicati dell' Oryctes si trovano in massima parte le forme primitive, cioè le cellule ramificate più meno dif- ferenziate. A questo proposito farò notare come nel genere Tropinota le sezioni trasverse e longitudinali dei cordoni ventrali del mesente- ron mostrano a confronto dell' Oryctes un numero minore di ele- menti nella sostanza fondamentale. Questi sono meno complicati di quelli dell' Oryctes^ ma più di quelli della Cetonia. Inoltre in quest' ultimo genere oltre che gli elementi assumono una maggiore semplicità che non negli altri due generi, si nota anche una grande scarsezza di essi nella sostanza fondamentale, concchè nelle sezioni trasverse può accadere di trovare dei punti sprovvisti affatto di questi elementi. La disposizione delle fibre di questo connettivo lungo i cordoni ventrali fa vedere la natura della funzione che esso è destinato a compiere. Serve di sostegno ai due rialzi ventrali dell' epitelio. Facendo una sezione longitudinale del mesenteron lungo i cordoni ventrali notiamo nell' Oryctes tav. 2 fig. 22) che le gabbie sono disposte nella parte centrale del cordone e le fibre che ne partono si dirigono generalmente in alto, in basso, cioè verso l'apice e la base del triangolo formato dalla sezione trasversa del cordone stesso. Giunte in alto le fibre non vanno più perpendicolarmente alla superficie dell' epitelio ma decorrono parallelamente ad essa. In basso si ha la stessa disposizione, ma però il numero delle fibre che sta nella parte inferiore basale è molto maggiore di quelle che si trovano nella parte apicale. Questi due sistemi superiore ed infe- riore di fibre non si trovano compresi nella sostanza fondamentale ma al limite di essa, e inoltre le fibre della parte basilare sono molto più grosse di quelle della parte apicale. Siccome tali fibre presen- tano le stesse particolarità dì quelle comprese nella sostanza fonda- mentale, ed anzi sono in dipendenza diretta di quelle, cosi appar- tengono tutte allo stesso tipo di tessuto. Questa disposizione, con poche variazioni è costante nei quattro generi. Il rialzo unico della parte posteriore ventrale del primo segmento del mesenteron di queste stesse specie, come anche i due rialzi del terzo segmento sono formati principalmente da questo tessuto. In 46 P- Mingazzinì essi però, a differenza di quanto succede nei rialzi del solco del se- condo segmento, sono più abbondanti le fibre che la sostanza inter- cellulare. Forme affatto analoghe le ho pure riscontrate nel connet- tivo che ricopre i cechi specialmente gli anteriori, ed anche nella parete anteriore del primo segmento dell' Orijctes e Phyllognathus du- rante l'estate. Io credo che questo tessuto non sia che una trasformazione del connettivo sotto-epiteliale che trovasi tra la tunica muscolare e l'epitelio, giacché ove esso esiste non trovasi al disotto delle cel- lule la lamina cosi rifrangente di connettivo che è presente ovunque altrove, ed anche pel fatto testé notato che in altre parti del meseu- teron il connettivo comune membranaceo può trasformarsi diretta- mente in questa varietà cosi caratteristica. Esso non ha relazione intima colla tunica muscolare, giacché col pennello facilmente si possono staccare i due cordoni che formano i rialzi ventrali ed al disotto si trova la tunica muscolare, la quale preparata col metodo della distensione non si mostra, nel punto ove erano i cordoni, per nulla alterata nell' ordinamento delle sue fibre. Della presenza di questo speciale tessuto, nessuno degli autori che hanno fin qui studiato la costituzione del canale digestivo delle larve dei Lamellicorni pare che siasi accorto. Simroth che ha descritto con molta cura l'intestino della larva di Osmoderma. ne fa semplice- mente un accenno col seguente periodo: »Die Grundsubstanz der Eöhren oder Halbriuneu ist ein dicht längs- und quergerunzeltes Bindegewebe.« Epitelio del mesenteron. Se si taglia un intiero mesenteron funzionante di una larva qualsiasi di Lamellicorni fitofagi, si resta colpiti da un fatto assai notevole, vale a dire che nelle sue varie parti l'epitelio presenta forme assai differenti, variabili di posizione nei vari individui della stessa specie. Mentre si possono trovare in alcune sezioni cellule intere ben limitate, con nucleo assai colorabile, e ripiene di un protoplasma che mostrasi assai attivo, perché si tinge intensamente eolle materie colo- ranti ftav. 2 fig. 20). in altre invece si notano cellule in via di dis- facimento, prive di protoplasma, spesso con una boccuccia alla loro estremità libera e con un nucleo che invece di essere come quello di tutte le cellule normali più colorabile del protoplasma, limane meno colorato del resto della cellula, mostrando l'apparenza di una vescicola Ricerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicorni fitol'agi. 47 vuota quasi tav. 3 fig. 69) . lu altre parti la regressione può essere ancora mag-giore. si possono trovare cioè le cellule completamente rotte, restando aderenti alla parete solamente le esti'emità basilari delle antiche cellule col nucleo assai deformato. Ora tali particolarità non possono essere l'effetto della conser- vazione della preparazione ; prescindendo anche dal fatto che tutte queste variazioni possono trovarsi in uno stesso mesenteron preparato tutto nel modo idÄitico, l'osservazione dell' epitelio a fresco mostra che esse esistono allo stato naturale, giacché preparando su un ve- trino un po' di epitelio preso da un mesenteron allora allora tolto dall' animale vivente, si osservano tanto cellule intiere ben conser- vate, quanto cellule in disfacimento o disfatte e nuclei vuoti o quasi, liberi, provenienti da cellule decomposte. Infine la fissazione con liquidi differenti, come sublimato in soluzione satura o no, sciolto in acqua od in alcool a 90*^, il liquido del Kleinenberg, l'acido cro- mico, il bicromato potassico, l'alcool a 90 o od assoluto, dà risultati identici, per cui tolta di mezzo qualsiasi causa di errore che potesse provenire da reagenti o dalla preparazione, tale polimorfismo doveva trovare la sua spiegazione nel diverso stato di funzionamento delle cellule stesse. Meno nei periodi di muta, che non possono essere presi in con- siderazione nel presente lavoro, ho rinvenuto sempre quest' organo afiatto ripieno di materie alimentari. Il mesenteron è quindi continua- mente in grande attività, per cui io credo che una descrizione esatta dell' epitelio di quest' organo non deve solo limitarsi alle cellule in istato giovanile, ma per corrispondere alla realtà deve abbracciare tutti gli aspetti che esse presentano dall' origine fino al loro dis- facimento completo. Trasformazioni delle cellule. La forma generale delle cellule adulte è essenzialmente cilindrica; sono ripiene da un proto- plasma a granuli assai fini : le loro pareti sono piuttosto sottili meno la superiore od esterna che è costantemente di uno spessore maggiore e coperta generalmente da ciglia. Queste cellule sono assai alte, essendo talvolta cinque o sei volte più alte che larghe. Sono prov- viste di un nucleo sferico od ovoidale, ripieno anch' esso di un ma- teriale omogeneo o molto finamente granuloso, che si tinge assai intensamente colle sostanze coloranti. Il contenuto della cellula può essere od uniformemente distribuito nell' interno ovvero, come più spesso accade, accumulato in maggior quantità verso l'estremità su- periore, e siccome anche il protoplasma si colora alquanto, cosi 48 P- Mingazzini l'estremo superiore della cellula è nella maggior parte dei casi più intensamente colorato che il restante (tav. 3 fig*. 66) . In questo stadio le cellule hanno tutte quasi la stessa altezza o per lo meno le loro pareti superiori sono su una stessa linea ed anche i nuclei, che gene- ralmente si trovano nel terzo inferiore del corpo cellulare, sono posti tutti su una stessa linea nelle diverse cellule. In seguito però col prendere parte (attiva alla secrezione del succo gastrico da esse elaborato, perdono quella regolarità che man- tenevano in uno stato più giovanile. L'estremità libera superiore protuberando non rimane più nella stessa linea di quella delle cellule vicine. Infine forse a causa dell' accumularsi del succo gastrico alla parete superiore, forse per lo strofinio prodotto dalle materie alimentari, od anche per entrambe le cause, la parete esterna si stacca e la cellula mostra in corrispondenza di essa una boccuccia che fa comunicare la sua cavità interna coli' esterno (tav. 3 fig. 70). In queste cellule aperte vanno spesso a fissarsi col loro estremo cefalico, molte piccole Gregarine che si sviluppano nel mesenteron. Anche i nuclei di queste cellule modificate perdono quella regolare disposi- zione che prima avevano, alcuni fra essi si portano più in alto, altri più in basso, e perdono la forma regolare che avevano prima, il loro contenuto è diverso da quello che avevano nelle cellule più giovani : infatti si colorano meno intensamente e mostrano dei granuli piuttosto grossetti e poco colorabili. In una fase ulteriore le cellule mostrano l'intiero corpo poveris- simo di protoplasma fuori però che alla loro estremità superiore dove si trova ancora un poco di succo colorabile ; il nucleo si mostra ancora più regredito e somiglia ad una vescicola incolora, afi'atto vuota con alcune grosse granulazioni che non si coloriscono; tal- volta in esso comparisce un cristalloide speciale. Il nucleo così de- generato può serbare ancora il suo contorno perfettamente rotondo, ma spesso si trova anche irregolarmente sinuoso e raggrinzato (tav. 3 fig. 69). Finalmente coli' ultima trasformazione, queste cellule si mostrano internamente affatto vuote, ed il nucleo non si rivela più se non per il suo contorno. In questo stadio le cellule si rompono al più pic- colo urto e rimane allora attaccata alla parete la soia parte basilare della cellula col nucleo. In queste trasformazioni, non solo il proto- plasma subisce uno stato regressivo, ma pure le pareti laterali delle cellule le quali spesso si fondono tra loro. Cellule di matrice. Che questi fenomeni or ora descritti Ricerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicorni fitofagi. 49 siano completamente normali, è provato anche dai mutamenti che subisce l'epitelio di matrice. Al contrario di quanto avviene nelle altre due parti dell' intestino, l'epitelio del mesenteron è formato da due strati sovrapposti , l'uno superiore assai sviluppato, funzionante, l'altro inferiore, basamentale o di matrice, molto ridotto rispetto al primo. Quando le cellule sovrastanti sono ben vigorose e nella piena attività del loro periodo funzionale, allora le cellule dell' epi- telio di matrice sono piccolissime, si distinguono appena come pic- coli nuclei posti al disopra del connettivo. Cominciando lo stato re- gressivo delle cellule superiori, quelle di matrice si accrescono ed il loro corpo cellulare, che prima non si distingueva, si fa più visibile e si presentano allora come tante piccole cellule cubiche o sferiche adia- centi l'una all' altra (tav. 3 fig. 67). Infine verso gli ultimi stadi di regressione delle cellule superiori, le matrici sono ancora più grosse, hanno un' altezza piuttosto considerevole e diventano cilindriche; i loro nuclei si vedono sempre, come nelle cellule giovani ed in piena vitalità, ripieni di un materiale granuloso che si colora fortemente (tav. 3 fig. 66). Cellule mucose. La funzione delle cellule dell' intestino non si limita solamente a formare del succo gastrico ; viene anche segre- gata una gran quantità di muco, ed è tanta che tutto il materiale con- tenuto nel mesenteron è intieramente avvolto da tale sostanza, sì che anche aprendo il mesenteron si trova conformato a cilindro serbando la forma del lume interno di quest' organo, cilindro che resiste anche un poco all' azione dissolvente dell' acqua. Sebbene non se ne abbia la prova diretta, pure, dopo la descri- zione di Leydig, tutti gli autori hanno ammesso che le cellule segre- ganti muco siano elementi claviformi, rigonfiati verso l'estremità supe- riore, nella quale possono contenere anche uno o più nuclei, benché questi possano anche mancarvi. Questi elementi si trovano sparsi fra le cellule cilindriche ed, a seconda degli esemplari ed anche del tempo in cui vengono esaminati, si trovano più in questa che in quella parte ed in numero maggiore o minore. Essi dapprima molto piccoli si ac- crescono poi in altezza, raggiungono quella delle cellule gastriche, le passano al livello superiore e quindi la parte rigonfiata si stacca dalla basilare. Il distacco avviene per un assottigliamento graduale del peduncolo che tiene unita la parte inferiore alla superiore ; il peduncolo si fa sempre più fino, finché la parte ingrossata che ha la forma di una pera si stacca; una volta libera nella cavità intestinale diventa sferica e finalmente la membrana si scioglie e il contenuto si sparge Mittheilungen a. d. Zoolog. Station zu Neapel. Bd. U. 4 50 P- Mingazzini (tav. 2 fig". 66 e 76). Io non so se a questi elementi si possano ri- portare anche altri che si trovano tra le cellule dell' epitelio cilindrico, di forma sferica e che sembrano poi che siano espulse. Questi ul- timi che si possono riportare a quella varietà denominata dal List ^ »cellule di Leydig« nascono nell' Anomala dalle cellule di matrice, si ingrossano molto più delle altre, assumono una forma sferica, si di- staccano dal luogo ove sono state prodotte, ed insinuandosi fra le cel- lule adulte dell' epitelio del mesenteron, vanno alla superficie e poi sono espulse (tav. 3 fig. 69). Esse dapprima contengono un nucleo a contenuto granuloso, che in seguito si modifica e mostra solo verso la periferia tre o quattro nucleoli di grandezza differente e molto intensamente colorati. Talvolta i nucleoli sono ridotti ad uno, e può accadere che attorno ad esso cristallizzi una sostanza che probabil- mente è di natura protoplasmatica. Anche questi elementi ora con- tengono un nucleo, ora non ne contengono affatto, e nell' Oryctes in un esemplare li ho trovati assai abbondanti tra le cellule cilindriche del solco ventrale mediano, ove sembravano molto più abbondanti, là ove l'epitelio si trova sopra i fasci muscolari o al fondo delle invagi- nazioni, che nelle pareti laterali. Neil' epitelio dei rialzi del solco non se ne trovava traccia alcuna (tav. 3 fig. 65). Follicoli gastrici. Si è già accennato, trattando dello strato connettivale interno, alle cripte glandolar! o follicoli gastrici del SiRODOT. Essi nelle sezioni trasversali appaiono come nidamenti di maggiore o minore dimensione di cellule piuttosto piccole rispetto alle cilindriche (tav. 3 fig. 65), ma generalmente maggiori di quelle della matrice, ed accumulati in punti sparsi irregolarmente lungo tutta l'estensione del mesenteron. Talvolta, come avviene in qualche parte dell' Anomala^ sono completamente ricoperti dal notevole sviluppo delle cellule cilindriche sopragiacenti ; altra volta invece stanno in co- municazione diretta colla cavità del mesenteron, perchè le cellule del- l'epitelio funzionante non sono disposte in uno strato continuo, tutte di cellule della stessa altezza, ma formano dei villi nei quali le cel- lule più alte sono le centrali e le meno alte sono poste più in basso e nel limite inferiore, tra un villo e l'altro, vi è un follicolo. Lo sviluppo delle cellule follicolari varia anche ; alcune volte possono essere assai piccole, altre volte sono di maggior dimensione. Contenuto delle cellule epiteliali. Fra il contenuto delle 1 Über Becherzellen und Leydig'sche Zellen (Schleirazellen). in: Arch. Mikr. Anat. 26. Bd. 1886. p. 543. Taf. 22. Ricerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicorni fitofagi. 51 cellule epiteliali del mesenteron di Orijctes e Phjllognathus devo segnalare ammassi rotondeggianti di corpuscoli clie rifrangono molto la luce, che sono incolori, non prendono il carminio, ma col- Tacido picrico si tingono in giallo e che trovansi accumulati special- mente nelle cellule dei cechi della fila anteriore ed in quelle della parete del primo segmento. I singoli corpuscoli hanno una forma rotonda, altra volta quadrata od anche esagonale e mostrano un doppio contorno più chiaro all' esterno più scuro nelF interno ; questi corpuscoli possono essere od assai piccoli e tutti eguali fra loro, o piuttosto grossetti e mescolati con i piccoli, oppure si possono tro- vare anche piccoli ammassi di corpuscoli piuttosto grossi. Essi sem- brano esser tenuti insieme da una sostanza cementante, perchè anche nelle preparazioni a fresco, ove per rottura delle cellule trova- vansi liberi, si vedevano sempre conservare la loro forma. Sono espulsi dalle cellule e mescolati al succo intestinale, ove si riducono in piccolissime particelle, ed io ho visto che le estremità delle cel- lule, ove sono contenuti si staccano dalla cellula madre e poi vanno nel lume intestinale (tav. 3 fig. 75); là per rottura della mem- brana che li avvolge rimangono liberi e si mescolano col contenuto dell' intestino. Io credo che a queste formazioni si possano riferire quelle concrezioni di cui parla Wertheimer e che egli con dubbio crede che possano essere fermenti figurati. Non ho ragione né per sostenere né per rigettare tale interpretazione; solo io credo che queste materie siano necessarie alla digestione. Si trovano corpu- scoli simili anche nell' Anomala e Tropmota^ ma sono più piccoli di quelli dell' Oryctes e stanno piuttosto sparsi in tutto il mesenteron invece che nel primo segmento e nei cechi della prima fila come avviene in questa specie. Contenuto dei nuclei. — Cristalloidi. Le cellule epite- liali, e specialmente quelle dei rialzi ventrali del mesenteron di Oryctes e Phyllognathus^ presentano alcune volte i loro nuclei sprov- visti di sostanza cromatica, assai dilatati, con un plasma granuloso che col carminio poco si tinge, e nello stesso tempo ogni nucleo con- tiene un elemento figurato di forma alquanto irregolare, che può es- sere classificato fra quelle formazioni di sostanze organiche, denomi- nate comunemente cristalloidi (tav. 3 fig. 71). Questi, da quanto finora risulta dalle mie ricerche, sono prin- cipalmente nei nuclei delle cellule dei rialzi ventrali dell' epitelio, non nelle cellule del solco ventrale e talvolta trovansi in quella parte dell' epitelio adiacente ai rialzi ventrali della parte esterna del solco. 4* 52 P- Mingazzini La forma del cristalloide è generalmente rotonda, appiattita da due lati, sicché può rassomigliarsi ad una piastrina; generalmente presenta un foro di variabile diametro nel centro (tav. 3 fig. 72 e 73). Ha colore bianco giallastro e rifrange la luce assai fortemente, siccbè a prima vista può sembrare una gocciolina di grasso. Però la forma tondeggiante non è costante, giacché spesso i contorni sono più meno lobati, anzi alcune volte vi sono quattro lobi diposti re- golarmente, che formano una specie di croce, altre volte invece si ha una forma bilobata, e siccome i due lobi possono essere uguali e ciascuno può avere un foro nel centro, così ne risulta la figura di un otto. In altri casi ha forma ellissoidale, in altri di una morula e talvolta si presenta a contorni assai irregolari. Per comprender bene la natura di questi cristalloidi, farò intanto notare che si trovano solo nelle cellule molto sviluppate dell' epi- telio intestinale, giammai li ho riscontrati nei nuclei di quelle cellule sottostanti all' epitelio sviluppato e che funzionano da matrice; cioè in altre parole il cristalloide si trova soltanto nelle cellule già vecchie, mai in quelle giovani ancora in periodo di accrescimento. Ho tentato di determinare la costituzione di tali formazioni una serie di reazioni chimiche fatte suU' epitelio fresco posto sopra il vetrino portaoggetti insieme ad in po' d'acqua, e mi sono servito dei reagenti più comuni che si impiegano nella tecnica microscopica. Reazioni chimiche dei cristalloidi del nucleo. Riporto i risultati ottenuti dalle reazioni sui cristalloidi i Oryctes e Phyllo- gnathus. Acido cloridricoi. Prova 1*. I cristalloidi provenivano dall' intestino di un individuo preso da un giorno. L'acido quando è giunto in contatto con essi li scioglie lentamente ed è necessaria una forte quantità di acido per effettuarne la soluzione. Si precipita dapprima il contenuto della cellula e del nucleo e quindi avviene la soluzione del cristalloide. Prova 2a. I cristalloidi furono presi dall' intestino di un altro individuo in condizioni uguali a quelli della prova 1". Si ebbe lo stesso risultato, cioè la soluzione lenta. Prova 3i. I cristalloidi provenivano dall' intestino dello stesso individuo della prova 2^. Il risultato fu identico a quello delle altre due. Acido solforico. Prova 1». Cristalloidi grossi. Soluzione veloce, non appena il reagente giunge con essi in contatto. Prova 2a. Cristalloidi provenienti dall' intestino di un piccolo individuo • Una soluzione assai diluita di quest' acido, come quella che si usa per scolorare i preparati tinti con carminio boracico, lascia affatto fnalterati questi cristalloidi. Kicerche sul can.ale digerente delle larve dei Lamellicorni litofagi. 53 di lunghezza cm 3.35 tenuto a digiuno per circa 15 giorni. La larva si trovava priva o quasi di tessuto adiposo. Il reagente, non appena giunge in contatto coi cristalloidi, li scioglie. Alcuni di essi sono sciolti piuttosto lentamente e perdono prima la loro opacità e dopo un certo tempo non si vedono più. Prova 3». Ciàstalloidi provenienti da un individuo diverso di quello della prova precedente e di corporatura più grossa. Anche esso era stato tenuto per 15 giorni a digiuno e lo stomaco si trovava pieno di terra. L'acido, non appena giunge in contatto coi cristalloidi, li scioglie. Prova 4a. Cristalloidi provenienti da un altro individuo e molto più grossi di quelli delle prove precedenti; sono prontamente sciolti dall' acido. Acido nitrico. Prova 1». Solubilità istantanea dei cristalloidi, quando il reagente è giunto in contatto con essi. I nuclei sono deformati da questo reagettte ed in essi formasi un precipitato. Gli indivìdui di questa e delle prove seguenti erano stati presi e temiti senza cibo da 15 giorni. Prova 2». Cristalloidi assai più grandi di quelli della prova precedente. Solubilità istantanea. Prova 3\ Cristalloidi assai maggiori di quelli delle prove precedenti. Iden- tico risultato. Altre tre prove dettero risultati identici alle precedenti. Acido cromico (in soluzione dell' 1%). Prova 1^. Larva pìccola lunga cm 3"; 20 presa da due giorni. Il tessato adiposo era poco abbondante. I cri- stalloidi si trovavano grandi e molto numerosi. L'acido non li scioglie. Prova 2a. Cristalloidi grossi provenienti dall' intestino dello stesso in- dividuo della prova precedente. Il risultato è stato identico a quello della prova 1^. Prova 3a. I cristalloidi non si sciolgono, quando vengono in contatto col- Tacido. Dopo due giorni che i nuclei sono tenuti nell' acido si trovano i cristal- loidi colorati in giallo nerastro ma punto alterati nella forma. Prova 4^. Cristalloidi grossi tolti dall' intestino di un individuo preso da quattro giorni. A contatto coli' acido sì fanno giallastri; dopo alcuni giorni sono di un colore bruno giallastro ma conservano la forma primitiva inalterata. Acido iperosmico (in soluzione air IO/q). Prova 1». Cristalloidi grossi presi da un individuo bene sviluppato lungo cm 4.70. Non vengono sciolti, ma sì tingono in bruno giallastro come le goccioline di grasso che trovansi sparse nella preparazione. Prova 2\ Altri cristalloidi dello stesso individuo vengono posti nella solu- zione dell' acido. Sono tinti in bruno giallastro. Dopo 48 ore si presentavano più colorati ma la forma rimaneva inalterata. Acido formico (di psso specifico 1.20). Prova 1^. Cristalloidi prove- nienti da un individuo lungo cm 4.35. La solubilità è istantanea. Prova 2a. Cristalloidi pìccoli. Soluzione istantanea, quando il reattivo giunge in contatto con essi. Prova 3a. Cristalloidi dì media grossezza. L'elFetto dell' acido sì fa sentire prima sul protoplasma della cellula producendovi un precipitato e poi si ha la soluzione del cristalloide. Acido acetico. Prova 1». Cristalloidi molto grossi provenienti dall' in- testino di una larva lunga cm 4.50. Si ha una soluzione lenta, quando il re- attivo giunge in contatto. Prova 2=1. Altri cristalloidi del medesimo indivìduo della prova precedente. 54 P- Mingazziüi La soluzione avviene assai lentamente e l'eflfetto dell' acido si fa sentire prima per un certo tempo sul protoplasma cellulare e nucleare e quindi avviene la so- luzione del cristalloide. Prova 3». Cristalloidi di grossezza media provenienti da un individuo lungo 5 cm. In contatto coli' acido si sciolgono prontamente. Altre tre prove fatte collo stesso reagente dettero lo stesso risultato. Acido ossalico. Tre prove fatte con una soluzione al 0.5 o/o dettero un risultato negativo, anche dopo che i cristalloidi furono tenuti per 19 ore nel reagente. Le quattro prove seguenti sono fatte colla soluzione satura. Prova 1^. Cristalloidi piccoli. Si sciolgono lentamente. Prova 2^. Cristalloidi provenienti da un individuo preso da quattro giorni. La soluzione è stata rapida. Prova 'i^. Cristalloidi grossi. Sono sciolti rapidamente dal reattivo. Prova 4. Risultato identico alle precedenti prove. Acido picrico sciolto in alcool assoluto in soluzione satura. Non si sciolgono. Potassa caustica (soluzione al 10%). Prova 1^. Cristalloidi grossi che si sciolgono rapidamente. Prova 2a. Cristalloidi di media grossezza. Soluzione istantanea. Prova 3a. Risultato identico a quello delle prove precedenti. Soda caustica (soluzione al 10 o/o). Prova 1». Cristalloidi piccoli pro- venienti da un individuo preso da quattro giorni. Soluzione rapida. Prova 2a. Cristalloidi grossi provenienti da un individuo allora preso. Soluzione lenta. Prova 3». Cristalloidi provenienti dallo stesso individuo della prova 2^. Soluzione lenta. Ammoniaca. Prova 1^. Cristalloidi provenienti da un individuo lungo cm 4. Si sciolgono assai lentamente, quando il reattivo giunge a contatto con essi. Prova 2a. Cristalloidi grossi che si sciolgono assai lentamente, quando il liquido ammoniacale giunge a contatto con essi. Prova 3=1. Cristalloidi di media grossezza. Soluzione lenta, quando il re- attivo giunge a contatto con essi. Carbonato di soda (soluzione al IOO/q). I cristalloidi non si sciolgono in questo reattivo neppure dopo 16 ore che vi sono stati immersi. Acetato di potassa. I cristalloidi non si sciolgono neppure dopo una azione prolungata di 11 ore. Il cloroformio non scioglie i cristalloidi né quando sono nelle cellule viventi, né quando il tessuto è stato fissato con sublimato. Due prove eseguite sulla sostanza vivente in cui fu fatto agire il cloro- formio, una volta includendo le cellule in questo liquido, un' altra volta mettendo il cloroformio nella sostanza già inclusa in acqua, dettero un risultato negativo. L'alcool a vari gradi di idratazione, nonché l'anidro ha come il cloroformio una azione affatto negativa, anche fatto agire per vari giorni. Ricerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicorni fitofagi. 55 Auclie l'acqua distillata, tenuta ad agire per circa 24 ore, li ha lasciati inalterati. Il calore fino a 60", come anche l'azione della paraffina, hanno avuto un identico efi'etto negativo. Lo iodio fatto agire sulla sostanza vivente, mentre colorava punto poco la sostanza protoplasmatica delle cellule e dei nuclei, colorava intensamente i cristalloidi in giallo bruno. Questi cristalloidi sono formati a spese della sostanza nucleare, giacché coli' azione dell' acqua e dello iodio sulla sostanza vivente si vede che essi sono in dipendenza del contenuto del nucleo. Trattati colle sostanze coloranti, come ad esempio il carminio boracico, prendono pochissimo o punto colore. Se si paragona il modo di comportarsi di questi cristalloidi coi vari reagenti con quello dei cristalloidi esagonali trovati da Frenzel nel mesenteron della larva del Tenehrio molitore ^ si troverà che essi hanno un' analogia indiscutibile fra loro. Del resto egli accenna in una nota che cristalloidi simili aveva ritrovato anche nelle larve di La- mellicorni (Engerlinge) ^ e le mie ricerche confermano la sua osser- vazione. Dal complesso delle reazioni si può escludere assolutamente che si tratti di un corpo grasso che possa avere assunta una forma, cri- stallina; è quindi probabile che possa essere sostanza protoplasma- tica. Riesce difficile di ammettere che questo corpuscolo serva in qualsiasi modo ai processi digestivi, giacché altrimenti esso non an- drebbe a formarsi nel nucleo, ma bensì nella cellula, la quale come abbiamo visto, espelle talvolta una parte di se stessa sotto forma di un globulo. Trovandosi questi cristalloidi nelle cellule quasi affatto vuote di sostanza protoplasmatica io penso che debbasi dare ad essi il significato di una forma speciale di degenerazione della sostanza nucleare. Rinnovamento dell' epitelio. Un modo molto caratteristico di rinnovamento dell' epitelio, l'ho trovato bene sviluppato nel mesenteron di Tropinota ed accennato un poco anche in quello di Phyllogjiathus; esso consiste nella espulsione di un gruppo di mag- giore minor dimensione di cellule del mesenteron operata non dalle 1 Per potere istituire il confronto, ho adoperato gli stessi reagenti usati nelle ricerche microchimiche dal Frenzel. Ved: Über Bau und Thätigkeit des Verdauungscunals der Larve des Tenehrio molitor. in: Berlin. Ent. Zeit. 20. Bd. 1882 pag. 267—313. Taf. 5. 2 1, e. pag. 276. 56 P. Mingazzini cellule matrici sottostanti ma dalle circonvicine. L'espulsione avviene nel modo seguente : il gruppo di cellule clie deve essere espulso comincia dapprima a distaccarsi come un pezzo solo dalla sua parte basilare : in seguito viene sollevato al difuori e successivamente si stacca dal resto dell' epitelio e va a mescolarsi al contenuto intestinale. Di simili gruppi di cellule ne ho trovati parecchi, quali più, quali meno distac- cati, e man mano che l'allontanamento procede i singoli elementi vieppiù si decompongono. In un mesenteron di Tropinota, che forse si trovava nello stadio di muta, perchè completamente privo di ali- mento, ma solo ripieno di un liquido albuminoso, ho rinvenuto nel- l'interna cavità del mesenteron una intiera falda con tunica mus- colare, counettivale ed epiteliare di mesenteron, che sembrava un avanzo di un mesenteron primitivo e che certo non era affatto in relazione colla parete attuale del mesenteron della larva. Questo fatto conduce a pensare che nei periodi di muta, non solo si cambi il tegumento esterno delle larve, ma che forse si rinnovelli anche rintiero mesenteron i. In ogni modo i lembi di epitelio una volta espulsi sono sostituiti dall' accrescimento delle cellule adulte adiacenti e non dalle cellule di matrice, perchè queste quando si vede il lembo distaccato per es- sere, espulso, non mostrano di essere in via dì accrescimento per sostituire quelle che sono già staccate. Neil' Oryctes e nell' Anomala invece il rinnovamento avviene per il consumo dell' epitelio soprastante e per il contemporaneo ac- crescimento delle cellule di matrice. Il vecchio epitelio si distacca e dapprima è la parte superiore della cellula fino al nucleo che su- bisce la decomposizione, in seguito è il nucleo colla porzione basi- lare delle cellule primitive che viene portata via ; ma questa ultima })OTzione rimane sempre per lungo tempo e forse funziona da strato protettivo alle cellule giovani sottostanti durante il loro accrescimento, le quali sarebbero danneggiate dall' immediato contatto colle materie alimentari. Succo gastrico. Le mie ricerche sulla natura del succo in- testinale di queste larve hanno, confermato pienamente quanto fin 1 Questo fatto si accorderebbe in parte con quanto accade per lo stesso organo durante i mutamenti che avvengono nello stadio di crisalide. Ved. a questo riguardo D. Casagrande, Sulle trasformazioni che subisce il sistema digerente dei Lepidotteri etc. in: Bull. Soc. Ent. Ital. Anno 19. 1888 pag. 323 —332 tav. 8—10. Ricerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicorni litofagi. 57 dal 1877 aveva stabilito il Plateau*, cioè che la reazione del succo g-astrico della larva di Oryctes ?iasicorms, come quella degli altri Lamellicorni fitofagi, è alcalina. Ho ripetuto colla carta di torna- sole le esperienze da lui eseguite, tanto sul contenuto intestinale, quanto sulla parete epiteliale lavata rapidamente con acqua distil- lata, e sempre ho ottenuto una franca reazione alcalina. Una osservazione biologica mi permette altresì di supporre che la natura del succo dei cechi della fila anteriore e quella del primo segmento del mesenteron uell' Oryctes e PhìjUognathus sia alquanto diversa da quella del resto del mesenteron. Come è noto, vivono nel tubo digerente delle larve dei Lamelli- corni molte specie di Gregariue, le quali però non si trovano inde- terminatamente nelle varie parti dell' intestino, ma per quante larve io abbia aperte non ho potuto riscontrarle che nel mesenteron. Ebbene una specie di Gregarina, che io non so se ancora sia stata descritta, la cui lunghezza può raggiungere ed anche sorpassare un centimetro e che vive nel mesenteron dell' Oryctes e Phyllognathus^ si trova costantemente nel primo segmento e mai negli altri. Forse la natura del succo, forse il suo grado di alcalinità, ivi maggiore, le permette di vivere soltanto in esso. Altre specie di Gregarine che vivono nel mesenteron di Anomala e Tropinota si trovano invece quasi indifferentemente per tutta l'esten- sione del mesenteron. É da supporsi in questo secondo caso che queste altre specie siano meno sensibili alle diversità del succo, ovvero si ha da pensare che in queste due ultime larve le funzioni digestive siano meno specializzate che non nell' Oryctes e Phyllo- gnathus e diano un secreto analogo dappertutto? A tale questione non saprei dar risposta. È certo però che le diverse specie di parassiti possono essere una guida abbastanza sicura a definire la natura del succo digestivo e le sue modificazioni lungo l'intestino. Dopo di aver tenuto a digiuno per circa trenta giorni una larva di Phyllognathus^ il suo intestino era ripieno solamente di terra e siccome questa non modificava la natura del succo segregato dal mesenteron, così esso passava inal- terato nel sacco. In questo trovai numerosissime Gregarine le quali normalmente non vi si rinvengono mai. Aggiungo che la presenza quasi costante nel sacco di varie 1 Note additionnelle sur les phénomènes de la digestion chez les insectes. in: Bull. Acad. Belg. (2) Tome 44. 1877. 27 pagg. 58 P. Mingazzìni specie di Anguillulidae. che mancano costantemente nel mesenteron e nelle altre parti dell' intestino, permette di supporvi un contenuto diverso da quello delle altre parti. Infatti ivi l'alimento è già mo- dificato dal succo gastrico e pronto ad essere assorbito e forse l'al- calinità assai franca del contenuto del mesenteron non permette alle Anguillule di vivervi. [Ricerche antecedenti sul mesenteron. Uno studio assai completo dell' istiologia e fisiologia del mesen- teron di Orijctes nasicornis è stato fatto dal Sirodot; egli accennò alla mancanza di fibre muscolari nella tunica dei cechi della prima fila; volle stabilire una differenza tra le cellule dei cechi della prima fila e quelle della parete del mesenteron, facendo vedere come le prime contengono nel loro interno assai frequentemente delle goccioline di grasso, che mancano intieramente in quelle del resto del mesenteron. È probabile che egli abbia confuso con globuli di grasso quelle con- crezioni che prima Wertheimer ha dimostrato, ed in seguito io ho potuto rivedere tanto nelle cellule dei cechi della prima fila, quanto in quelle del segmento anteriore del mesenteron della stessa specie. Infatti egli dice che «La graisse, lorsqu' elle existe, s'y trouve soit à l'état de gouttelettes, soit à l'état de concretions«. Egli ha distinto nello stomaco due specie dì glandole: quelle a pepsina costituite dai follicoli gastrici e quelle mucose che sono i tubi della prima fila; ma le prove chimiche da lui date per dimostrare sì l'una che l'altra secrezione mi sembrano insufficienti e d'altronde nel corso del presente lavoro si è visto che tutte le cellule della parete del mesenteron prendono parte alla secrezione. Infine, basandosi sulla presenza del fosfato acido dì soda in so- luzione nel succo segregato dai cechi, egli venne alla conclusione che il succo gastrico della larva di Onjctes nasicornis doveva avere reazione acida; invece. le esperienze di Plateau che io ho potuto confermare, dimostrano che la reazione di questo succo è franca- mente alcalina, come avviene in tutti gli insetti erbivori. SiMROTH ha tentato di dare una descrizione della disposizione delle fibre muscolari del solco di Osmoderma^ però senza riuscirvi totalmente, ed io credo, perchè egli voleva farne la ricostruzione solo coir aiuto delle sezioni e dopo alcuni particolari dice : »Leider gelang es mir nicht, über ihren Bau völlig ins Klare zu kommen«. In ge- nerale la sua descrizione non si riferisce all' istiologia e per l'ana- tomia ammette che il solco normalmente sia chiuso dai suoi rialzi Kicerche sul canale digerente delle larve dei Laraellicorni litofagi. 59 che combaciano e non mostrasi aperto che alla sua parte anteriore e posteriore. Inline mostrasi incerto a determinare se il mesenteron abbia una cuticola interna chitinosa oppure di altra natura. Dalla descrizione di Lidth de Jeude del mesenteron nulla apprendiamo che ci possa dare maggiori ragguagli sulla sua costi- tuzione nelle tre larve da lui studiate; egli accenna solo alla pre- senza di cellule cilindriche con ciglia ed ai follicoli gastrici. Teoria di Simroth e Lidth de Jeude. Tanto Simroth, quanto Lidth de Jeude hanno in questi ultimi tempi rimesso in campo, collo studio delle larve dei Lamellicorni litofagi, l'antica teoria già sostenuta dallo Strauss Dürckheim^ e dal Leydig^, se- condo la quale due dei vasi malpighiani avrebbero funzione epatica e due funzione renale. Questi autori, senza dare alcuna prova della secrezione biliare, hanno ammesso che i due vasi che sboccano adiacenti nella parte ventrale mediana siano quelli che emettono la bile, mentre quelli che sboccano lateralmente siano quelli che danno una secrezione urinaria. E Simroth anzi aveva supposto che il solco ventrale mediano che si trova nella larva di Osmoderma, ser- visse a trasportare anteriormente il secreto dei due vasi malpighiani mediani, mentre poi il Lidth de Jeude, trovando ehe il mesenteron della larva di Melolontha non presentava traccia di solco ventrale, modificò, quanto aveva detto il Simroth ed ammise che il trasporto del succo biliare si facesse mercè le ciglia vibratili da cui sono rico- perte le cellule del mesenteron. La teoria era fondata sul fatto della disposizione interna del mesenteron là ove esso termina col procto- daeum, e precisamente nella parte ventrale del terzo segmento. In questa, nelle specie provviste di un solco ventrale, vi sono due rialzi più meno grandi (tav. 3 fig. 79 e 81) i quali secondo questi autori dovevano servire a trasportare il succo dei due vasi ventrali di Malpighi nel secondo segmento. Ma esaminando la loro disposizione si vede che la teoria non è sostenibile, perchè il secondo segmento nella sua terminazione col terzo è rialzato e forma una specie di protuberanza che impedirebbe al succo di entrare nel solco ven- trale. Considerando che anche il primo segmento nella sua termina- zione verso il secondo mostra una disposizione anatomica caratteri- stica, nelle specie provviste di solco ventrale (tav. 3 fig. 80), io 1 Considérations générales sur l'anatomie comparée des animaux articulés. Strasbourg 1828. pag. 268—274. - Zur Anatomie der Insecten. in: Arch. Anat. Phys. 1859. pag. 158 — 160. 60 P- Mingazzini penso che queste disposizioni del primo e del terzo segmento non siano altro che formazioni accessorie causate dalla differenziazione della parte ventrale del secondo segmento per la formazione del solco mediano ventrale. Questa teoria se presentava qualche probabilità era, perchè si fondava sul fatto di una diversità di conformazione delle due paia di vasi malpighiani nell' insetto perfetto dei Lamellicorni, ma anche ivi fu dimostrato prima dal Sirodot e dal Kölliker', poi dal Plateau 2 ed infine dallo Schindler 3, che la diversità di struttura non portava di conseguenza diversità di secrezione e che tanto l'una forma di vasi, quanto l'altra mostravano nel loro interno prodotti di secrezione urinaria e non prodotti di secrezione biliare, e lo Schindler, nel suo lavoro generale sui vasi malpighiani degli insetti, provava come essi siano solamente organi urinarì. Ma lasciando anche d:: parte queste considerazioni, nelle larve dei Lamellicorni tanto meno potevasi invocare la teoria di Dürck- heim e di Leydig, in quanto che in esse non vi è quel dimorfismo che si nota nell insetto adulto, dove due vasi sono perfettamente cilindrici e gli altri due sono variamente ramificati ad anse, mentre nelle larve tutti e quattro sono cilindrici e presentano lo stesso aspetto esterno e solamente diversificano un poco per la forma delle cellule. Convinto da quanto unanimamente tanti istiologi hanno dimo- strato colle prove chimiche (che sono le più sicure), ho considerato i vasi di Malpighi come organi urinarì e non ho creduto perciò di comprendere nel presente studio la loro costituzione e funzione. Voglio soltanto far qui notare come i vasi malpighiani di queste larve, per il loro contenuto, costituiscano un eccezione alla legge for- mulata dal Sirodot. Questo autore infatti stabiliva che la quantità di materie solide contenute nel lume dei vasi malpighiani è in ragione diretta sia delle abitudini sedentarie, sia della attività crepuscolare e notturna degli insetti perfetti e delle loro larve, facendo vedere come esse non si trovano, sono assai rare, negli insetti ed diurni a movimenti assai vivaci, mentre sono abbondantissime negli insetti 1 Zur feineren Anatomie der Insecten. in : Verh. Physik. Med. Ges. Würz- burg 3. Bd. 1857. pag. 225. 2 Eecherches sur les phénomènes de la digestion chez les Insectes. in : Mém. Acad. Belg. Tome 41. 1874. 124 pgg. 3 PI. 3 Beiträge zur Kenntnis der Malpighi'schen Gefäße der Insecten. in: Zeit. Wiss. Z. 30. Bd. 1878. pag. 587—660. Taf. 38—40. Ricerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicorni fitofagi. 61 a movimenti leuti o nei notturni. Ed inoltre dimostrava che, obbli- gando un insetto assai attivo a restare immobile o quasi per parecchio tempo, i suoi vasi malpighiani si riempivano tosto di concrezioni solide di urati alcalini. Partendo da questa legge si doveva supporre che le larve dei Lamellicorni fitofagi, delle cui abitudini sedentarie nessuno potrà dubitare, mostrassero nel loro interno una gran quantità di urati al- calini, come si trovano nei vasi dei loro insetti perfetti o di altre larve appartenenti a Lepidotteri. Io invece li ho trovati completa- mente vuoti di tali materie, non solo lungo il loro decorso, ma anche alla loro terminazione, ove in regola generale si trovano in maggior quantità che non nel resto accumulati i prodotti di secrezione del- l'intiero vaso. Né basta ciò; ma il loro trattamento a fresco con acido acetico o cloridico, che nell' insetto perfetto produce subito un precipitato abbondante di acido urico cristallizzato, non mi ha sve- lato in essi la presenza di acido urico. Forse ciò dipende dalla grande strettezza del loro lume interno, giacché anche il Sirodot non é stato abile ad ottenere dei depositi di acido urico dai vasi malpighiani dei grilli, anche dopo forzato ri- poso, ed anzi fa notare come anche i due vasi più stretti della Melolontha e dell' Oryctes non contengono che eccezionalmente dei depositi di urati. Ho voluto in ogni modo indicare questa eccezione per mostrare che la legge della presenza di urati ed altri prodotti di secrezione dei vasi di Malpighi non é forse cosi semplice come il Sirodot la formulava, ma deve essere in relazione con molte altre cause ancora non bene studiate. Il Weetheimer ritiene che i cechi non diano una secrezione diversa da quella del resto del mesenteron, e mi sembra con ragione, perché ancora né le ricerche istiologiche, né le fisiologiche ci autorizzano a supporre tale differenza. Egli ammette che l'epitelio sia formato da cellule claviformi ed oltre a queste ne descrive altre che secernono, emettendo le estremità rigonfie, che strozzandosi si distaccano dal restante della cellula e si mescolano col contenuto intestinale. Infine è di parere che le cellule del mesenteron siano ricoperte da ciglia. Mi sembra però che egli si inganni, quando crede che quei grossi corpi di color giallo bruno con una membrana che li inviluppa, i quali si trovano nel contenuto intestinale, siano Alghe parassite; queste io non ho mai trovate, ma invece ho rinvenuto quasi costan- temente delle Gregarine, e può essere che quelle spore che egli ha 62 P- Mingazzini rinvenute intatte nel proctodaeum siano le pseudonavicelle di queste, le quali, non intaccate dal succo intestinale, passano liberamente nel terreno ove forse si sviluppano. Certo si è che molti autori, anche antichi, hanno menzionato Gregarine viventi nel tubo digerente di queste larve, ma, a mia conoscenza, nessuno vi ha rinvenuto Alghe parassite. Le Gregarine grosse non sono aderenti al tessuto del mesenteron, ma vivono o dei succhi da esso segregati o di parte delle materie dalla larva ingerite; e le Gregarine giovani si intromettono colle loro estremità cefaliche nelle boccuccie delle cellule caliciformi del- l'intestino di queste larve e sì nutrono del loro contenuto. Proctodaeum. Metodi di preparazione. Dopo di avere tolto l'intiero in- testino all' animale, lo tagliavo sul mesenteron un poco al disopra dell' inserzione dei vasi malpighiani; isolato in tal modo il proctodaeum dal resto, lo aprivo longitudinalmente per toglier via il contenuto specialmente dal sacco, dal retto e dalla parte imbutiforme del tenue. La parte cilindrica del tenue veniva lasciata intatta e lo stesso facevo per il retto, se non conteneva grossi accumuli di materie stercorali. Il sacco contiene sempre una quantità enorme di materie alimen- tari vegetali, frammiste a molta terra e ad un certo numero di An- guillule parassite. Sarebbe impossibile o quasi di poter fare sezioni di questa parte dell' intestino, senza togliere via il contenuto e si ro- vinerebbe il rasoio del microtomo, senza ottenere buoni risultati. Né bastava soltanto aprire il sacco per farne uscire il conte- nuto ; era anche necessario, per vedere bene la superficie della chi- tina e le produzioni varie di essa, pulirla con un piccolo pennello bagnato con acqua e sti'isciarlo su essa, finché l'acqua che ne co- lava non si presentava limpida. Con questo metodo soltanto si può sperare di vedere la forma e la costituzione delle produzioni chitinose che vi sono elevate, giacché altrimenti sembreranno grossi accumuli di materie alimentari. Il taglio longitudinale lo prati- cavo nella parte laterale, specialmente nel sacco, per lasciare in- tatta le superficie superiore ed inferiore, le quali sempre presen- tano particolarità degne di essere studiate. Le altre particolarità delle pareti laterali si potevano studiar bene dal lato non tagliato. Per la ricerca ho usato la colorazione mediante il carminio bora- cico, il picrocarminio e l'ematossilina, ed il metodo delle sezioni Ricerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicorni fitotagi. 63 in serie. Oltre a questo però mi sono servito, per conoscere bene la topografia, anche dei preparati in toto fatti distendendo su un portaoggetti un sacco o la metà di esso, antecedentemente ben pu- lito neir interno col pennello. Ricoprivo quindi con un altro porta- oggetti uguale la preparazione e legavo insieme i due portaoggetti. Il sacco in tal modo compresso era fissato, indurito e colorato coi me- todi ordinari. Per rendere trasparente il preparato e specialmente la chitina, prima di includerlo nel balsamo lo immergevo per 10 o 15 minuti in olio di garofano, che rende la chitina assai diafana. Per il metodo delle sezioni tutti i colori sopra notati mi hanno dato buoni risultati. Ho ottenuto però doppie colorazioni assai buone, specialmente del retto, attenendomi alle seguenti norme. Dopo di avere colorato il proctodaeum col carminio boracico, mercè il metodo solito, quando il preparato era stato in alcool assoluto per 24 ore, lo passavo in una soluzione satura di acido picrico in alcool assoluto. In questo liquido lo tenevo per 10 minuti soltanto e quindi lo passavo di nuovo in alcool assoluto per togliervi l'ec- cesso di acido picrico e ve lo tenevo due ore circa; lo immergevo finalmente in cloroformio per includerlo nella paraffina e tagliarlo. La doppia colorazione ottenuta con questo metodo è assai migliore di quella che si ha dalla colorazione col semplice picrocarminio. Per poter bene studiare la costituzione dello strato di chitina che ricopre tutto il proctodaeum mi sono servito del metodo della isola- zione di questa membrana. Ho preferito sempre, per ottenere una buona preparazione in un tempo relativamente breve , di porre in una soluzione di potassa caustica al 40% in acqua distillata il proctodaeum fresco. Dopo 24 ore l'azione della potassa su tutti i tessuti è completa, essi sono totalmente sciolti e non rimane che l'intima chitinosa insolubile. La membrana viene poscia tolta dalla soluzione di potassa e lavata bene in acqua; per toglierle l'alcalinità la pongo per altre 24 ore in acqua acidulata con acido cloridrico; dopo si lava nuovamente con acqua distillata e si pone prima in alcool, e quindi in cloroformio, a tem- peratura di 30 35 gradi, per togliere quei resti di materie grasse che potessero essere sfuggiti all' azione della potassa. Dal cloroformio si pone nuovamente in alcool a 90 e dopo che vi è stata qualche ora si toglie dall' alcool e si mette per circa due ore nel colore, carminio boracico od ematossilina, si riporta nuovamente in alcool, e si può includere distendendola con precauzione sul portaoggetti in balsamo del Canada od in glicerina. 64 P- Mingazzini Quando si include in balsamo è necessario non farvi agire per molto tempo l'olio di garofano, che ha un' azione assai energica nel diafanizzare la chitina. Una membrana chitinosa del proctodaeum non preventivamente colorata, se si pone in olio di garofano e quindi in balsamo, diventa completamente invisibile. Come agente colorante della chitina si può usare anche con vantaggio l'acido picrico. Si può peraltro domandare per quale causa la membrana di chitina ritiene i colori. La causa è la seguente: la membrana di chitina dell' intestino consta generalmente di due strati, uno super- ficiale di piccolo spessore, l'altro profondo di spessore assai mag- giore. Entrambi questi strati resistono bene all' azione della potassa e rimangono aderenti l'uno suir altro. Ma lo strato superficiale spe- cialmente del sacco consta di chitina forse modificata o degenerata, spesso frammista a piccole particelle di materia organica vegetale resistente anch' essa all' azione della potassa (la cellulosa), ed è spe- cialmente su questo strato che si esercita l'azione della materia colo- rante. Ho potuto constatare infatti che se con un raschiamento forte si toglie questo strato esterno, il sottostante si mostra quasi incoloro, mentre gli avanzi dello strato superiore sono colorati piuttosto forte- mente, ed è anche per questa ragione che là ove esistono le areole assorbenti, esse si colorano più intensamente delle altre parti della superficie chitinosa. La materia colorante agisce su quelle piccole particelle di materia organica rimaste nei poricanali, sfuggite all' azione della potassa, e che quando sono state messe in contatto del liquido colorante, hanno assorbito il colore. T enne. Costituzione istiologica. Il tenue per la forma sua può considerarsi costituito da due parti distinte: una anteriore conica, colla base volta anteriormente e coli' apice posteriormente, l'altra posteriore che fa seguito alla prima, cilindrica in tutto il suo percorso. La prima alla base ha un diametro assai notevole, essendo della stessa larghezza della parte terminale del mescnteron, ma poi va man mano assottigliandosi, fino a ridursi all' apice ad V4 ad V5 del diametro primitivo, e da questo punto, ove comincia la seconda parte, si mantiene di diametro uniforme fino allo sbocco nel sacco. La lunghezza di queste due parti sembra essere molto differente nelle varie specie : cosi nelF Oryctes e Phyllognathns la parte cilindrica ha una lunghezza due tre volte maggiore della parte conica, mentre neir Anomala e Tropinota le due parti sono di uguale lunghezza, Ricerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicorni litofagi. 65 la parte cilindrica supera di poco la conica. La superfìcie esterna tanto della parte cilindrica, quanto della conica è liscia. La linea di separazione del tenue dal mesenteron non circoscrive un piano perpendicolare ali" asse longitudinale del corpo, ma obliquo ; la parte inferiore è sempre più prolungata anteriormente della superiore. Il limite del mesenteron col proctodaeum, al pari di quello dello stomodaeum, è netto; non si ha alcuna continuità istiologica fra i vari strati dell" uno con quelli dell" altro, ma invece semplice adiacenza. Il proctodaeum sulla linea di terminazione, forma internamente un rialzo, alquanto rientrante nel lume interno del canale. Il rialzo (tav. 3 fig. 77) che il proctodaeum forma tutto allo intorno del suo limite anteriore, è costituito da forti muscoli circo- lari sui quali poggia un epitelio formato da cellule allungate e ri- strette, portanti il nucleo in porzioni determinate. Gli elementi che sono più vicini al mesenteron sono piuttosto bassi ed hanno il nu- cleo alla loro base. In seguito la lunghezza degli elementi si ac- cresce ed il nucleo è situato verso la metà della cellula ; nella parte inferiore del rialzo le cellule sono di altezza media e portano il nucleo all' apice. Fino dal principio le cellule del proctodaeum sono caratterizzate per essere ricoperte da una membrana di chitina. Questa dapprima è poco spessa, ma poi aumenta sempre più in altezza. Inoltre in alcune parti porta anche produzioni spiniformi generalmente piccole. Nella parte del rialzo che guarda il mesenteron la chitina è ricoperta poco punto da denti, mentre nella parte opposta è fortemente dentata, ed i denti sono rivolti dall' innanzi all' indietro in modo da impedire al cibo, una volta entrato nel tenue, di ritornare nel mesenteron. I denti del rialzo differiscono da quelli che si trovano nella porzione restante del tenue, perchè sono più grossi ed hanno una forma di- versa. Sono costituiti da una porzione basilare a forma di bottone, poco alta, ma piuttosto larga, sulla quale si erge una si)ina piuttosto fina e lunga, che talora non è semplice ma presenta una o due rami- ficazioni alla base. La parte basilare della spina è giallo bruna e l'apicale incolora come il resto della chitina. Lo strato chitinoso di tutto il rialzo non ha contorno uniforme, ma è variamente lobato, ed i lobi sono molto più prominenti nella parte posteriore che nella anteriore ; essi sono prodotti dalle villosità, formate dall' epitelio in tutta la parte rimanente del tenue. Le cellule matrici non hanno la parte basilare ben definita, ma si perdono in uno strato sottostante omogeneo comune, che talvolta Mittheilungen a. d. Zoolog. Station zu Neapel. Bd. Ö. 5 65 P- Mingazzini si colora, altre volte do. Al disotto di questo, notasi uno scarso con- nettivo fibrillare, che separa la parte basilare delle cellule dai mus- coli. Questi sono costituiti da fibre assai più grosse di quelle del mesenteron e non sono disposti in un solo strato, ma se ne possono contare circa dieci a dodici in strati concentrici. Esternamente in- fine trovasi uno strato di fibre longitudinali grosse e molto vicine le une alle altre, ricoperte da un leggiero strato connettivale. Il rialzo terminale si può considerare come formato da un ri- piegamento verso linterno della parte apicale del tenue. La costituzione istiologica della parte restante del tenue è quasi dappertutto uniforme. Le cellule dello strato epiteliare non sono più allungate, ma si mostrano cubiche o un poco cilindriche; sono di grandezza media, hanno i nuclei assai grossi, occupanti quasi tutto il volume dell' elemento. Questi nuclei poco si colorano, ed i loro filamenti di cromatina sono poco abbondanti. Lo strato di chitina sopragiacente ha un' altezza eguale circa a quella delle cellule matrici; non è molto omogeneo, anzi si mostra striato nel senso radiale. La superficie della chitina è ricoperta da piccole spine coniche, di color giallo brunastro che spiccano sulla superficie della membrana chitinosa, che è incolora e trasparente, sono semplici, non provviste di porzione basilare ingrossata e più piccole di quelle del rialzo terminale. L'epitelio colf intima chitinosa formano molti ripiegamenti poco alti, che si dirigono verso il lume interno del canale del tenue. Al disotto dell' epitelio si trova uno strato poco abbondante di materia omogenea^ e sotto questa le fibre muscolari. Queste, benché così forti come nel rialzo terminale, non formano tanti strati con- centrici come in quello; si possono contare solo da due a quattro fibre disposte in istrati concentrici: però siccome non serbano una direzione costante, ma spesso vanno obliquamente, così nelle sezioni trasverse sembra di vedere fibre longitudinali e trasverse alternate. Esternamente si notano sempre le fibre longitudinali. Col restringersi del lume del tenue, andando cioè verso la parte cilindrica, la struttura istiologica rimane invariata, ma si nota che i villi, benché diminuiti di numero, pure sono aumentati in altezza, quasi fino a toccarsi verso il centro, e che inoltre sembrano rami- ficati; le spine vanno man mano diradandosi fino a scomparire al termine della parte conica; i muscoli longitudinali si fanno sempre più sottili. Nella parte cilindrica (tav. 3 fig. 78) mancano le spine della Ricerche sul canale digerente delle larve dei Lamellieorui titofagi. 67 chitina, i villi si conservano semjìre molto alti, i muscoli mnnteng'ono la loro direzione variamente obliqua, però si notano appena una o due fibre trasverse concentriche, e tra lo strato muscolare e l'epitelio, spe- cialmente al disotto dello spazio lasciato libero dai villi, si trova assai spesso un plasma omogeneo abbondante. È da notare come caratteristica differenziale fra i muscoli tras- versi del mesenteron e (juelli del tenue, che quelli di quest' ultimo sono assai grossi e si ramificano e che in tutto il loro decorso hanno direzioni variamente oblique. La descrizione qui data vale per il tenue dell' Oryctes^ Phijlìo- gnathns e Tropinota. Neil' Anomala si notano le seguenti caratteristiche differenziali : le spine del rialzo terminale sono assai meno prominenti e nel resto della parte conica sono cosi ridotte da sembrare semplici dentellature della superficie chitinosa, non sono sparse irregolarmente ma si trovano piuttosto ravvicinate e disposte in tante piccole linee ove stanno or- dinariamente sette od otto. Nel plasma sottostante ai villi, che in questa specie è assai abbondante, notansi cellule migranti e granu- lazioni diverse. Nel tratto inferiore lo spessore della chitina dimi- nuisce, il volume delle cellule aumenta. Inoltre nella parte inferiore della porzione cilindrica si vedono di tratto in tratto delle fibre muscolari longitudinali ramificarsi ed andarsi a terminare o nel plasma sottostante ai villi, o sotto l'epitelio stesso in quella parte del villo che è più rientrante : fatto questo che non si nota nella parte su- periore, ove il plasma sottoepiteliare è poco abbondante e talvolta quasi nullo. Nessuna particolarità degna di nota trovasi alla terminazione del tenue nel sacco. Tutti gli strati che compongono il primo si continuano direttamente nel sacco e nella parte superiore di questo serbano una costituzione analoga a quella che hanno nel tenue. Unione del tenue col mesenteron. — Piialzo terminale. La forma del rialzo terminale può avere un certo valore morfologico e diagnostico delle varie specie, g-iacchè si serba assai costante nei vari individui della stessa specie, mentre presenta forme molto varie e ben determinate nei vari generi, Neir Oryctes esso ha la forma di una fascia variamente lobata, di altezza quasi uniforme dappertutto, e solo nel margine anteriore della linea mediana ventrale presenta una specie di piccola punta che si dirige anteriormente verso il mesenteron : nel resto il suo con- torno anteriore è liscio ^tav. 3 fig. 81). 68 P. Mingazzini Neir Anoinala forma pure uua fascia di altezza uniforme; sola- mente sono un po' più accentuati i lobi clie si trovano di tratto in tratto, e la smarginatura è sensibile anche nel contorno anteriore. Nella Tropinota (tav. 3 fig. 79) invece non è uniforme, ma si mostra notevolmente più alto verse la parte ventrale mediana, ove forma un lobo triangolare assai prominente che si avanza anterior- mente; nella parte dorsale l'altezza sua è pure un po' maggiore che nel resto ; dovunque però mostra bene accennate le lobature di varia grandezza. Ciò che principalmente distingue il rialzo terminale del tenue della Cetonia da quello delle altre specie finora studiate, è il trian- golo ventrale moltissimo sviluppato ed assai prolungato anteriormente. All' apice anteriore questo rialzo non presenta affatto le spine, ma a circa un terzo della sua altezza cominciano a mostrarsi spine pic- cole e rade, le quali più in basso diventano man mano più nume- rose e più grosse; e mentre le piccole sono coniche e semplici, quelle grosse presentano una parte basilare dilatata, da cui nasce una spina e talvolta lateralmente a questa altre secondarie meno grosse e più basse della prima. La conformazione del resto del rialzo è simile a quella delle altre specie, cioè il margine anteriore è quasi senza spine, mentre nella parte media e posteriore le spine sono grosse, piuttosto lunghe ed assai numerose. È degna di menzione una particolarità propria di questa specie, ed è che al disotto della parte posteriore del rialzo la chitina si presenta per un tratto ristretto affatto priva di spine, e susseguente- mente a questo si nota una fascia, meno alta del rialzo terminale, la quale è ricoperta fittamente da spine grosse e lunghe come quelle del rialzo. Questa fascia sembra originarsi nella parte media basi- lale del triangolo ventrale, e lateralmente si divide in due fascie di uguale altezza, separate fra loro da uno spazio affatto privo di spine. Al disotto poi di questa seconda fascia si trova un altro tratto privo di spine assai ristretto, e quindi la superficie della chitina co- mincia nuovamente ad essene ricoperta. Queste dapprima sono assai rade, semplici e piuttosto lunghe, disposte quasi a gruppetti, in seguito si fanno più fitte, ma hanno minore lunghezza e finalmente dopo un breve tratto divengono assai piccole e rade. Per tutta la porzione cilindrica la superficie della chitina si mostra intieramente liscia. Funzione. L'ufficio del tenue nella digestione sembra essere assai importante. Innanzi tutto il rialzo terminale, colla sua spor- genza neir interno, colle sue spine rivolte all' indietro, deve fare Ricerche sul canale digerente delle larve dei Lamcllicorni litofagi. 69 lìifficio di valvola per impedire al cibo entrato nel tenue di ritor- nare verso il mesenterou. Nel resto, colle sue spine e coi suoi villi, deve funzionare da organo trituratore e mescolatore ; il cibo viene poi man mano ridotto in porzioni sempre più piccole, finché in piccoli boli passa nella parte cilindrica, ove è maggiormente triturato. La parte cilindrica deve avere la funzione di mettere a contatto le più piccole particelle di nutrimento coi succhi digestivi segregati dal mesenteron. Si vede infatti che spesso passano nel tenue anche le vescicole con succo gastrico segregate nel mesenteron e che là non hanno agito. La parte cilindrica permette al cibo di passare sola- mente in piccolissime quantità e lentamente, si che all' esterno rara- mente si rileva che per essa passino degli alimenti. Infatti poche volte si possono constatare ad occhio nudo dei boli nella parte cilin- drica del tenue, mentre colle sezioni si vede che continuamente vi passano materie alimentari sebbene in piccole quantità. Così giudi- cando solo dair esterno, si può ritenere la parte cilindrica del tenue come una specie di intestino digiuno. Ricerche antecedenti. Simroth descrivendo questa parte dell' intestino nell' Osmodenna, fa notare come il rialzo terminale sia assai rugoso, mentre il restante è tutto ricoperto internamente da forti pieghe longitudinali, come l'intestino di un ruminante; e per la funzione sua afferma che debba servire a ridurre in piccole parti l'alimento proveniente dal mesenteron. LiDTH DE Jeude ha figurato con sufficiente precisione la fonna del rialzo terminale e specialmente della sua parte ventrale: trat- tando della costituzione intima del tenue, brevemente accenna come la parete interna del canale sia tappezzata da intima chitinosa, ed esternamente sia rivestita da forti fibre muscolari, che colle loro con- trazioni hanno l'ufficio di triturare le materie alimentari che vi passano. Wertheimer per \ Oryctes osserva che questa parte dell' inte- stino ha presso a poco la stessa struttura dell' esofago ed è provvista di forti muscoli circolari e pochi longitudinali esterni, ed inoltre la tunica epiteliale e la chitina formano molte pieghe longitudinali. Tutti tacciono di una particolarità alquanto importante, quella cioè della presenza di spine nella parte anteriore e specialmente nel rialzo terminale. Sacco. Costituzione. Il sacco è una dilatazione assai grossa della parte media dell' intestino terminale; esso, per il suo volume, fa 70 P- Mingazzini grande contrasto col tenue, che lungo e sottile sbocca verso Testre- mità anteriore, la più dilatata, del sacco. La forma approssimativa di questa parte del proctodaeum è quella di una pera. Là ove si inserisce il tenue è fortemente dilatato e poi va man mano restringen- dosi tino a diventare cilindrico, nel qual punto comincia il retto. Esso conserva sempre una ben definita simmetria bilaterale e presenta frequentemente lungo la sua linea mediana superiore ed inferiore una specie di solco esterno rientrante, formato da due briglie mu- scolari, a cui vanno a terminarsi le numerose pieghe trasversali che si trovano lateralmente. È per effetto di questo solco mediano che al disopra dell' inserzione del tenue si formano due borse che non sono altro che i prolungamenti anteriori del sacco stesso, e questa disposizione è assai bene sviluppata nelF Anomala. Come tutte le altre parti dell' intestino derivate dall' ectoderma, il sacco è costituito da una membrana interna di chitina prodotta da uno strato epiteliare, da uno strato di connettivo e da una tunica muscolare formata di fibre trasverse e longitudinali. ■ La chitina riveste internamente tutta la superficie del sacco ed è di uno spessore molto piccolo, anzi è proprio in questa parte del proctodaeum che Vintima chitinosa raggiunge lo spessore minimo. La superficie interna di questo strato di chitina non è liscia, ma invece è ricca di produzioni varie per forma e dimensione, costanti in determinati luoghi e variabili di forma e numero secondo specie ; queste produzioni chitinose, per le importanti funzioni che compiono nella digestione meritano di essere accuratamente studiate. Chitina e sue produzioni nel sacco di Oryctes e Phyl- lognathus. La parte superiore del sacco, vicino al luogo ove sbocca il tenue, non possiede che poche produzioni chitinose, che per la maggior parte sono costituite da piccoli ciuffi di peli, alcune volte nascenti da un punto determinato, o piano, o poco rilevato al disopra del resto della superficie di chitina, altre volte invece da un punto infossato. Tali peli sono piuttosto lunghi e flessibili. Nella parte media questi ciuffi hanno dimensioni assai mag- giori. La chitina si rileva in protuberanze coniche, cave, di altezza assai grande, intorno alle quali si dispongono numerosissimi fili chi- tinosi più meno lunghi e flessibili. Complicandosi ulteriormente il tronco principale dà rami secondari assai grossi, sui quali pure na- scono rami chitinosi ; così tutto l'assieme di queste formazioni ha una rassomiglianza notevole con un albero privo di fogliame. I ramoscelli chitinosi partono fino dalla base del tronco principale, ed hanno una Ricerche sul canale digerente delle larve dei Laraellicorni litofagi. 71 direzione quasi verticale: tali ramoscelli sono quasi tutti della stessa grossezza. Il tronco principale non si eleva sempre diritto; spesso è più meno contorto e ramificato, con grossi tronchi fin dalla sua base, e porta quasi sempre, specialmente quando le sue dimensioni sono notevoli, delle tubercolosità irregolari alla base (tav. 4 fig. 103). Queste produzioni arborescenti sono sparse in gran numero verso la parte media del sacco; il loro numero varia a seconda della posizione: sono cioè in minor quantità ai lati, mentre sulla faccia superiore ed inferiore sono molto numerose. Va anzi notata una particolarità comune a tutte le specie, vale a dire che sulla faccia ventrale e precisamente nella sua parte media, si trova un' areola di forma o vaiare (la »siebförmige Platte« di Simroth) nella quale tali produzioni arborescenti prendono un maximum di sviluppo. Si può anche affermare che in questa areola non vi sono parti piane, ma tutti alberi la cui altezza è superiore assai a quella di tutti gli altri della superficie del sacco. Nel terzo posteriore gli alberi diminuiscono di grossezza e nu- mero e fra essi cominciano a mostrarsi altre produzioni di forma totalmente diversa. Queste sono spine rigide, con parete molto spessa, assai lunghe e puntute, riunite a gruppi di due, tre, cinque e più, nascenti da sporgenze poco elevate sul resto della chitina (tav. 4 fig. 82, 83, 86). Quando sono poche, allora le diverse spine sono della stessa altezza; se invece sono molte, allora sono di altezze varie (fig. 86). Queste presentano anche molte varietà: talora attorno ad una spina forte ed unica nasce un ciuifo di peli, altre volte in- vece le spine sono ridotte a peli fini rigidi e corti. Queste spine generalmente stanno sui margini di rilievi della chi- tina, in altri casi non solamente sui margini ma anche sul resto della parte rilevata e si formano così vere areole spinose. Queste fanno da termine di passaggio a formazioni speciali che trovansi ai due lati del terzo posteriore le quali sono costituite da aree di notevole dimen- sione, alquanto rilevate sul resto e tutte ricoperte da forti spine di lunghezza varia (tav. 4 fig, 97). Di tali aree spinose in un sol sacco ne ho potute contare fino a 16. Air indietro si notano altre spine di dimensioni minori e final- mente l'estremo posteriore del sacco è affatto liscio. Gruppi di pori-canali, irregolarmente disposti e che si riscon- trano specialmente fra le produzioni arborescenti, sono sparsi per tutta la parte media del sacco. Tali pori sono assai fini e difficilmente visibili. 72 P- Mingazzini Intima chitinosa dell' Anomala. La parte anteriore in vi- cinanza dello sbocco del tenue è liscia, mentre il resto è ricoperto da spine brevi, coniche molto più piccole di quelle del terzo poste- riore. In seguito si nota che la superficie della chitina non è più omogenea, ma che invece vi si trovano areole a contorni curvi- linei e di varia dimensione (tav. 4 fig. 109). Queste areole vedute a forte ingrandimento, nei preparati inclusi nella glicerina, si mo- strano diverse dal resto della superficie, perchè sono fittamente per- forate da pori-canali (tav. 4 fig. 110) e siccome hanno un ufficio importante nel!' assorbimento dei materiali alimentari, così ho dato loro il nome di areole di assorbimento. Tra esse sul princi- pio vi sono dei semplici ciuffi di peli dapprima poco numerosi, e che in seguito si fanno sempre più fitti e grossi. Compaiono poi delle arborescenze le quali si trovano però principalmente nel terzo medio. Queste sono assai simili nella forma a quelle dell' Oryctes e solo se ne distinguono, per avere il tronco principale relativamente più grosso (tav. 4 fig. 92) e per la disposizione dei filamenti chitinosi, che è alquanto verticillata e non irregolarmente sparsa come nell' Onj- ctes\ inoltre tali filamenti sono relativamente più coiü, mentre il tronco principale si termina con due o tre lunghi filamenti rigidi, spiniformi e poco ramificati (tav. 4 fig. 105). Rimane ancora a notare come particolarità caratteristica della parte media del sacco di Ano- mala una speciale formazione di cui non si riscontra l'eguale nel sacco di Oryctes e Phyllognaiìms . Verso l'estremo posteriore del terzo medio, alle due parti laterali si nota un gruppo di corpuscoli che hanno forma variabile: rotonda, ovale, reniforme, cilindrica (tav. 4 fig. 99). Tali corpuscoli si trovano in numero all' incirca uguale nei diversi individui, e la disposizione loro è pure costante, giacché sono disposti allineatamente secondo la lunghezza ed a due o tre per ogni riga. Questi corpi non sono come tutte le altre produzioni chitinose protuberanti nella superficie interna del sacco, ma invece si mostrano formati da introflessioni chitinose, somiglianti a piccoli sacchi (tav. 4 fig. 100 e 101). Questi sacchi contengono nel loro interno un mate- riale insolubile colla potassa al 40^, ii quale talora si mostra più denso, altra volta meno denso, diversità che non si può attribuire al vario sviluppo degli organi, perchè forme simili contengono ma- teriale più meno omogeneo. Il loro numero varia poco per i diversi individui: così in tre esemplari ne ho contati in uno 20, in un altro 20, in un terzo 16, jiicerche sul cauale digerente delle larve dei Laniellicorni fitofagi. 73 tenendo conto solo di quelli di un lato. Variano però un po' ])iii quelli di un lato con quelli dell' altro, cosi quelli del primo esem- plare erano da un lato 20. dall' altro 17, quelli del secondo erano 20 e 20, e quelli del terzo 16 e 9. Si può forse attribuire al vario sviluppo la diversa forma clie hanno, e sembra che quelli che hanno fig-ura cilindrica incurvata siano i più sviluppati, mentre i meno sviluppati sono i rotondi, gli ovali ed i cilindrici. Anche in questa specie si nota nella parte ventrale quella par- ticolare areola in cui gli alberi chitinosi sono molto fitti. Nel terzo posteriore le areole non sono più circondate da arbo- rescenze, ma a queste succedono gradualmente delle spine caratte- ristiche (tav. 4 fig. 83, 86, 87, 93). Poi le areole scompaiono ed al loro posto si trovano piccole spine. Infine la chitina si presenta to- talmente liscia. Intima chitinosa del sacco di Tropinota. Per la costi- tuzione sua il sacco di questa specie serba una forma intermedia fra quella dell' Oryctes e quella dell' Anomala ; le sue produzioni chitinose infatti si rassomigliano tanto a quelle dell' una che dell' altra specie (tav. 4 fig. 88 — 91, 94—96, 98). Verso la parte superiore, in vici- nanza allo sbocco del tenue si trova dapprima un piccolo tratto liscio, ma poi compaiono subito delle spine piuttosto, forti alle quali ben presto fanno seguito le areole di assorbimento fra i cui intervalli trovansi le produzioni arboriformi, di costituzione simile a quelle del- Y Anomala. Esse come nelle altre specie hanno maggiore sviluppo nella parte ventrale e particolarmente nell' areola mediana. Verso la parte estrema del terzo mediano trovansi in questa specie, come nell' Anomala, quei piccoli tubuli chitinosi i quali però non sono disposti come in questa in una serie lineare, ma bensì raccolti in un gruppo quasi circolare. Questi organi sono più nu- merosi e relativamente più grossi nella Tropinota che non nell' Ano- mala (tav. 4 fig. 99). Le areole di assorbimento (tav. 4 fig-. 110) terminano un poco più indietro a questi piccoli organi, e lungo i lati trovansi dei rialzi spinosi molto estesi, i quali accennano a quelli tanto sviluppati che si riscontrano nell' Oryctes. Anche in questa specie, nella parte cen- trale mediana della faccia ventrale del sacco, notasi una piccola areola ove gli alberi sono assai più sviluppati in numero ed in mole che non nel resto. Intima chitinosa del sacco di Cetonia. Il sacco mostrasi più simile a quello dell' Oryctes che a quello delle altre due specie. 74 P- Mingazzini giacché vi mancano quei particolari organi tiibiüari presenti nella Anomala e Tropinota. Anteriormente, verso lo sbocco del tenue, la superficie chitinosa è affatto liscia: in seguito, verso la parte media, cominciano ad ap- parire le produzioni arborescenti, che per la forma loro si somigliano intieramente a quelle dell' Oryctes^ e nella parte ventrale mediana formano, come in tutte le altre specie, un' areola ovalare ove sono molto sviluppate e numerose. Verso il terzo inferiore oltre agli alberi cominciano a comparire spine assai lunghe e grosse, le quali possono essere inserite o sulla superficie comune, o su speciali rialzi e sono separate oppure riunite in due o più. Queste spine sono più ab- bondanti e più numerose in questa che non in tutte le altre specie. Più numerose sono quelle semplici che le altre inserite su speciali rialzi, e si trovano in maggior quantità nella parte posteriore che nel terzo medio, e sono molto più fitte nelle superfìcie dorsale e ven- trale che non nelle laterali. L'ultima porzione del sacco è completa- mente liscia. Benché non si mostrino cosi nettamente distinte come nell' Ano- mala e nella Tropinota, pure si possono osservare anche nella Cetonia, specialmente nella parte media del sacco, delle areole assorbenti di varia ampiezza; esse non sono così bene delimitate come nelle spe- cie sopradette, e spesso confluiscono fra loro. Epitelio del sacco. L'epitelio presenta notevoli diversità nella sua costituzione col variare della posizione e delle speciali produ- zioni chitinose a cui dà luogo. Neil' Onjctes l'epitelio della parte anteriore del sacco consta di cellule simili, per la forma e per le dimensioni, a quelle dell' ultima parte del tenue (tav. 4 fig. 108). Sono di varia dimensione, non molto regolarmente disposte, e poche presentano il nucleo rotondo, moltissime lo hanno variamente mo- dificato. Tutto l'epitelio collo strato di chitina forma molte pieghe in direzioni irregolari e di lunghezza variabile. Le pieghe però verso la parte inferiore del terzo medio vanno a poco a poco diminuendo di numero e facendosi sempre più regolari, hanno tutte ugual dimen- sione ed altezza ed inoltre assumono una direzione costante, cioè longitudinale. Nel luogo ove le pieghe sono così fatte, le cellule diventano più grosse, a contorni regolari e mostrano i nuclei quasi sempre sferici ed assai grossi. Verso il terzo inferiore le pieghe co- minciano a diminuire e la superficie talvolta si mostra piana, e quando le pieghe sono presenti, sono larghe e molto regolari, e le cellule in questa parte raggiungono il massimo loro sviluppo; sono irrego- Ricerche sul canale digerente delle larve dei Laniellicorni litofagi. 75 larmeiite polig-onali , hauuo i nuclei molto grossi, dei ([unii la mas- sima parte è sferica e i)resenta un distintissimo reticolo cromatico., Nella parte ultima del sacco le cellule diminuiscono alquanto nelle loro dimensioni. 11 contorno cellulare è tondeggiante nella parte interiore, mentre che nella parte dell' elemento che è aderente alla superficie della chitina è piano. Il protoplasma che circonda il nucleo è meno denso del restante, prende meno i colori e forma come un alone chiaro attorno al nucleo. Del resto il protoplasma più denso è ge- neralmente situato in vicinanza della chitina; anzi nell' immediato contatto con essa si mostra pure alquanto striato in senso perpendi- colare alla superficie della chitina. Varie forme di nuclei delle cellule epiteliali. I nuclei delle cellule presentano forme di degenerazione caratteristiche le quali, siccome mi sembra che ancora non siano state descritte, cosi credo opportuno di farne un breve cenno. Dalla forma normale in cui il nucleo è rappresentato da una sfera con il reticolo cromatico di riposo del Flemming (tav. 4 fig. 114) si passa alle seguenti forme : a. Nuclei vescicolari, sferici, senza reticolo di riposo o con reti- colo molto modificato; la parte liquida (carioplasma) prende più in- tensamente il colore che nel nucleo normale (fig. 114). b. Nuclei semisferici, in cui una metà circa del nucleo primitivo è stata riassorbita e che si mostrano cavi nell' interno con una sorta di boccuccia. — Anche essi talvolta mostrano una specie di reticolo cromatico, talvolta invece sembrano affatto omogenei; anche in questa forma si mostrano più intensamente colorati che non quelli allo stato normale (fig. 114 e 115). e. Nuclei zonati, in cui il riassorbimento non è succeduto come nella forma precedente solo da un lato, ma da due lati opposti, ed allora del nucleo sferico primitivo non resta più che una zona di altezza variabile ; anche in questa forma può trovarsi un reticolo di riposo, ma più generalmente si mostrano omogenei. Frequente- mente poi l'assorbimento si fa in una direzione parallela alla super- ficie della chitina (fig. 114 e 115). d. Nuclei cilindrici, i quali non sono altro che una modificazione degli zonati, quando cioè le pareti della sfera primitiva si sono ap- piattite, si che il nucleo sembra allora un cilindro cavo. (Alcuni nuclei della figura 103.) e. Nuclei lunulati, i quali sono una modificazione ulteriore dei 76 P- Mingazzini nuclei semisferici, quando il processo degenerativo non si è arrestato alla prima metà della sfera nucleare, ma ha proceduto in maggiore minor grado anche nella restante; il processo può andare tanto oltre da non far rimanere che una piccola parte circolare del contorno primitivo del nucleo. Questi nuclei si mostrano omogenei e pren- dono molto intensamente le sostanze coloranti (tav. 4 fig. 115). Tutte queste modificazioni successive possono scorgersi nei nuclei, senza che si possa osservare nella cellula in cui sono contenuti qual- siasi apparente forma di mutamento nella costituzione del suo proto- plasma, della forma e del volume dell' elemento. Trattandosi di forme così strane, ho voluto anche usare parecchi metodi di fissazione {alcool a 90°, sublimato, liquido di Kleinenbekg) , temendo che esse dovessero attribuirsi ai liquidi fissatori, ed anche più sostanze coloranti (carminio boracico, carminio di Mayer, ema- tatossilina di Boehmer), ma ho sempre ottenuto gli stessi risultati. Infine l'osservazione a fresco mi ha dato la prova definitiva, facen- domi scorgere le stesse forme anche nelle cellule viventi. A mostrare che tali forme non sono normali ma che proven- gono da degenerazione di nuclei primitivamente sferici, basta citare il fatto che nella maggior parte delle cellule in cui osservansi, ri- mane ancora lo spazio circolare occupato primitivamente dal nucleo normale, ripieno di una sostanza simile a quella che circonda il nu- cleo, cioè meno densa del protoplasma e che prende poco o punto le sostanze coloranti (tav. 4 fig. 114). Queste degenerazioni dei nuclei, specialmente la fusione della sostanza cromatica in una specie di capsula, e la formazione in essa di una o più boccuccie, vanno comprese nel numero di quei fenomeni nucleari descritti dal Flem- MiNG sotto la denominazione generale di cromatolisi. È probabile che in questo stadio le cellule possano avere una vita piuttosto lunga, come può supporsi dal fatto che moltissimi fra i nuclei delle cellule del sacco mostrano le modificazioni or ora descritte. Modificazioni dell' epitelio nelle produzioni chitinose. Nel descrivere le produzioni diverse che si ergono sulla superficie della chitina, abbiamo visto che la maggior parte di esse sono cave nel loro interno; l'epitelio sottogiacente si addentra in queste cavità e le cellule vi sono variamente modificate, a seconda della complica- zione maggiore o minore delle varie produzioni chitinose. Le maggiori modificazioni si riscontrano nell' interno delle pro- duzioni arboriformi, che hanno la cavità del tronco principale occu- pata da una sostanza protoplasmatica striata in senso longitudinale Ricerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicorni litofagi. 77 e iu cui verso la parte basilare del trouco scorgesi un gran numero (li nuclei variamente trasformati (tav. 4 üg. 103 — 105). Questo com- plesso va considerato come un sincizio; non vi hanno infatti con- torni cellulari fra i diversi elementi costituenti il complesso cellulare uell' interno degli alberi; le striature del protoplasma in senso longi- tudinale ed il suo terminarsi a tili va considerato come uno speciale adattamento della superticie protoplasmatica secernente la chitina, per poter formare quegli organi cosi caratteristici che assumono la forma di arborescenze chitinose. Se il tronco principale dell' albero è alto e stretto, i nuclei sono pochi, se invece ha un diametro assai notevole, allora i nuclei sono molto numerosi e la massima parte è situata verso la base, mentre gli altri sono sparsi senza ordine a differenti altezze. Nella areola ventrale situata al centro non si trovano affatto parti piane, ma sola- mente arborescenze e dappertutto ivi l'epitelio è trasformato nel par- ticolare sincizio con nuclei assai ristretti e modificati. I nuclei di queste produzioni arborescenti si presentano general- mente cilindrici, con due boccuccie alle estremità, e sono piuttosto lunghi, sì che a prima vista fanno pensare ad un sistema di cana- licoli. In altri casi non si presentano cosi modificati, ma hanno una forma ellitticca e sono appiattiti. Tanto nell' uno, quanto nelf altro caso vi si può riscontrare un reticolo cromatico, ma spesso quelli della prima forma si presentano omogenei e fortemente colorati. Nei rialzi spinosi la modificazione delle cellule primitive è minore che non negli alberi. I nuclei anche qui sono notevolmente più pic- coli di quelli della parte non modificata dell' epitelio e mostrano un reticolo assai grosso in confronto al loro volume; le cellule sono modificate, essendo scomparsi in totalità o quasi i loro contorni; tal- volta però, in ispecie dove i rialzi sono molto spinosi, le cellule per- dono totalmente la loro individualità formando un sincizio con mol- tissimi piccoli nuclei. La chitina che ricopre questi rialzi e che forma le spine ha uno spessore più notevole. Nella cavità delle spine pe- netra solo il protoplasma del sincizio, mai i nuclei. Nei grossi rialzi oltre che l'accumulo dei nuclei e del protoplasma si trova anche una sostanza omogenea, poco densa, che prende pochissimo i colori e generalmente sta al disotto del sincizio e nell' interno della quale si trovano anche cellule migranti di variabilissima dimensione. Epitelio del sacco di A?iomala. Le differenze caratteristiche tra l'epitelio del sacco di Anomala e quello dell' Oryctes si limi- tano ad un dimorfismo di cellule tra quelle delle areole assorbenti, 78 P- Miugazzini che sono grosse, regolari, poliedriche, a nucleo assai sviluppato, e quelle delle rimanenti parti dell' epitelio, che circondano le dette areole e che sono piccole, a contorni irregolari, a nuclei più o meno modificati (tav. 4 fig-. 111). In questa specie inoltre si può vedere come le cellule dell' in- terno delle produzioni arboriformi non siano che cellule dell' epitelio comune modificate, giacché talvolta nell' interno degli alberi si pos- sono trovare ancora le cellule con contorni ben definiti e non fuse tra loro per formare un sincizio. I tubuli glandolari che si trovano nel terzo laterale posteriore sono da considerarsi come rientramenti tubuliformi della superficie chitinosa del sacco. Generalmente (tav. 4 fig. 101) hanno una forma ad u con un estremo che si apre liberamente nella cavità del sacco e coir altro chiuso. Sono circondati da cellule assai più grosse delle comuni e nelle quali specialmente il nucleo acquista notevoli di- mensioni: il loro protoplasma sembra molto attivo, perchè si colora intensamente. L'interno del tubulo glandolare si trova riempito spesso a metà da una materia compatta, di color verde nerastro o bruno e piuttosto granulosa. Essa non si scioglie né nell' alcool, né nel cloroformio e nella trementina, né subisce alterazioni visibili dalla temperatura a 60°. Neil' interno degli alberi i nuclei non sono sempre cosi modificati come quelli dell' Ori/ctes, talvolta sono ellis- soidali, con granuli e reticolo piuttosto grossi. Invece l'interno dei grossi nuclei del resto dell' epitelio non mostra un reticolo cosi netto come in quelli dell' Or y des (tav. 4 fig. 105). II terzo posteriore del sacco, là ove la chitina si presenta rico- perta da piccole spine, mostra la chitina di spessore più grosso del rimanente, le cellule sottostanti sono piccole, poco unite fra loro ed hanno il protoplasma meno granuloso di quello delle cellule delle parti anteriori. Epitelio del sacco di Tropinota. Una notevole differenza, che riscontrasi fra la costituzione del sacco della Tropinota e quello dell' Anomala, sta in ciò che nella prima le cellule rispetto al vo- lume del sacco sono di maggior dimensione di quelle dell' Anomala e dell' Oryctes tav. 4 fig. 106). Le cellule che formano le areole assorbenti non hanno la super- ficie loro esterna tutta allo stesso livello, in modo che dal loro com- plesso ne risulti una superficie piana, ma invece ciascuna di esse ha contorno irregolare e si termina a livello differente dall' altra. Ricerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicorni fitofagi. 79 Sempre sì riscontra la leg-g-e generale che là ove sono g-li alberi la chitina ha uno spessore assai minore che ove non si trovano. I tubi glandolavi molto sviluppati anche in questa specie e varia- mente ricurvi, sono in relazione con grosse cellule a nuclei grandi. Sono anche (pii rii)ieni di una sostanza omogenea di color grigiastro giallo verdastro e le loro pareti di chitina sembrano essere, nelle parti laterali posteriori, perforate da poricanali. Però in altri esemplari alcuni di questi tubi (tav. 4 fig. 102) si trovavano in uno stadio meno sviluppato, e non si presentavano ri- curvi, ma diritti, circondati di cellule molto attive, con nuclei e pro- toplasma assai fortemente tingibili, e nel loro interno non presenta- vano l'accumulo di materia densa omogenea, ma sibbene dalla loro parte basilare piana vedevasi sorgere nel centro una specie di pelo cavo, nascente da una sorta di rialzo cilindrico basilare. 11 pelo raggiungeva circa l'altezza del tubulo, ed attorno ad esso vedevasi una specie di guaina larga, trasparente, che lo circondava dapper- tutto sorpassandone anche l'apice. In alcuni casi la membrana di chitina che riveste il tubulo è assai fina ed incolora, in altri invece è assai spessa e fortemente colorata in giallo bruno. Degenerazione e rinnovamento dell' epitelio. Non è raro trovare nelle varie sezioni del sacco cellule in via di rinnovamento: in alcuni casi cioè abbiamo la degenerazione delle cellule epiteliali, in altri la rigenerazione. Quando avviene la necrobiosi delle cellule del sacco (tav. 4 fig. t07ì, il protoplasma comincia a diventare granuloso e ad aumen- tare di volume; il nucleo in pari tempo mostra una di quelle fasi regressive, che abbiamo descritto superiormente, ma trovate anche nelle cellule apparentemente normali. Le cellule cosi degenerate crescono straordinariamente di volume e perdono i loro limiti laterali : si vede in tal modo una fusione di più cellule. La degenerazione del proto- plasma avviene sempre dapprima nella parte inferiore della cellula, per raggiungere a poco a poco la superiore, quella cioè che sta in contatto colla chitina. Alle volte invece di trovare una degene- razione contemporanea di più cellule adiacenti, si trova che una sola cellula mostra la fase di necrobiosi, ed in questo caso l'aumento di volume del protoplasma degenerato non è così notevole come quando avviene la fusione di più cellule vicine. Al contrario di quanto avviene nel mesenteron, ove il rinnova- mento dell' epitelio si forma da uno strato sottostante di cellule ma- trici , facendosi cosi la rigenerazione in altezza, qui nel sacco e 80 P. Mingazzini in tutto il proctodaenm non abbiamo imo strato apposito destinato a dare nuove cellule, ma esse si formano dalle preesistenti, avve- nendo in tal modo il rinnovamento in superficie. Non posso attri- buire alcun valore a certe speciali disposizioni osservate nei nuclei di alcuni elementi del sacco di Orycfes nei quali il reticolo cromatico mo- stravasi ordinato in modo da avere i filamenti disposti come i meri- diani di una sfera ed i granuli in due o più file parallele, sui fila- menti stessi, quasi da formare i paralleli della sfera stessa. Infatti non ho rinvenuto poi altre forme di passaggio da mostrarmi che una divisione del nucleo, ed in conseguenza della cellula, avesse luogo, dopo che gli elementi attivi eransi mostrati disposti in questa guisa. Né lo studio di molti preparati, fatti con diversi metodi, mi fece scorgere in qualsiasi caso alcuna forma speciale del nucleo, che mo- strasse una fase della divisione indiretta cariocinesi), né essa poteva sfuggirmi, si per la singolarità delle sue forme, che per la notevole grandezza degli elementi. Ho invece osservato con una certa frequenza i fenomeni della divisione diretta, cioè la scissione. Per poterla constatare con si- curezza, non bisogna servirsi delle sezioni in serie ma delle pre- parazioni in toto del sacco, fatte col metodo della distensione, e colorate o con carminio o con ematossilina. Allora si abbraccia una notevole superficie dell' organo e si vede come i nuclei delle diverse cellule siano di grandezza molto differente, alcuni assai grandi, altri molto più piccoli. Fra quelli assai grandi (tav. 4 fig. 112) si nota altresì che non tutti hanno una forma sferica, ma alcuni si presentano allungati e tra questi ve ne ha talvolta alcuno il quale mostra una strozzatura nel centro con due metà laterali ugualmente grosse quasi. Tra quelli così foggiati ve ne sono taluni che hanno la parte centrale più o meno ristretta (si confrontino i due nuclei delle fig. 112 e 113 a tav. 4), in modo tale da presentare tutti i gradi di passaggio, finché nella stessa cellula non si trovano due nuclei, i quali ben presto si rendono indipendenti, formandosi tra essi una membrana divisoria nel protoplasma cellulare'. Al disotto dello strato epiteliare trovasi un sottilissimo strato di connettivo, il quale qua e là si mostra notevolmente sviluppato, spe- cialmente sotto i rialzi spinosi. 1 Le forme di divisione cellulare da me trovate nel sacco di Oryctes e Phylhgnathus sono analoghe a quelle descritte recentemente dal Bellonci nel Porcellio maculicornis (Intorno alla divisione »diretta« del nucleo, in: Mem. Ac- cad. Bologna (4) Tomo 9 1888 fig. 1—7 Opera postuma. Ricerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicorni fitofagi. §1 Tunica muscolare. Come nelle altre parti del proctodaenm. anche nel sacco la tunica muscolare è formata da due strati di fibre, le une lougitudiuali, le altre trasversali. Si le une che le altre non sono così ben disposte da essere sempre perpendicolari, ma spesso hanno un decorso più o meno obliquo. Le fibre muscolari del sacco non sono così regolarmente ordinate come quelle del mesenteron, e neppure stanno in modo così semplice come nelle altre parti cilindriche dell' intestino. Questa parte del proctodaenm avendo cambiato di forma e di volume, ha acquistato una caratteristica disposizione delle fibre muscolari, che merita di essere descritta alquanto particolarmente. Neir Onjctes e PhyUognathus vi sono all' esterno due fasci lon- gitudinali principali, uno dei quali decorre nel centro della faccia dorsale, l'altro nel centro della ventrale ; essi però non sono cilindrici, come quelli del mesenteron, ma appiattiti. Il fascio della faccia dor- sale è unico nel centro di questa, ma subito poi si biforca, tanto verso la parte anteriore, quanto verso la posteriore, formando così una specie di X di cui i due rami anteriori, giunti verso l'estremo, decorrono poi trasversalmente e le singole fibre si allontanano alquanto l'una dal- l'altra, mentre quelli della parte posteriore in parte vanno a formare i due rami della x e parte si distribuiscono nell' area triangolare po- steriore lasciata fra essi. Anche i due rami posteriori giunti alla estremità si ripiegano maggiormente e vanno colle loro fibre a for- mare una parte dei fasci trasversi del sacco. Il fascio della faccia ventrale si comporta alquanto diversamente : nella parte anteriore è unico, poi verso la metà della faccia stessa si biforca, cosicché nelF insieme ha l'aspetto di un Y rovesciato; anteriormente manda le sue fibre al tenue, posteriormente al retto e sì neir uno che nell' altro esse si uniscono alle fibre longitudinali della tunica muscolare di questi organi. Anche nelle pareti laterali si trovano molte fibre longitudinali esterne più o meno ravvicinate. Le sottostanti fibre trasversali sono quelle che formano nella faccia dorsale le borse più o meno regolari, poste ai lati del fascio mediano. La parte più protuberante delle borse ha le fibre più al- lontanate che la parte rientrante; esternamente ad esse non vi sono fibre longitudinali. Al disotto delle fibre trasverse trovansi pure, sparse qua e là, fibre longitudinali. Disposizioni quasi simili trovansi nella Tropitiota, neW Anomala Mittheilungen a. d. Zoolog. Station zu Neapel. Bd. 9. Q 82 P- Mingazzini e nella Cetonia. Le fibre muscolari del sacco sono di forti dimen- sioni, hanno una striatura trasversa molto appariscente, quasi tutte sono ramificate. Verso il terzo posteriore sono strettamente unite fra loro, ed hanno un decorso più simmetrico che nelle parti anteriori; si nota altresì che in questa parte l'abbondanza delle fibre trasver- sali è in opposizione colla mancanza delle longitudinali. La gros- sezza delle singole fibre è assai maggiore verso il retto che non verso il tenue. Funzioni del sacco. — Assorbimento. Tutta la costituzione del sacco fa chiaramente vedere come la sua funzione sia di assor- bire gli alimenti ingeriti dalla larva e modificati dall' azione dei succhi digestivi segregati dal mesenteron. L'enorme dilatazione in volume, che il proctodaeum subisce in questa parte, confrontata col piccolissimo volume del tenue e del retto, mostra che gli alimenti debbano soggiornare in questa parte dello intestino per molto tempo, acciocché il materiale nutriente venga as- sorbito nella massima quantità. Le produzioni chitinose, che si ele- vano sulla sua superficie e specialmente le arboriformi, che sempre si trovano ricoperte da una grande quantità di alimenti, mostrano come esse siano destinate a trattenere le materie nutritive, là ove debbono venire assorbite. Il piccolo spessore della cuticola chitinosa, che è minore di quello di ogni altra parte del proctodaeum, mostra pure che qui la chitina non deve avere una funzione meccanica, come nelle altre sezioni dell' intestino derivato dall' epiblasto. Inoltre le areole di assorbimento, forate tutte da una grande quantità di pori- canali, ed i pori-canali sparsi irregolarmente sulla superficie della chitina nell' Oryctes e Phyllognatìms, indicano che ivi è il luogo per il quale le materie alimentari penetrano nell' interno dell' epitelio sottostante, per poi entrare nel circolo sanguigno. Infine la parte ultima del sacco assai ristretta, anche più del resto del canale rettale seguente, fa notare ivi una opportuna disposizione per impedire una troppo facile uscita alle materie contenute nel sacco. Del resto ho avuto da un preparato in toto, fatto col sacco di Anomala, fissato nel momento dell' assorbimento, una prova assai convincente che l'assorbimento si effetta in questa parte del procto- daeum (tav. 4 fig. 111). Le piccole particelle alimentari di color nerastro erano penetrate nelle areole assorbenti; è però caratteristico come le particelle ali- mentari non passano per tutti i pori-canali, ma solo in quelli che corrispondono ai limiti delle cellule dell' areola. Pochissime parti- Ricerche sul canale digerente delle larve dei Laraellicorni fitofagi. 83 celle soltanto si vedevano in corrispondenza con le parti più o meno centrali delle diverse cellnle. Inoltre si mostrava assai chiaro il fatto che l'assorbimento massimo era nelle areole situate fra gli alberi, mentre andava man mano diminuendo dove gli alberi erano più radi, ed era minimo, ove la chitina presentavasi affatto liscia. L'osservazione sopra citata non lasciava dubbio alcuno che si trattasse di assorbimento, perchè tutte le circostanze mostravano chiaramente come le particelle, che vedevansi passare, si mostravano solo in quei punti ove per la presenza dei pori-canali io aveva pre- supposto che esso ivi doveva effettuarsi. Ma tale constatazione non l'avevo fatta sull' organo a fresco e vi era perciò sempre un picco- lissimo dubbio. Però un' osservazione fatta nell' Oryctes col sacco allora allora tolto all' animale, dove appunto il fenomeno si mostrava nella sua pienezza, ha finito per convincermi. In tutta la parte superiore là ove erano gli alberi si vedeva nettamente avvenire, come neir Anomala, l'assorbimento interstiziale delle cellule del sacco, mentre nella parte inferiore, ove gli alberi cedevano il posto alle spine, l'assorbimento era poco o nullo. In quanto poi alla probabile funzione, che i tubi glandolari pos- sano avere nella digestione, non posso affermare nulla di preciso. Solamente mi sembra che essa non debba essere molto importante, perchè molte specie di Lamellicorni hanno il sacco sfornito di tali tubi. Essi non sono presenti nel Oryctes^ nell' Phyìlognathus e nella Cetonia, e si deve ritenere che manchino anche nell' Osmoderma, giacché SiMROTH non ne fa punto menzione. Ricerche antecedenti. Il sacco dell' Osmoderma eremita, descritto da Simroth, ha una costituzione affatto simile a quello delle specie da me studiate. Differisce solo per la forma delle produzioni arboriformi, le quali hanno un tronco principale glabro e rami secon- dari coperti da corti e sottili peli chitinosi e portanti all' estremità lunghe spine diritte o ricurve ad uncino. Egli crede che l'ufficio di tutta la parte anteriore del sacco ove sono le spine e gli alberi, non sia che di ridurre in piccole particelle l'alimento, a causa specialmente della forte musculatura del corpo, e che l'assorbimento avvenga solo nella parte posteriore del sacco ove la superficie della chitina è glabra. L'alimento chimificato passerebbe, a suo credere, per diffu- sione attraverso la cuticola chitinosa dell' ultima parte del sacco. Non sono d'accordo con questo autore rispetto alla funzione, che egli vuole attribuire al sacco. Le particelle alimentari giungono in questa parte del proctodaeum già triturate, specialmente per opera 6* 84 P- Mingazziai del tenue, e le produzioni arboriformi non servono che a trattenere l'alimento per farlo assorbire e non a triturarlo. Le spine, che stanno specialmente verso l'ultima parte del sacco, servono ad impedire che l'alimento torni indietro. Infine nessuna prova ci autorizza a credere ad uno scambio di materie solide attraverso una membrana di chi- tina imperforata. LiDTH DE Jeude ha dato una descrizione piuttosto sommaria del sacco di Oryctes^ Cetonia e Melolontha\ nel primo egli non ha descritto che le produzioni arborescenti ; nella Melolontha ha trovato alcune cel- lule ricoperte da chitina forata da pori-canali, e tubuli glandolar! che egli chiama »klierachtige organe«. Egli ammette che l'assorbimento si faccia in tutto il sacco per opera delle cellule con chitina perforata. Wertheimer, descrivendo la costituzione del sacco di Oryctes^ trova che le cellule sono quasi cubiche e presentano nel loro interno una fina rete di fibrille che rilega l'estremità libera colla profonda della cellula, rete che è soprattutto sviluppata sul limite della cellula in contatto della chitina ove forma piccoli bastoncini. Per quanto io abbia cercato di trovare questa rete non vi sono riuscito; i bastoncini che Wertheimer nota al limite della chitina non sono altro che le sfrangiature che il protoplasma presenta all' estremità secretrice. Alle produzioni arboriformi egli attribuisce con ragione la fun- zione di trattenere gli alimenti, ma s'inganna allorché dice che i fini ramuscoli rappresentano »à n'en pas douter, la trame fibrillaire des cellules epitheliales hors d'usage«. Essi invece sono segregati dal protoplasma del sincizio interno dell' albero il quale, negli stadi gio- vanili si trova ancora nell' interno di questi filamenti, e man mano che li forma va scomparendo. Attribuisce a torto le diverse forme di produzioni alle trasfor- mazioni degli alberi, come ad esempio che le spine siano derivate da alberi che perdono coli' invecchiarsi i ramoscelli chitinosi. La sola osservazione di queste due specie di produzioni chitinose basta a far vedere, quanto differenti esse siano e come l'una non può essere de- rivata dall' altra, ed inoltre abbiamo visto che ciascuna specie di produzione chitinosa occupa un luogo determinato sulla superficie del sacco, costante nei diversi individui della stessa specie. Anche egli, come SiMROTH, crede che l'assorbimento si faccia nel sacco attraverso alla parete imperforata di chitina. Ho constatato che i pori-canali sono difficili a vedersi nell" Orijctes^ perchè non sono posti in aree determinate come nelle altre specie, ma isolando la membrana di chi- tina col metodo della potassa, si possono scorgere gruppi più o meno Ricerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicorni fitofagi. 85 grandi di tali pori, in ispeeie in vicinanza degli alberi, quindi l'assor- bimento non avviene per diffusione, come credono Simrotii e Wert- HEiMER, ma per vero passaggio di materie alimentari attraverso a pori-canali. Da quanto si è visto fin qui, nessuno degli autori sopra citati ha potuto dare una dimostrazione dell' assorbimento ; tutti però l'avevano supposta; il solo Lidth de Jeude, se avesse continuato le sue ricerche nella Melolontha^ avrebbe potuto scoprirla, guidato come era dall' osservazione di quelle cellule sotto i cui pori-canali aveva visto piccoli pezzetti di materie nere eterogenee. Altri autori da un punto di vista generale avevano anche supposto che nel proctodaeum avvenisse all' assorbimento, e Simroth ^ cita fra questi Claus, nel suo trattato di Zoologia (Ed. tedesca 1872 pag. 562) e Gegenbaur nel suo trattato di Anatomia Comparata (Ed. tedesca 1870 pag. 410). Finalmente, l'unico lavoro speciale che io conosca sul soggetto, è quello del Türsini 2 il quale supponeva che l'assorbimento nei crostacei e negli insetti avvenisse per i peli chi- tinosi che si trovano nell' intestino. Egli ebbe qualche prova del pas- saggio di materie eterogenee nei peli chitinosi dell' intestino dei cro- stacei, esperimento che riusci iufattuoso per gli insetti. Non credo però che il sacco sia l'organo esclusivo destinato all' assorbimento; può essere che questa funzione sia in parte com- piuta anche nello stomaco per particolari sostanze, come amido con- vertito in glucosio, sostanze minerali sciolte in acqua od altre. Retto. Struttura nell' Oryctes e Phyllognathus. Possiamo con- siderare il retto come costituito da due differenti parti: una anteriore provvista di forti muscoli trasversi, l'altra posteriore, che termina coir ano, in cui questi muscoli mancano sono assai ridotti. Nella forma generale il retto è cilindrico, piuttosto ristretto all' origine e va man mano allargandosi verso il foro anale. La parte anteriore è rivestita nell' Oryctes (tav. 4 fig. 116) da forti fibre striate disposte in senso trasversale, mentre sono total- mente mancanti quelle longitudinali. Una particolarità esclusiva ai 1 Einige Bemerkungen über die Verdauung der Kerfe, in: Zeit. Naturw. Halle 51. Bd. 1878 p. 826—831. 2 G. F. TuRSiNi, Un primo passo nella ricerca dell' assorbimento intesti- nale degli artropodi, in: Eend. Accad. Napoli Anno 16. 1877 pag. 95—99. 86 P- Mingazzini muscoli di questa sola parte dell" intestino, sta in ciò che le fibre sono di determinata lunghezza e disposte regolarmente lungo la cir- conferenza dell' intestino stesso. Ciascuna fibra ha una lunghezza eguale ad un sesto della circonferenza e le fibre degli strati interni sono disposte simmetricamente rispetto allo strato di fibre più esterne. L'unione delle fibre adiacenti è fatta per mezzo di una sostanza con- nettivale cementante, la quale talvolta è scarsissima, tanto da dare l'apparenza che le fibre siano collegate solo per le loro estremità. Anche l'epitelio colla sua tunica chitinosa segue, nella disposi- zione dei suoi villi, l'ordinamento delle fibre muscolari, e in generale in ogni settore forma uno o due rialzi, di cui le parti più rilevate verso il lume del canale intestinale corrispondono alla parte centrale del settore muscolare, mentre le parti più infossate corrispondono alle estremità. Nello spazio lasciato libero nell" interno del villo stanno forti fibre muscolari trasverse, molte delle quali vanno a ter- minarsi nel setto comune, le altre più interne terminano sotto l'epi- telio, dirigendosi però sempre verso il setto terminale. Le fibre di questa parte dell' intestino sono trasversalmente striate ed hanno un diametro trasverso maggiore di tutte le altre fibre mu- scolari dell' intestino di queste larve: sono scarsamente provviste di nuclei muscolari, irregolarmente disposti e che generalmente occu- pano la parte periferica della fibra stessa. L'epitelio è costituito da cellule assai grosse, di forma in generale cilindrica o cubica, più raramente (e questo succede negli svolti assai bruschi delle parti apicali dei villi) sono cuneiformi. Sono provviste di un grosso nucleo rotondo, che occupa la parte basilare della cel- lula. Il loro protoplasma è generalmente differenziato in due parti: l'una apicale, che sta in contatto collo strato chitinoso, si mostra molto densa, ritiene molto le sostanze coloranti e verso l'estremo superiore forma delle sfrangiature dirette perpendicolarmente alla su- perficie della chitina; l'altra parte del protoplasma, che occupa la parte basilare della cellula attorno al nucleo, è assai meno densa, traspareutissima, si tinge poco o punto colle materie coloranti e forma attorno al nucleo una specie di alone chiaro. La cellula è intimamente collegata collo strato sopragiacente di chitina da essa prodotto. Osservando con forti ingrandimenti il limite lungo il quale la cellula si termina colla chitina, si trova che l'estremità superiore della cellula si presenta finamente dentata. Ciò serve a spiegare due fatti di notevole importanza : in primo luogo cioè tali denti servono a mantenere intima l'unione fra la cellula e Ricerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicoral fitofagi. S7 la chitina da essa prodotta, in secondo luogo la superficie secer- nente della cellula è aumentata. Le cellule non sono tutte della stessa grossezza; quelle che stanno all' apice dei villi sono molto grosse e cilindriche, mentre quelle che stanno nei rientramenti dei villi stessi sono assai piccole, e fra le une e le altre vi è una lenta gradazione, sicché nello stesso villo le più grosse sono quelle che occupano l'apice, mentre le più piccole sono quelle che stanno nella parte basale. Lo strato di chitina, assai trasparente ed omogeneo, segue nel suo spessore la stessa legge delle cellule matrici sottogiacenti ; là ove le cellule matrici sono molto grosse si presenta di un notevole spessore e la sua altezza è circa uguale a quella delle cellule sot- tostanti; là ove le cellule vanno riducendosi, lo strato di chitina si fa relativamente più sottile. Sembra quindi in questo caso di poter stabilire che la facoltà secernente delle cellule matrici sia in ragione diretta del loro volume. Tra l'epitelio e la tunica muscolare trovasi imo straterello di connettivo. Esso però sembra scarsissimo; non si rivela che qua e là sotto ai villi con delle cellule di apparenza ameboide. Sembra però che al disotto dei villi vi sia un' attiva circolazione sanguigna; ove lo spazio vi è libero, tra i muscoli e l'epitelio, si trova non ra- ramente del plasma coagulato in cui sono delle cellule sanguigne. Le trachee penetrano frequentemente fra le diverse fibre striate che compongono la tunica muscolare ; la loro direzione ed il loro numero sono assai variabili. Le modificazioni, che subisce nel suo decorso la costituzione di questo segmento del retto, possono essere riassunte nel modo, che segue. Alla sua origine i villi sono molto numerosi ed irregolari, le cellule sono piuttosto piccole, lo strato di chitina poco spesso e non vi è quella difi'erenza di grandezza fra le cellule delle parti apicali e quelle delle basilari, come si nota nel segmento seguente, mentre lo strato di chitina si mostra più spesso all' apice dei villi che alla loro base. In seguito si nota una sezione in cui la costi- tuzione è quella tipica descritta; per un certo tratto la superficie della chitina mostra delle piccole protuberanze spiniformi. All' ultimo segmento notasi una certa diminuzione dei muscoli, che va gradata- mente progredendo, cosicché mentre nella parte media si potevano contare fino a sei fibre sovrapposte in uno stesso settore, in questo si riducono man mano fino ad una di piccolo diametro ; le cellule sono grosse e non vi é più quella diminuzione in grandezza fra le cellule 88 P- Mingazzini dell' apice dei villi e quelle della base ; tutte sono grandi ed uguali fra loro. Infine i villi, che prima erano alti e in numero determi- nato, ora diventano molto piccoli, mentre il loro numero è aumentato. Il carattere principale della porzione ultima del retto (tav. 4 fig. 117) sta nella mancanza totale o quasi della tunica muscolare ed anche nella scomparsa dei villi. Vero è che notansi delle fibre longitudinali e anche qualche rara fibra trasversa, ma la differenza è caratteristica, se si istituisce il paragone tra questa e la porzione precedente. Le cellule sono tutte grandi, cilindriche o cubiche, e per la co- stituzione loro sembrano identiche a quelle della parte precedente del retto. Lo strato di chitina è assai potente e in altezza rag- giunge circa il doppio dello spessore delle cellule sottostanti. La chitina sembra un po' diversa di quella della parte anteriore, giacché è più trasparente, omogenea e il suo strato superficiale è meno mo- dificato. Il rinnovamento dell' epitelio avviene nel seguente modo. Tre o quattro cellule più invecchiate, fra loro adiacenti, si confondono insieme per la distruzione delle loro pareti laterali. Il protoplasma comincia allora a subire una degenerazione, aumenta notevolmente di volume, da omogeneo, che era, diventa granuloso, e la parte di esso adiacente alla chitina non si mostra diversa dalla parte più lontana. La de- generazione in generale comincia dal basso, cioè nella parte in cui stanno i nuclei, e va man mano progredendo. Contemporaneamente anche i nuclei vanno disfacendosi e da rotondi, che erano, si pre- sentano a contorni irregolari e non mostrano più il regolare reticolo cromatico. Assai comunemente si nota che verso i limiti di queste aree in disfacimento le cellule non degenerate sono più strette e con proto- plasma più denso delle altre. Queste cellule col loro accrescersi oc- cuperanno poi lo spazio lasciato libero dalle cellule disfatte. Sembra che il rinnovamento dell' epitelio sia molto maggiore neir ultima parte del retto che nella porzione antecedente. Struttura del retto nella Tropinota. Esso nei suoi tratti ge- nerali si mostra simile a quello dell' Oryctes. La prima porzione, che principia alquanto ristretta, mostra il contorno della chitina assai sfrangiato, e si possono contare dodici villi, due cioè per ogni settore. Nel corto tratto ove la chitina mostra delle spine notasi che queste sono più forti e più numerose che non nell' Oryctes. Le spine trovansi dapprima sparse dappertutto, e quando cominciano a scomparire, prima Eicerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicorni litofagi. 80 si obliterano quelle dell' apice dei villi e poi dimimùscono man mano alle parti laterali. L'epitelio producente la chitina non si mostra così regolare come quello dell" Oryctes. Non si nota quel regolare passaggio fra le cellule dell' apice dei villi e quelle delle parti laterali ed inferiori, ma bruscamente si passa dalle cellule di grande dimensione a quelle piccole. Talvolta le cellule di un lato del villo sono assai grosse, mentre quelle del lato opposto sono piccole. Il contenuto pure di queste cellule non è cosi differenziato come in quelle dell' Oryctes-^ esso si mostra generalmente denso ed ugualmente omogeneo tanto nella parte apicale, quanto nella basilare. Il connettivo sottoepiteliare si presenta, a differenza di quello dell' Oryctes^ molto abbondante, con fibre e cellule di varia forma e grandezza. Scorgesi soprattutto nelF interno dei villi le cui cavità occupa quasi intieramente. Le modificazioni, che le diverse tuniche del retto subiscono verso la parte posteriore, sono affatto simili a quelle dell' Oryctes\ solo si può notare che il numero dei villi si fa molto grande e in propor- zione maggiore che nell' Oryctes \ si possono infatti in alcune sezioni contare fin trenta e più villi. Verso la parte posteriore la tunica muscolare perde inoltre quella regolarità che aveva anteriormente e le fibre non sono più disposte secondo quella simmetria esagonale che esiste nei tratti anteriori. Una notevole differenza, che vi è fra il tratto posteriore del retto neir Oryctes e quello della Tropinota^ sta in ciò che mentre nel primo mancano o quasi le fibre trasverse, nella seconda, benché assai ridotte in numero e potenza, sono sempre presenti. Il rinnovamento dell' epitelio avviene in modo identico a quello dell' Oryctes. Struttura del retto Xi^W Anomala e Cetonia. All' origine il retto si mostra rivestito di uno strato chitinoso piuttosto fino, le cellule sono di grandezza media e tondeggianti; al disotto di esse, nello spazio lasciato libero tra i villi e le fibre muscolari, esiste una sostanza omogenea densa, che si tinge piuttosto intensamente col carminio. In essa riscontrausi talvolta delle cellule, altre volte degli spazi rotondi, vuoti, ove forse erano contenute cellule libere. I muscoli dapprima sono pochi e di piccolo diametro, in seguito aumentano in numero e dimensioni. Posteriormente lo strato chitinoso cresce notevolmente e, mentre prima la sua altezza era appena la metà od un terzo di quella 90 P- Mingazziüi delle cellule sottostanti, in questa porzione si mostra invece tre o quattro volte più alto delle cellule matrici. La superficie della chitina, in questo tratto ove è molto spessa, si trova ricoperta da spine chitinose, le quali non sono distribuite uniformemente dapper- tutto, ma si mostrano disposte a gruppetti di tre o quattro. Fra le spine di piccola altezza, se ne notano qua e là altre più grosse e differenti dalle restanti anche per la forma. Esse sorgono da pic- coli cercini rotondi, e per la forma generale si rassomigliano a quelle del tegumento. Sono però molto poche in confronto delle altre. Il limite posteriore ove terminano le spine della chitina è netto, e sembra altresì che il resto della chitina sia totalmente distaccato dalla sezione precedente, perchè nel limite fra la parte spinosa e la liscia, si mostra una specie di strato separatorio di diverso colore. Procedendo ancora verso l'ano, la chitina diminuisce di spessore, i villi si mostrano meno alti, e le cellule matrici aumentano in vo- lume. Neil' ultimo tratto (tav. 4 fig. 115) lo strato muscolare è rap- presentato da una sola fibra di piccolo diametro, ma si notano al- cuni fasci longitudinali. Per la presenza di fibre muscolari l'ultima parte del retto dell' Anoìnala si mostra quindi più somigliante a quella della Tropinota che a quella dell' Oryctes. Nella Cetonia la porzione anteriore del retto è alquanto più ristretta e la chitina si presenta liscia. In seguito la superficie chi- tinosa comincia a mostrare delle spine, le quali dapprima sono assai rade, ma in seguito diventano più numerose ed in questa specie sono molto più fitte che nelle altre. Le spine sono piuttosto grossette, coniche, e volte colla loro punta verso la parte posteriore. Tra esse notansene altre maggiori, formate come quelle che si riscontrano ueir Anoììiala. Anche in questa specie le spine grosse sono piuttosto rare in confronto delle altre, e talvolta sono isolate, altre volte ri- unite a gruppetti di quattro, cinque ed anche più. Come neir Anoìnala il tratto spinoso è separato dal susseguente liscio mercè un limite netto, che si presenta come uno straterello di colore diverso dal restante. All' esterno delle pareti del retto nell' Oryctes e PhxjUognathm , verso la metà del segmento posteriore, si inseriscono quattro grossi muscoli, due nella faccia superiore e due nella inferiore. Questi muscoli variano di potenza nei diversi individui; cosi in un esemplare, mentre se ne riscontravano tre assai grossi, il quarto era molto meno sviluppato degli altri. Questi muscoli sono di forma cilindrica, o un poco Eicerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicorni litofagi. 91 appiattiti, di diametro uguale in tutto il loro decorso. Però verso rinserzione sul tubo rettale si dilatano assai per presentare una larga linea di attacco. L'altro punto di attacco è sulla parete del corpo e più precisamente nella superficie superiore ed inferiore del tegu- mento. Anche la inserzione da questo lato è piuttosto dilatata. Per la funzione loro questi muscoli si potrebber chiamare muscoli sfin- teriali perchè agevolano luscita delle materie stercorali che si accu- mulano in quantità notevoli nell' ultima parte del retto, e che potreb- bero difficilmente uscirne, essendo essa quasi o totalmente sprovvista di fibre muscolari^. La presenza di questi muscoli può servire a spiegare un feno- meno particolare notato per la prima volta da Simroth nelF Osmo- derma e che io ho potuto rivedere nell' Oryctes. In questi animali avviene infatti talvolta che sotto l'influenza di forti contrazioni del corpo una parte del tubo rettale possa svaginarsi e fuoriuscire dal- l'ano, e poi rientrarvi. Questo fenomeno è bene spiegato dal fatto della presenza di questi muscoli. Quando essi sono in riposo, il retto è nella sua po- sizione normale, ma se avviene che si contraggano energicamente, allora il retto sarà trasportato in basso, e la parete del corpo non potendo seguire questa contrazione per la presenza del sacco sempre ripieno, che la tiene tesa, il retto sarà costretto ad uscire dall' ano svaginandosi come un dito di guanto. Cosi la porzione terminale delle materie stercorali verrà necessariamente espulsa. Non credo però che il meccanismo funzioni sempre in questo modo per le materie che devono essere espulse. La funzione del retto invece deve essere la seguente : La prima parte, fortemente muscolare, serve a trasportare verso la porzione anale le materie emesse dal sacco, ed ivi la accumula; basta quindi una piccola contrazione dei muscoli dello sfintere per determinare l'uscita di parte del contenuto del retto, che non potrebbe venire es- pulso in altra maniera, essendo quest' ultima porzione sprovvista o quasi di fibre contrattili. Eicerche anteriori. Sulla struttura di questa parte dell' in- testino gli autori che hanno studiato le larve dei Lamellicorni danno nozioni molto incomplete. — Lidth de Jeude fa risaltare solo la potente musculatura di cui è provvisto il retto e non fa notare le 1 DuFOUR ha pure visto tali muscoli nel retto della larva di Cetonia e dice che in essa sono due. V. op. cit. pag. 176. 92 P- Mingazzini varie dififererize specificlie nelle larve clie egli ha studiato. Sim- ROTH, che riferisce al retto solo la prima parte del tubo rettale da me considerata, nota per VOsmoderma che la chitina è ricoperta da spine, che i soli muscoli presenti sono i circolari, mancando af- fatto i longitudinali. Wertheimer per VOryctes nota che la prima parte del retto ha la chitina ricoperta da spine, mentre si è visto che solo un piccolo tratto ha queste spine, per la seconda parte egli nota una completa analogia coli' epidermide. Questa osservazione può considerarsi esatta e Simroth aveva notato anche lo stesso fatto per VOsmoderma, per cui non ascrive al tubo intestinale l'ultima parte del retto. Questa ragione del Simroth non mi sembra valida, perchè, partendo dal suo concetto, non dovrebbe considerarsi come intestino tutto il proctodaeum e lo stomodaeum. Wertheimer nota una completa rassomiglianza fra la parte rettale e la esofagea dell' Ort/- ctes; non sono su questo punto del suo parere, giacché non si nota neir esofago quella disposizione delle varie tuniche a sei settori come si è visto esistere per il retto e tale disposizione, come vedremo in seguito, è assai importante dal punto di vista filogenetico. Vi è solo somiglianza nella disposizione dei vari strati, ma questa si estende a tutto il proctodaeum paragonato collo stomodaeum. Considerazioni generali. Se ci facciamo a considerare i diversi tipi a cui può riportarsi l'intestino degli insetti, noi troviamo due forme estreme ben diffe- renti. In una lo stomodaeum è pochissimo sviluppato, anzi talvolta ridotto ad uno stretto e cortissimo tubo, come avviene nelle larve dei Lamellicorni fitofagi, mentre il proctodaeum è molto sviluppato e complicato. Se d'altra parte ci volgiamo ad altre forme din- setti, come ad es. agli Ortotteri, noi troviamo un tipo d'intestino totalmente differente, vale a dire uno sviluppo assai notevole dello stomodaeum, con apparecchi trituratori formidabili, mentre poi il proctodaeum è relativamente ridotto. E, come sempre avviene nelle forme primitive, troviamo fra i Tisanuri forme d'intestino che si pos- sono riportare si all' uno che all' altro tipo; sicché mentre l'intestino del Ilachilis da una parte si avvicina a quello delle larve dei La- mellicorni, dall' altra l'intestino di Nicoletia e specialmente di Le- pisma si avvicina più a quello degli Ortotteri >. 1 Vedere la descrizione e le figure dell' intestino di questi animali nella opera: Anatomìa comparata dei tisanuri di B. Grassi, in: Mem. Accad. Lin- cei (4). Voi. 4. 1S88. pag. 5Ö1— 565. Tav. 3 fig. .33, 34 e 35. Kicerclio sul canale digerente delle larve dei Lamellicorni fitofagi. 93 Ma ciò che colpisce losservatore, non è il diverso sviluppo dei due segmenti terminali dell' intestino in insetti ap})artenenti a due ordini distinti, ma consiste nel vedere come l'intestino il quale è un organo, che tanto subisce le influenze della qualità di alimento e della organizzazione boccale, sia cosi diverso nei due gruppi d'in- setti da me considerati, i quali entrambi sono fitofagi, e hanno un apparato boccale similissimo. Con tali somiglianze, anche Tintestino degli insetti di due ordini cosi diversi come gli Ortotteri e le larve dei Lamellicorni, dovrebbe essere foggiato in modo simile. Non posso tro- vare altra spiegazione per tale diversità che nel genere diverso di ^"ita tenuto dai due gruppi di animali. Gli uni sono assai attivi, gli altri sono invece sedentari, non si muovono che lentamente e ra- ramente ed hanno una durata di vita assai lunga. I primi sono sempre esposti ai nemici ed hanno forse un tempo assai breve per masticare gli alimenti e vi è perciò necessità di un apparecchio che li trituri maggiormente, gli altri invece protetti da qualsiasi nemico esterno, possono comodamente masticare gli alimenti, triturarli bene coi loro potentissimi organi boccali e quindi farli entrare nel mesen- teron, perchè vi agisca il succo gastrico. D'altra parte un altro fattore per la variabilità di costituzione dell' intestino può trovarsi nella potenza di funzionare del mesenteron. Se il succo gastrico da esso segregato sarà abbondante, esso pene- trerà con maggior facilità tra gli alimenti, che se fosse in piccola quantità; nel primo caso sarà necessaria una lieve triturazione, nel secondo una assai maggiore, e quesf ultima porta con sé complicazioni nel tratto antecedente del tubo digestivo come avviene negli Ortotteri. Finora però abbiamo avuto solo la spiegazione, perchè in ani- mali ad organi boccali simili, e che sono fitofagi, lo stomodaeum possa essere più o meno complicato. Nel proctodaeum, da quanto è am- messo dalla maggior parte degli autori, che cioè non serva se non alla espulsione degli alimenti indigeriti, non si vedrebbe una ragione di complicazioni così notevoli, come si trova nelle larve dei Lamelli- corni. Abbiamo però constatato come in esse l'assorbimento avvenga nel segmento medio del proctodaeum. Non posso generalizzare questo risultato, ed ammetto che molti insetti, e tra questi forse gli Ortotteri, non assorbano nel proctodaeum, ma nel mesenteron. Allora la complicazione, che si trova nel proctodaeum delle larve dei Lamel- licorni, si deve attribuire all' avere una parte di esso aquistata una funzione assorbente, cosa che non avviene in quegli insetti che hanno un proctodaeum corto e poco differenziato. 94 P- Mingazzini Se noi prendiamo a considerare tutte le specie di produzioni cliitinose che si trovano si nello stomodaeum (come quelle ad es. dell' ingluvie degli Ortotteri), che nel proctodaeum, troviamo che per la loro funzione possono distinguersi in tre diverse categorie: 1*^ in quelle cioè, che servono a triturare gli alimenti e sono i denti chitinosi e le spine di varia forma, che si trovano nell' intestino an- teriore di molti insetti, 2" in quelle, che servono a ritenere gli ali- menti, a cui possono riportarsi specialmente le produzioni arboriformi del sacco delle larve dei Lamellicorni, e queste si trovano nell' in- testino posteriore, quando esso ha assunta una funzione assorbente, e 30 in quelle finalmente, che sono destinate a trattenere gli ali- menti, vale a dire impediscono loro di tornare indietro e queste produzioni possono stare tanto nell' intestino posteriore che nell' an- teriore. Non posso accettare i peli assorbenti, come il Tuesini, fon- dandosi su esperienze nei crostacei, che il Cattaneo non ha con- validato, vorrebbe ammettere negli insetti. Le ricerche da me fatte dimostrano come i peli del sacco favoriscano l'assorbimento, ma non lo compiano essi stessi. Tra le particolarità speciali ai due segmenti derivati dall' ecto- derma, io pongo in prima linea la presenza di una cuticola chitinosa. Questa a mio credere basta a far distinguere, se una parte dell' in- testino sia di origine ectodermica od entoderniica. La prova micro- scopica spesso non è valevole, perchè la cuticola chitinosa può essere assai ridotta in spessore, può restare assai trasparente ed anche sparire nel balsamo, ed è necessaria quindi la prova chimica della sua insolubilità negli acidi e negli alcali, carattere essenziale della chitina. Senza questa, non si potrà asserire con certezza, se una cuticola sia no di natura chitinosa. Io non so da qual concetto sia partito lo Schneidere per ammettere nel mesenteron tra lo strato muscolare e lo strato ipodermico connettivale uno strato di chitina. 1 A. Schneider, Über den Darmcanal der Arthropoden, in : Z. Beiträge Breslau 2. Bd. 1887. pag. 83 — 84. Io mi associo completamente per questo autore a quanto di lui disse il Balbiani (Contributions à Tétude de la forma- tion des organes sexuels chez les Insectes. in : Recueil Z. Suisse Tome 2. pag. 578) a proposito dello sviluppo degli organi genitali degli insetti, vale a dire, che le sue osservazioni non possono neppure essere prese in considerazione per essere combattute. — Nel presente lavoro, egli, oltre di non aver trovato al- cunché di nuovo, ma limitandosi solo a dar nomi nuovi ed impropri a cose conosciutissime (V. p. es. il «Rüssel« = proboscide, dato alla parte anteriore del- 1 intestino, su cui egli tanto insiste e che era già stata ben descritta dal Du- FOUR e da altri), cita altresì fatti falsi come quello della presenza della chitina nel mesenteron, che egli dice potersi isolare benissimo con la potassa calda. Il Ricerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicorni fitofagi. 95 Oltreché esso non si vede al microscopio, né colle sezioni, né coi preparati in toto, basta, per dimostrare la sua totale assenza, la prova chimica, mettendo cioè l'intestino di un insetto nella potassa, e ben presto si vedrà che rimane diviso in due parti, di cui una corrispondente alla anteriore o stomodaeum, l'altra alla posteriore o proctodaeum, mentre la parte media è completamente sciolta. Nello stato attuale di conoscenze noi non abbiamo nessun fatto convalidato, che ci autorizzi ad ammettere la chitina come derivata da cellule entodermiche. Un altro carattere però, che almeno negli insetti superiori, non vale che per il proctodaeum, sta nelle sei ripiegature, che esso pre- senta specialmente nel retto. Si è visto che in quest' organo nelle larve dei Lamellicorni (e lo ritroveremo anche negli insetti perfetti) si ha una disposizione regolare a sei pieghe, mostranti una sepa- razione netta l'una dall' altra di muscoli e di epitelio. Questo carattere è di grande importanza filogenetica, perchè si riscontra in quasi tutti gli ordini d'insetti finora studiati. Nei Tisanuri le ricerche del Grassi' hanno dimostrato che esso vi è bene accennato e negli Ortotteri il Minot^ è pure stato colpito dal fatto di questa regolare disposizione delle pieghe rettali e di una generale simmetria esagonale in tutto l'intestino, ed aggiunge che vi si ritroverà finalmente qualche significato non sospettato. Finora però, anche là ove si trovano assai sviluppate 3, sì da farle molto protuberare nel lume rettale, non vi si è trovata ancora una reale funzione. Il Chun^, che ne ha fatto uno studio particolare, non esprime una recisa opinione in proposito; anche il Faussek^, che ultimamente ha studiato l'in- testino di due larve di Pseudoneurotteri con speciale riguardo alle loro glandole rettali lascia a mio credere insoluta ancora la questione. Ed il Grassi 6 opina, che invece di essere le vestigia di branchie tra- controllo a questa asserzione non è difficile a farsi e si riconosce come essa sia totalmente falsa. 1 Op. cit. pag. 563. 2 Histology of the Locust etc. in: 2'i Rep. U. S. Ent. Comm. Washing- ton 1880. pag. 221—222. 3 Considero le »glandole rettali« come una differenziazione superiore delle pieghe rettali. * C. Chun, Über den Bau, die Entwicklung und physiologische Bedeutung der Rectaldrüsen bei den Insecten. in: Abh. Senckenberg. Nat. Ges. Frank- furt 10. Bd. 1875. 31 pgg. 4 tav. 5 V. Faussek, Beiträge zur Histologie des Darmcanals der Insecten. in : Zeit. Wiss. Z. 45. Bd. 1887. pag. 694—712. fi 1. c. pag. 563—564. 96 P. Mingazzini cheali primitive, come crede il Gegenbaur, siano gli avanzi di pieghe primitivamente estese a tutto lintestino posteriore. In considerazione però di quanto si trova anche nell' intestino anteriore e medio degli insetti, specialmente inferiori, non pare im- probabile che una simmetria esagonale esistesse primitivamente in tutto l'intestino degli insetti. Apparentemente ciò non sembra essere convalidato da quanto trovasi specialmente negli insetti superiori, dove neir esofago, la valvola cardiaca si mostra composta generalmente di quattro pieghe maggiori e quattro minori, e dove nel mesenteron, come avviene nelle larve di Lamellicorni. non si possono considerare che quattro segmenti lougitudinali^ Ma nel mesenteron abbiamo trovato che i fasci dorsale e ven- trale sono composti ciascuno di due fasci, i quali, posti a distanze eguali gli uni dagli altri, darebbero coi laterali sei segmenti. Nello stomodaeum poi lo sviluppo maggiore di quattro delle prime pieghe avrebbe dato luogo a due soprannumerarie, per compensare l'effetto delle pieghe minori lasciate fra le maggiori. Perchè tali pieghe siano rimaste più fedelmente conservate nel retto che non in altre parti è facile spiegare. Il retto ha conservato sempre la sua funzione primitiva e quindi la sua costituzione è rimasta inalterata, mentre nelle altre parti dell' intestino, essendosi originati molti organi adatti a molteplici funzioni, la simmetria primitiva è rimasta al- terata od è stata cancellata totalmente. Questa ipotesi viene con- validata da quanto hanno recentemente sostenuto Miall e Denny^ collo studio del canale digestivo della Periplaneta orientalis. La simmetria esagonale dell' intestino è, secondo questi autori, da con- siderare come un effetto della disposizione anatomica del corpo; vale a dire provenendo si lo stomodeum che il proctodeum da un' in- vaginazione dell' ectoderma, sarebbe ritenuto in essi quell' ordina- mento a sei segmenti, che si trova nel corpo degli insetti (cioè due segmenti tergali due pleurali e due sternali). A questa considera- zione darebbe gran peso quello che io ho ti'ovato nella parte anteriore del retto di queste larve, che cioè i vari fasci muscolari di ciascun segmento sono nettamente separati dagli adiacenti, come avviene appunto pei fasci muscolari di ciascuno dei sei segmenti del corpo degli insetti. Innanzi di lasciare l'argomento dei due segmenti terminali del- 1 Ciascun segmento longitudinale del mesenteron sarebbe limitato da un fascio longitudinale principale. Ricerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicorni litofagi. ^7 l'intestino, è necessario prendere in considerazione alcune teorie emesse recentemente intorno alla struttura della chitina negli insetti. Par- tendo da un concetto filogenetico TEisig^, dopo di aver trovato in molte specie di Capitellidi la chitina con struttura fibrillare, vorrebbe estendere questo »carattere di anellidi« anche agli artropodi e, fon- dandosi su quanto hanno trovato alcuni autori antichi e recenti sulla chitina di alcuni insetti, è di parere che la struttura fibrillare sia forse da rinvenire in tutta la loro cuticola chitinosa. Ho voluto vedere, se si potesse trovare anche in questi Lamellicorni, la struttura fibrillare della chitina, ed a questo scopo mi sono servito dei metodi di preparazione usati dall' Eisig, vale a dire macerazione della chitina in una soluzione di potassa bollente, per 24 ore ed anche della macerazione per più mesi in bicromato di potassa, servendomi dell' intima chitinosa, sia dello stomodaeum che del proctodaeum e mai ho potuto trovare qualsiasi accenno ad una fibrillazione e tanto meno poi a quella cosi caratteristica a fibre incrociantesi ad angolo retto come si trova nei Capitellidi ed in altri anellidi. La chitina rimaneva sempre inalterata, come una membrana omogenea. Ho tentato anche, dopo questa macerazione, l'azione dei colori per vedere, se la disgregazione operata dal reattivo tra le supposte fibrille, avesse permesso meglio la penetrazione delle materie coloranti, ma la mem- brana, come sempre non prese il colore. Del resto se si pensa a quelle particolari produzioni chitinose, come quelle arboriformi del sacco, si vedrà pure che la loro forma poco si accorda con una struttura fibrillare, ma che invece possono meglio supporsi derivate da una sostanza omogenea liquida, la quale si plasma in cosi varie forme, per originare quelle caratteristiche produzioni. Contro il concetto dell' Eisig si è pure levato il Leydig^, il quale ha mostrato come vi siano svariate produzioni di chitina degli insetti, come scaglie, fina polvere etc., le quali non appoggiano certo 1 L. C. MiALL and Alf. Denny, Studies in Comparative Anatomy etc. 1886. — Dalla relazione del Dr. P. Ma ver nel Z. Jahresbericht f. 1887 Arthr. pag. 46. (Questa citazione corrisponde alla chiamata su pag. 96.) 2 Monographie der Capitelliden des Golfes von Neapel, in: Fauna Flora Golf. Neapel. IG. Monographie. 1887. pag. 371 — 373. Nelle sezioni fatte nella parte terminale del proctodaeum degli insetti perfetti di Oryctes, Phyllognathus ed Anoxia, la chitina mostrava la ben conosciuta striatura in senso parallelo alla superficie. Questa aveva l'apparenza fibrillare e forse, accuratamente stu- diata, potrà dare appoggio, per questo caso particolare, alle vedute dell' Eisig. 3 in: Z. Anzeiger 11. Jahrg. 1888. pag. 274—279. Mittheilungen a. d. Zoolog. Station zu Neapel. Bd. 9. 7 98 P- Mingazzinì le vedute dell' Eisig rispetto alla costituzione di questa secrezione delle cellule ectodermali. In quanto poi al valore istiologico da darsi alla chitina lo Schnei- der ^ è del parere che essa non si debba considerare come una se- crezione, ma come del protoplasma trasformato, anzi egli porta cosi innanzi questo suo concetto, da considerare la chitina come materiale di sostegno del protoplasma cellulare. Questa idea che si accorda in parte con quanto ha sostenuto il Werthelmer, parlando dell' ori- gine delle spine nel sacco dell' Oryctes^ non mi sembra giusta. Quando io penso che spesso la chitina è emessa come un prodotto di secrezione qualunque, da glandole particolari, come quelle che formano l'involucro alle uova di molti insetti, non posso fare a meno di non considerarla, anche quando funziona da strato protettivo alle cellule ectodermiche, se non come una secrezione particolare del protoplasma, e non come il protoplasma stesso. Questo concetto è anche sostenuto dal Leydig, il quale vuole che alla formazione della chitina prenda parte si lo spongioplasma che lo jaloplasraa della cellula secernente. Non posso però accordarmi con le vedute assai originali di quest' ultimo autore, quando tenta di paragonare la chi- tina colla sua matrice al connettivo di un vertebrato. Seguendo il ragionamento del Leydig verremmo a perdere le nozioni fondamen- tali della distinzione dei tessuti fra loro. La chitina si può consi- derare come una cuticola di qualunque epitelio; si diiferenzia solo dalle altre cuticole per una maggiore resistenza agli agenti chimici; ma questa differenza di costituzione chimica non ci deve far perdere di vista il suo vero valore istiologico. Né l'esame istiologico né le ricerche fisiologiche ci conducono finora ad ammettere che i cechi del mesenteron siano la sede di una secrezione speciale, molto differente da quella che danno le altre cellule epiteliali del restante del mesenteron. Io credo che essi possano considerarsi come parti specializzate del mesenteron per dare una secrezione regolare, specialmente per equilibrare quella generale, che avviene nel mesenteron. Nella cavità generale di questo le cellule, oltreché essere molto attive per il continuo contatto col materiale alimentare, sono anche molto sciupate dal continuo passaggio e pres- sione di questo, ed il rinnovamento non può essere così pronto da poter far funzionare le nuove cellule non appena che le vecchie siano state distrutte. E per regolare il continuo efflusso del succo dige- 1 1. e. pag. 83. Ricerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicorui fitofagi. 99 stivo si sono orig-iuate queste estrofiessioui, nelle (luali il materiale alimentare allo stato normale non può entrare, perchè è ravvolto da un denso strato di muco, che impedisce all' alimento di esser lasciato libero e poter penetrare anche nei cechi. Essi sono, a quanto pare, una formazione molto primitiva, perchè si riscontrano fra i Tisauuri e ueg-li Ortotteri. La condizione superiore è quella che permette ad una g-ran parte dell' epitelio secernente di non subire le influenze del materiale alimentare e riscontrasi ad esempio nel tubo digestivo di molti Lamellicorni coprofagi allo stato dinsetto perfetto ^ Il solco ventrale delle larve di molti Lamellicorni fitofagi, come lo mostra anche lo stato delle cellule epiteliali che lo tappezzano, rispetto a quelle del restante del lume intestinale, deve essere pure originato per proteggere l'epitelio secernente. E perchè la larva possa in- gerire molto alimento senza che il suo corpo debba risentirne un eftetto nocevole, il fascio longitudinale ventrale non si è allungato e non permette quindi una totale estensione in lunghezza del me- senteron, cosa che obbligherebbe la larva piuttosto che a stare nella sua posizione normale curvata, ad una rettilinea. Ed in ciò devesi trovare la spiegazione di quanto avviene nelle larve dì Ce- tonia, ove la locomozione per la curvatura del corpo (prodotta in parte dal muscolo ventrale del mesenteron) non può più farsi per la parte ventrale dell' animale, ma si esegue per la dorsale. Ed infine a causa di questa organizzazione del secondo segmento del mesenteron, si è prodotto un notevole accrescimento del terzo seg- mento, vale a dire che l'effetto è stato di accrescere la superficie secernente il succo gastrico. Fra le considerazioni che si possono trarre dalla presenza dei muscoli lisci nella tunica del mesenteron delle larve da me studiate, alcune hanno un interesse affatto generale, altre invece si riferiscono ad una questione speciale. Si crede generalmente, anche dai più accreditati istiologi, che negli artropodi e principalmente negli insetti, la fibra muscolare striata sia l'unico elemento del tessuto muscolare che si rinvenga nel loro organismo, in contrapposizione al tipo dei molluschi ed a quello^ dei vermi in cui il tessuto muscolare è formato principalmente da elementi lisci 2, Ma si nei molluschi, che nei vermi, ricerche an- 1 LÉox DuFOUR, Recherches anatomiques sur les Carabiques et sur plusieurs- autres insectes Coléoptères. in: Ann. Se. N. (1) Tome 3. 1824. pag. 232 — 234. 2 Si veda Frey, Traité d'histologie pag. 314, e Ranvier, Legons d'ana- tomie generale ete. Paris J&80. pag. 421. 100 P- Mingazzini tiche 1 e recenti ^ hanno dimostrato esservi forme che posseggono anche elementi striati, mentre invece si continua a sostenere anche oggidì e persino da coloro che si occupano della fina istiologia del tessuto muscolare e della sua distribuzione nei vari tipi del regno animale, che negli artropodi e massime negli insetti, non si è rinvenuto an- cora alcun elemento muscolare liscio 3. Ed altri non solo questa dif- ferenza vorrebbero riscontrare nei diversi tipi, ma anche vorrebbero vedere nelF interno della fibra una disposizione totalmente differente nelle fibrille ed hanno emesso lipotesi che nei cordati e negli ar- tropodi le fibrille oltre che essere sempre striate, sono parallele air asse longitudinale della fibra, mentre che nei vermi e nei mol- luschi sarebbero liscie e ravvolte costantemente a spira ^. Tali opinioni, fondate specialmente sopra un' imperfetta conoscenza della letteratura sull' argomento, non possono essere sostenibili, giacché negli artropodi e specialmente negli insetti, molti autori che si sono occupati dell' istiologia di questi animali hanno visto e dichiarato che talvolta in essi trovansi delle fibre muscolari liscie. Tra i principali e più recenti si può citare infatti il Sedgwick Minot^, che nella tunica muscolare del mesenterou di due Ortotteri, il Caloptemis e YAnabrus^ ha trovato dei muscoli lisci e ripete più volte questa di- chiarazione apertamente: ))Besides the striated muscles there are also smooth fibres to be found around the intestine«, e nella descri- zione della tunica muscolare di quest' ultimo dice »If my supposition as to their nature is correct, there are two layers of unstriated ^ Vedasi Lebert, Eecherches sur la formation des muscles dans les ani- maux vertébrés etc. in: Ann. Se. N. (3) Tome 13. 1850, pei vermi pag. 176 — 177 e pei molluschi lamellibranchi pag. 165 — 168. 2 Coofrontare pei vermi tra gli altri W. Haswell, Structure of Glandulär Ventricle of Si/llis. iu: Q. Journ. Micr. Se. (2) Voi. 26. 1886. pag. 474; C. Emery, Intorno alla muscolatura liscia e striata della Ne2)hthys scolopendroides. in : Mitth. Z. Stat. Neapel 7. Bd. 1887. pag. 375, e per i molluschi R. Blanchard, A propos des muscles striés des mollusques lamellibranches. in: Bull. Soc. Z. France Tome 13. 1888. pag. 48; idem, Sur la structure des muscles des mol- lusques lamellibranches. ibid. pag. 74, e H. Fol, Sur la répartition du tissu mus- culaire strie chez divers invertébrés. in. Compt. Rend. Tome 106. 1S88. p. 1178. 3 Fol nel lavoro testò citato dice per gli artropodi: »on n'a pas à ma connaissance rencontré jusqu'à présent une seule fibre musculaire lisse«. 4 Si confronti a questo riguardo un lavoro di Roule in appoggio alle idee del Fol. in: Compt. Rend. Tome 106. 1888. pag. 872. 5 Histology of the Locust and of the Cricket, in: 2d Rep. U. S. Ent. Comm. Washington ISSO. pag. 195 e 214. Oltre che uell' intestino questo autore ha trovato fibre liscie anche neir utero; v. pag. 202. Ricerche sul canale digerente delle larve dei Laiuellicorni fitofagi. 101 muscles«. Il Witlaczil^ nel descrivere la costituzione dei muscoli delle Psyìla (Khynchota) dice di aver trovato anche fibre muscolari liscie, che egli inoltre figura. Anche il List^ descrive alcuni mu- scoli di una cocciniglia come lisci, anzi egli aggiunge : »Die Muskeln des Integumentes machen, wenn man sie frisch an Stücken beob- achtet, den Eindruck, als hätte man es mit gewöhnlich fibrillärem Bindegewebe von Wirbelthieren zu thun.« Né basta; anche I'Eimer^ afferma di aver trovato da molti anni nella larva di mosca delle fibre liscie tra i muscoli pettorali e I'Haycraft* vide un preparato del Klein mostrante le fibre muscolari di un insetto affatto liscie. Per quanto si riferisce poi alle larve di Lamellicorni, quegli autori che ne hanno studiato la costituzione istiologica, non ne fanno parola, e forse partendo da un preconcetto le ritengono striate. Ma il Siro- dot ^ un osservatore assai accurato, nel disegnare a forte ingrandi- mento le fibre della tunica del mesenteron di Oryctes tiasicoì-nis (in- setto perfetto), le figura totalmente liscie. Da quanto ho qui riportato e che si riferisce ai soli insetti, si vede che non sono mancate da molti autori constatazioni di fibre muscolari liscie. Per i crostacei, fra gli antichi autori, il Leydig, nel suo trattato d'istiologia comparata, cita alcuni casi della pre- senza di muscoli lisci nel sistema digerente, fatto convalidato dal Cattaneo*^, uno degli investigatori più recenti, il quale, nell' intestino e nello stomaco del Palìmims vulgaris^ ha trovato fibre muscolari liscie. Per cui anche per gli artropodi si deve considerare il tes- suto muscolare striato come assai generale, ma però non mancano in questo tipo le fibre muscolari liscie, come fino ad ora si riteneva. Io non credo inoltre che tutte quelle fibre, che, specialmente negli artropodi, sono state descritte come striate, siano realmente tali; spesso vengono chiamate e figurate come fibre striate anche quelle che presentano una striatura trasversa molto irregolare e che non presentano alcuno dei caratteri propri delle fibre striate tipiche. 1 Die Anatomie der Psylliden. in: Zeit. Wiss. Z. 42. Bd. 18S5. pag. 581— 582. tav. 21 fig. 29—31. - Orthezia cataphraeta Shaw. Eine Monographie, ibid. 45. Bd. 1886. pag. 27-29. tav. 2 fig. 23—28. 3 Die Entstehung der Arten. Jena, Gr. Fischer. 1888. pag. 354. 4 Cause of striation of voluntary muscular tissue. in : Q. Journ. Micr. Sc. (2) Vol. 21. 1881. p. 320. 5 1. c. tav. 13 fig. 1. fi Sulla struttura dell' intestino dei crostacei, in: Atti Soc. Ital. Se. N. Milano Voi. 30. pag. 19 del estratto. 102 P- Mingazzini Spesso, nella fretta di una descrizione di un organo, è bastato di aver visto un qualsiasi accenno di striatura trasversa, per chiamare quelle fibre striate e non liscie. In tale inganno sono caduti (e si è riconosciuto l'errore anche istiologi, che hanno fatto sulla fibra striata studi particolareggiati ^ e si vorrà facilmente ammettere che in esso siano caduti anche coloro, che hanno dato descrizioni istiolo- giche di organi più o meno complicati. Se però, per non intricar la questione, si vorrà dare il significato di fibre striate solo a quelle, che presentano una alternanza di regolari zone chiare e scure e che contengono nel centro della zona chiara la stria di Krause, oggidì generalmente ammessa'^, si vedrà che molte di quelle fibre, a cui fino ad ora si è dato il nome di striate, non possono averlo più. E sarebbe del resto assai strano a volersi ostinare a chiamare con tal nome, anche quegli elementi, che non corrispondono colla loro strut- tura alla definizione, che si è concordi nel dare alla fibra striata. Le false striature trasverse, che si riscontrano frequentemente nei muscoli lisci di molti animali 3, possono essere dovute a cause molto diverse. Alcune volte nella contrazione il sarcolemma si ripiega re- golarmente in tutta l'estensione della fibra, altra volta sono le fibrille, che mostrano tali ripiegature ed in altri casi invece sotto l'azione di * Per citarne talune ad esempio : nelle oloturie tra gli echinodermi J. Müller, v. Siebold e Valentin credevano di aver dimostrato l'esistenza di fibre striate, mentre le ricerche ulteriori e specialmente quelle di Quatue- FAGES ed Hamann dimostrarono che quelle fibre erano liscie e mostravano una striatura solo per effetto della contrazione. Anche per i molluschi Rud. Wag- ner, Margó, Schwalbe, Reichert ed altri avevano descritto come striate fibre, che poi furono riconosciute liscie. E lo stesso potrebbe dirsi per le fibre di altri animali appartenenti a diversi tipi. - »L'existence de la ligne de Krause nous semble hors de doute«. Frey 1. e. p. 324. 3 Confrontare G. R. Wagener, Über die Muskelfaser der Evertebraten. in: Arch. Anat. Phys. Jahrg. 1863. pag. 211 — 233. Il Marshall dice pure che una falsa striatura può esser causata nei muscoli lìsci anche da uno stato di contrazione massima. Essa si incontra occasionalmente in alcune fibre di Echi- ìtus, Sanffitisu(/a etc, e perciò tali fibre da alcuni sono state descritte come striate (Observations on the structure and distribution of striped and unstriped Muscle. in: Q. Journ. Micr. Se. (2) Voi. 28. 1887. pag. 75;. L'Hamann crede inoltre che i muscoli di certe attinie che taluni descrissero come striati, avevano quell' apparenza in seguito all' azione di reagenti. Egli descrive i muscoli di quegli animali come affatto lisci. (Organismus der Hydroid-Polypen. Jena 1882. pag. 20.) Per le Najadi recentemente Apathy ha dimostrato la stessa cosa. (Studien über die Histologie der Najaden. in; Biol. Centralbl. 7. Bd. 1887. pag. 627—628.) Ricerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicorni fitofagi. ] ()3 diversi reagenti le fibrille si modificano in punti diversi più o meno regolarmente. Però queste false striature si riconoscono assai facil- mente, per distinguere una fibra cosi modificata da un' altra vera- mente striata. In primo luogo le fibrille di quest' ultima sono cosi ben giustaposte e tanto strettamente unite fra di loro, che le diverse zone della stessa fibra sono tutte o quasi allo stesso livello e le varie fibrille non vi si riconoscono; mentre sempre si vede, nelle fibre falsamente striate, specialmente in quelle, nelle quali la striatura è dovuta a modificazioni delle fibrille, una struttura fibrillare molto netta. In secondo luogo le zone delle vere fibre striate sono sempre molto regolari si in altezza, che in direzione, mentre quelle delle fibre clie mostrano una falsa striatura, sono di varia dimensione ed hanno direzioni molto irregolari. Siccome però a queste fibre non si adatta neppure la definizione generale, che si dà alle vere fibrocellule liscie dei muscoli della vita vegetativa dei vertebrati ed a quelle dei molluschi, cosi sono di pa- rere che dopo uno studio accurato che verrà fatto su esse, dovrà stabilirsi una terza categoria di fibre muscolari, forse intermedia nelle proprietà fisiologiche ed istiologiche a quelle delle due categorie ora esistenti e che molto probabilmente servirà da termine di passaggio tra le due categorie estreme. L'altra questione, speciale per gli insetti, è stata per la prima volta, credo, messa innanzi dalMiNOT^ Egli nel tracciare le carat- teristiche del mesenteron, accenna alle differenze essenziali, che vi si potrebbero riscontrare dalle altre due divisioni dell' intestino e che potrebbero essere le seguenti: 1" il suo carattere glandolare, 2^ la presenza di una cuticola delicata, probabilmente non chitinosa, S*' i muscoli lisci. Lasciando stare le prime due caratteristiche, le quali ora non ci riguardano, si vede che le mie ricerche sulle larve dei Lamellicorni vengono a convalidare per le fibre muscolari, quanto egli ha suggerito dall' osservazione dei due ortotteri. Avevo in animo di estendere le mie ricerche al mesenteron di tutti gli ordini degli insetti, ma ben presto ho dovuto convincermi che un esame minu- zioso mi avrebbe tratto assai in lungo. Non posso tacere però che le fibre del mesenteron del Decticus alhifrons (Ortottero) si mostra- vano costituite in modo affatto simile a quelle delle larve di Lamel- licorni. Ciò sarebbe in opposizione a quanto asserisce il Frenzel^, il » MiNOT 1. e. p. 221. - Über den Miiteldarm der Insecten. in: Arch.'Mikr. Anat. 26. Bd. 1885. 104 P- Mragazzini quale, in un lavoro generale sul mesenteron degli insetti, dice che la muscolatura di quest' organo è affatto striata. Se le ricerche ulteriori giungeranno a generalizzare questi fatti e se si terrà conto di quanto ho esposto precedentemente, vale a dire da qual punto di vista devonsi classificare le fibre muscolari e quali si devono ritenere come fibre striate tipiche, si giungerà forse alla conclusione che le fibre muscolari del mesenteron negli insetti sono totalmente diverse da quelle del proctodaeuni e dello stomo- daeum, e quindi che i muscoli derivati dalla lamina splancnica del mesoderma, negli insetti, come nei vertebrati, sono in gran parte differenti da quelli della somatica. In quanto alle altre due caratteristiche proposte dal Minot (e già ammesse prima di lui da molti altri autori) per una distinzione fra il mesenteron e le altre due parti dell' intestino degli insetti, cioè il suo carattere glandolare e la presenza di una cuticola proba- bilmente non chitinosa, la cosa può fino ad un certo punto essere vera. Il negare totalmente il carattere glandolare alle altre due partì dell' intestino non si può estendere a tutti gli insetti, sebbene questa carattere valga assai bene per le larve dei Lamellicorni. Le glandole salivari mostrano infatti che nello stomodaeum vi è pure una secrezione, e come il Sirodot pel primo ha dimostrato, essa invece di essere localizzata ad organi particolari, può esistere sparsa per tutto il decorso dello stomodaeum, e può esserci quasi uno strato di glandole unicellulari, che compiano l'ufficio di emettere un succo analogo alla saliva ^ [Oryctes, insetto perfetto). Anche nel proctodaeum può esistere un simile strato, come il Leydig^ ha tro- vato, di cellule uguali per forma a quelle dello stomodaeum, alle quali, siccome sono più numerose nella cloaca, egli dette il nome di glandole cloacali. Anche esse sono molto sparse fra gli insetti. Quindi non rimane forse come distinzione assoluta, l'assenza di uno strato di chitina nel mesenteron. Ma resta a determinare se a ciò, che si scorge al disopra delle cellule epiteliali del mesenteron debba darsi il valore di cuticola con pori- canali, ovvero se si debba ritenere come un rivestimento di ciglia, come sostiene il Frenzel^. pag. 243. Questo autore non conosceva a quanto pare il lavoro del Minot e si può dire che del mesenteron non curò che l'epitelio, tralasciando ogni altro tes- suto, od appena appena accennandolo. » 1. e. pag. 172—179. 2 Zur Anatomie der Insecten. in: Arch. Anat. Phys. Jahrg. 1859. pag. 40—43. 3 1. e. pag. 280-^287. Ricerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicorni fitofagi. 105 Questo rivestimento, osservato nell' epitelio conservato con subli- mato e preparato col metodo delle sezioni, talvolta apparisce come una cuticola, altra volta invece ha somiglianza con ciglia. Ma se invece si osservano cellule isolate a fresco, allora si vede che esso veramente è costituito da ciglia, che si muovono assai lentamente ed il cui ufficio è forse di contribuire alla progressione del contenuto intestinale. Esse non sono flessibili ma rigide. Io credo che la di- vergenza di opinioni su questo proposito sia derivata appunto dallo avere alcuni autori limitate le loro osservazioni ai preparati fissati, trascurando l'osservazione a fresco. Non ho mai trovato in tutta l'estensione del tubo digerente di queste larve un sol nucleo che si dividesse per cariocinesi. Questo si accorda pel mesenteron colla legge generale formulata dal Frenzel, il quale ha detto che tanto le cellule cilindriche, quanto le cellule mucose sferiche si propagano sempre per divisione diretta e che sol- tanto spesso le cellule specifiche glandolari delle cripte si propagano per cariocinesi, legge convalidata anche dalle ricerche del Faussek. Nelle cripte glandolari di queste larve però non ho nemmeno osser- vato alcuna fase cariocinetica. La grande rarità o se vogliamo dire, come per questo caso, la completa assenza di cellule in divisione indiretta, si collega abbastanza bene con quanto mostrano le cellule deir entoderma di Peripatus e ci fa pensare ad un carattere filoge- netico, conservato anche nelle forme superiori; infatti come risulta dagli studi del Sedgwick i, è quasi caratteristico nello sviluppo del Peripatus che i nuclei dell' entoderma, eccetto quelli vicini alle labbra del blastoporo, non mostrano mai figure cariocinetiche e perciò divi- donsi direttamente. Se potrà estendersi inoltre quanto ho già trovato per lo stomodaeum ed il proctodaeum di queste larve anche per gli altri insetti, si potrà forse stabilire che pure le cellule di queste parti del tubo digerente, come la maggior parte di quelle del mesenteron, si propagano per divisione diretta, e la supposizione non sembra impro- babile'^. E degno di nota però il fatto da me riscontrato nell' epitelio del sacco, ove nuclei, che mostravano chiaramente il reticolo di riposo del Flemming, si trovavano in una fase assai avanzata di divisione diretta. E da concludere quindi che mentre l'appellativo di reti- 1 A. Sedgwick, Development of the Cape species of Peripatus. in: Q. Journ. Micr. Se. (2) Voi. 28. 1887. pag. 483. 2 Siccome attualmente alcuni mettono in dubbio l'esistenza della divisione diretta dei nuclei, vedasi, oltre il lavoro già citato del Bellonci, anche quello più recente del Platner. in: Arch. Mikr. Anat. 33. Bd. 1889. pag. 145—149. 106 P. Mingazzìni colo di riposo valga assai bene a mostrare lo stadio cinetico della sostanza cromatica, quando le cellule mostrano la divisione indiretta, non possa applicarsi con altrettanta giustezza alle cellule, che si pro- pagano per divisione diretta: qui mentre la sostanza cromatica ha quella forma, il nucleo può trovarsi in divisione. Eccetto che nelle cellule del mesenteron degli insetti, io non co- nosco altri elementi di invertebrati, nel cui nucleo siansi trovati dei cristalloidi; e siccome essi trovansi non nei nuclei di cellule funzio- nanti ma in quelle in via di disfacimento, cosi ho ammesso che essi siano sostanze nucleari regredite e quindi rappresentino materiali da espellere. E un fatto questo abbastanza diverso da quello, che si osserva nelle piante, dove le ultime ricerche del Leitgeb > hanno mostrato che i cristalloidi contenuti nei nuclei della Lathraea squa- marla^ Utrictdaria^ Pinguicula, Galtonia candicaìis ed altre, servono come materiale di riserva e sono utilizzati in ulteriori processi vege- tativi. In quanto alla loro costituzione io penso che essi siano ori- ginati solo dalla sostanza acromatica del nucleo e non dalla filare cromatica, perchè mostrano di avere poca o punta affinità colle materie coloranti, come succede appunto per la sostanza acromatica. Mi si permettano qui infine alcune brevi osservazioni in risposta alle idee espresse recentemente da un distinto zoologo italiano 2, nella prefazione ad un' opera sulF origine degli insetti. Egli ha detto che sarà pienamente soddisfatto, se le idee da lui espresse susciteranno un po' di discussione, che a suo parere è ormai diventata necessaria. Ed è per soddisfare questo giusto desiderio, che mi sono indotto ad esporre le mie osservazioni. Nel metodo di studio, che vorrebbe oggidì introdotto nella scienza, egli esprime il parere che tutti dovrebbero limitarsi a studiare le forme semplici »per ricostruire l'albero genealogico degli animali e dei vegetali« ed anche perchè »chi si limita a studiare le forme più complesse potrà forse fornire la base a problemi fisiologici ma non risolverà mai le questioni morfologiche«. Io credo che questo metodo non sia applicabile, nello stato at- tuale della scienza, indistintamente a tutte le forme, e, nel caso 1 in: Mitth. Bot. Inst. Graz 1. Bd. 1886. pag. 113—122 (da una relazione in: Journ. E. Micr. Soc. 1887. pag. 255—256). 2 V. Grassi 1. e. pag. 543—550. Ricerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicorni litofagi. 107 degli animali, esso possa seguirsi con profitto ad es. nei vertebrati, mentre che per gli artropodi ancora non sia conveniente di farlo. E mi spiego. Dei primi noi abbiamo vaste e precise cognizioni riguardo all' anatomia, alla fisiologia, air embriologia, alla paleonto- logia, alla distribuzione geografica etc., mentre che dei secondi le cognizioni, che possediamo sono scarsissime ed anche quelle poche jion sono ancora bene assodate. Dei primi trovato il punto di par- tenza, lo studio della filogenia potrà quindi essere ntile, dei secondi invece, ancorché sia provato che le forme assai semplici, sulle quali vorrà farsi lo studio, siano i veri capostipiti del gruppo, io sono di parere che il voler tentare una filogenia, per quanto grossolana, sia ancora cosa prematura. Come potremo ad esempio dare un gran valore ad un organo, se di questo poi non sapremo l'intiera evoluzione che ha nel gruppo? E certo nessuno potrà asserire che il tipo degli artropodi sia uno fra i meglio studiati, anzi è ad esso che mi pare possa calzare a capello la frase dello stesso autore, vale a dire ove »intiere classi sono state appena appena sfiorate«. E con si scarse cognizioni il voler fare gli studi solo su forme semplici per poi ricostruire la filogenia dei gruppi da esse derivati, mi sembra che si voglia preferire di camminare a tentoni, piuttosto che proceder sicuri, non essendo le attuali ricerche cosi estese da poter permettere di fare con precisione la morfologia delle varie classi. Quindi per ora vorrei che piuttosto di studiare sempre forme semplici, si debbano ricercare sì queste che le più evolute, e co- nosciute bene queste ultime, si possa dopo con qualche probabilità cercare di fare la morfologia del gruppo per stabilirne la filogenesi, prendendo appunto per base le forme riconosciute semplici. Con ciò voglio anche far notare l'assoluta dipendenza che vi è nello studio delle forme estreme, in modo tale da poter asserire con sicurezza che, come uno, che studia le forme evolute non potrà mai risolvere questioni morfologiche se non tien d'occhio le forme semplici, cosi anche tali questioni non potranno n^ai essere sciolte da chi studia solo le forme semplici senza porle in relazione colle più evolute. ^Qg P. Miügazzini Spiegazione delle figure', Lettere comuni alle figure. cellule ameboidi del connettivo mioideo. cuticola chitinosa. cellule degenerate, cellule funzionanti del mesenteron. cellule matrici del mesenteron. cellule ordinarie dello stomodaeum. cellule maggiori dello stomodaeum. epitelio. follicoli gastrici, fibre muscolari longitudinali. fin fibre del connettivo mioideo. fibre muscolari trasversali, nucleo. nuclei degenerati, produzioni arboriformi. rialzo terminale dello stomodaeum. rialzo terminale del proctodaeum. sostanza intercellulare, trachea. vasi malpighiani laterali. vm vasi malpighiani mediani. Tavola 1. Fig. 1 . Tubo digerente della larva di Oryctes ìiasicornis di grandezza naturale. L'intestino è preparato disteso e veduto dalla parte laterale ventrale (Vedi pag. 4). 2. Tubo digerente della larva di Anomala di grandezza naturale , cosi ripiegato come trovasi nell' interno dell' animale, (c'j rappresenta il luogo corrispondente alla fila media dei cechi (v. pag. 10). 3. Tubo digerente della larva di Tropinota di grandezza naturale e visto dalla faccia ventrale (v. pag. 9). 4. Sezione trasversa dell' esofago di Oryctes nel tratto medio (v. pag. 14). 5 — 7. Vari aspetti dell' epitelio dell' esofago di Oryctes nasicornis : nella figura 5 sono soltanto cellule piccole; nella figura 6 si vedono le cel- lule grosse tra le ordinarie; nella figura 7 vi sono soltanto cellule grosse e le piccole molto ridotte (v. pag. 15). 8. Sezione trasversa di esofago di Oryctes nasicornis nel terzo inferiore (v. pag. 14). 9. Sezione longitudinale della valvola cardiaca di Phyllognathus silenus (v. pag. 17). - 10. Sezione trasversa nel tratto medio dell' esofago ai Jnotnala (v. pag. 14). - 11. Sezione trasversa nella parte inferiore dell' esofago di Anomala (v. pag. 15). a esofago. ca b primo segmento del mesenteron. e secondo segmento del mesenteron. ce d terzo segmento del mesenteron. ed h' prima fila di cechi del mesenteron. ^.'7 e seconda fila di cechi del mesenteron. cm ci' terza fila di cechi del mesenteron. co e tenue. es f sacco. ep 9 retto. fg h solco ventrale del mesenteron. fi i fascio laterale principale del me- fm senteron. ß k fascio dorsale principale del me- ne senteron. nd l fascio ventrale principale del me- 2ìa senteron. rs m parete terminale anteriore del me- rt senteron. si aa areole di assorbimento. tr a e boccuccia di una cellula calici- vi forme. vm 1 Quando non è espressamente dichiarato altrimenti, la figura è disegnata da un preparato permanente. Ricerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicorni fitofagi. 109 Fig. 12. Tunica muscolare del secondo segmento del raesenteron di PhyUogna- tlius nella parte laterale ventrale (v. pag. 26). - 13. Disposizione delle fibre della tunica muscolare del secondo segmento del mesenteron di Ori/ctes nella faccia laterale (v. pag. 25). - 14. Disposizione nella faccia dorsale (v. pag. 25). - 15. Un follicolo gastrico del mesenteron di Oryctes (v. pag. 40). - 16. Tunica muscolare del secondo segmento del mesenteron di Tropinota nella parte laterale ventrale (v. pag. 31). - 17. Costituzione e disposizione delle fibre trasverse del solco ventrale me- diano di Trojiinota (v. pag. 32). - 18. Tunica muscolare del secondo segmento del mesenteron di Anomala in corrispondenza della parte mediana ventrale posteriore (v. pag. 31). Tavola 2. - 19. Sezione trasversa del mesenteron di Fhyllognathus nel secondo segmento (v. pag. 21). - 20. Sezione trasversa di un rialzo del solco ventrale mediano del mesen- teron di Oryctes (v. pag. 41). - 21. Sezione del tessuto mioideo di Phyllognathus (v. pag. 44). - 22. Sezione longitudinale di un rialzo del solco ventrale mediano di Phyl- lognathus (v. pag. 44). - 23. Una gabbia del tessuto mioideo di Trojnnota (v. pag. 44). - 24 — 28. Varie forme di gabbie del tessuto mioideo di Phyllognathus (v. pag. 42 — 44). A pag. 42 linea 27 invece di fig. 8 leggasi fig. 28. - 29. Cellule del tessuto mioideo di Phyllognathus coi loro prolungamenti variamente trasformati (v. pag. 44). - 30. Gabbia di Oryctes da una preparazione a fresco (v. pag. 43). - 31. Altra forma di gabbia di Oryctes da una preparazione a fresco e vista a più forte ingrandimento di quella della figura precedente (v. pag. 43). - 32. Fibra del tessuto mioideo di Phyllognathus in parte liscia, in parte striata. Le zone scure della striatura escono fuori dei limiti laterali della fibra. Neil' interno di essa trovasi un nucleo ed all' esterno è in relazione con una cellula ameboide. Da una preparazione a fresco (V. pag. 42]. - 33. Forma di una gabbia di Tropinota a fresco, col nucleo e colle fibre quasi liscie (v. pag. 43). - 34. Tre fibre regolarmente striate partenti da un nucleo. Dal tessuto mioideo a fresco del Phyllognathus (v. pag. 42). - 35. Fibra del tessuto mioideo di Oryctes mostrante le sue ramificazioni e la relazione con una cellula. Da una preparazione a fresco (v. pag. 42). - 36. Fibra di Oryctes a fresco, parte liscia, parte striata, di grossezza varia nel suo decorso (v. pag. 42). - 37. Fibra di Oryctes con striature di grossezza irregolare ; a destra si vede la stessa fibra mostrante l'inversione di luminosità col variare del foco del microscopio. Da una preparazione a fresco (v. pag. 43). - 38. Altra fibra di Oryctes con striatura quasi regolare ed assai intensa. Da una preparazione a fresco (v. pag. 42). - 39. Ramificazioni di una fibra di Phyllognathus. Da una preparazione a fresco (v. pag. 42). - 40. Fibra di Tropinota a fresco, parte liscia, parte striata y. pag. 42). 110 P- Mingazzini Fig. 41. Una cellula del tessuto mioideo di Tropinota, a fresco, con prolunga- menti totalmente lisci (v. pag. 43). - 42. Anastomosi dei prolungamenti di varie cellule del tessuto mioideo di Tropinota (v. pag. 43, 45). - 43,44. Altre forme di cellule del tessuto mioideo di Tropinota con pro- lungamenti parte lisci, parte striati ; alcuni grossi altri fini (v. pag. 43, 45), - 45. Una cellula con prolungamenti parte lisci , parte striati del tessuto mioideo di Cetonia (v. pag. 43, 45). - 46. Fibra muscolare della tunica del mesenteron di Oryctes (v. pag. 36). - 47. Fibre muscolari del mesenteron di Oryctes dopo l'azione prolungata dell' acqua (v. pag. 36). - 48. Fibra parte liscia, parte mostrante un accenno di striatura, della tunica muscolare del mesenteron di Phyllognathus. Da una preparazione a fresco (v. pag. 36). - 49. Fibra muscolare del mesenteron di Phyllognathus tutta irregolarmente striata. Da una preparazione a fresco (v. pag. 36). - 50. Fibra irregolarmente striata del mesenteron di Oryctes (v. pag. 36). - 51. Fibra muscolare del mesenteron di Phyllognathus colla terminazione di un nervo (v. pag. 36). - 52. Fibra del fascio principale ventrale del mesenteron di Oryctes. Una diramazione mostra il contenuto interno striato ; nel punto di ramifi- cazione vi è una membrana con un nucleo (v. pag. 37). - 53. Una fibra connettivale ramificantesi del fascio longitudinale ventrale di Oryctes (v. pag. 38). - 54. Una fibra connettivale del fascio longitudinale ventrale di Phyllogna- thus, con un nucleo nell' interno (v. pag. 38). - 55, 56. Due fibre connettivali del fascio ventrale mediano di Oryctes mo- stranti vari accenni di ripiegamenti regolari (simulanti striature) della membrana ed il mutamento di diametro (v. pag. 38). - 57. Una fibra connettivale con un nucleo nella parte ingrossata e con un contenuto mostrante una striatura. Dal fascio ventrale mediano di Oryctes (v. pag. 38). - 58. Un' altra fibra dello stesso animale presa nello stesso organo, mo- strante il contenuto in parte liscio ed in parte striato ed un nucleo nella parte ingrossata (v. pag. 38). Tavola 3. - 59. Cellule del fascio ventrale adiacenti fra loro; quelle estreme mostrano prolungamenti sia liberi, sia anastomizzati con quelli delle cellule estreme di un' altra serie. Oryctes (v. pag. 38). - 60, 61. Trasformazione in fibrille della parte periferica delle cellule. Ory- ctes (v. pag. 39). - 62. Sezione trasversa delle cellule così trasformate. Oryctes fv. pag. 39). - 63, 64. Fibre muscolari striate terminantesi a ventaglio. Dal fascio ven- trale principale dell' Oryctes (v. pag. 37). - 65. Sezione longitudinale della parte mediana del solco ventrale di Ory- ctes (v. pag. 21, 22, 65). - 66. Cellule dell' epitelio del mesenteron di Anomala. Le cellule matrici sono molto sviluppate. Le adulte hanno l'estremità ripiena di succo,, una fra esse protubera per emettere una porzione (v. pag. 48). Ricerche sul canale digerente delle larve dei Lamellicorni litofagi. 1 1 1 Fig. 6". Sezione trasversa del solco di Ori/ctes dove mancano le fibre musco- lari. ^Nelia figura se ne vede solo la metà ed il connettivo del rialzo non è stato disegnato.) (V. pag. 4'.) ) - 68. Parte di cellula epiteliale che si distacca per segregare il suo conte- nuto, dal mcsenteron di Anomala (v. pag. 49, 5U). - 69. Epitelio del mesenteron di Ano7nala. Le cellule sono in disfacimento ; i nuclei sono quasi privi di cromatina, sono meno colorati del corpo cellulare ed hanno perduto la forma sferica primitiva (v. pag. 49). - 70. Una cellula caliciforme dell' epitelio del mesenteron di Phi/Ilognathus (V. pag. 4S). - 71. Epitelio dei rialzi ventrali di Oryctes colle cellule quasi vuote e coi nuclei contenenti grossi cristalloidi (v. pag. 51). - 72. Forme di cristalloidi dei nuclei di Oryctes (v. pag. 52). - 73. Varie forme di cristalloidi nei nuclei di Oryctes. Da una preparazione a fresco (v. pag. 52). - 74. Cellula dell' epitelio del mesenteron di Oryctes a fresco (v. pag. 47). - 75. Porzione distaccata da una cellula del primo segmento del mesenteron di Oryctes contenente nel suo interno un ammasso di cristalloidi (v. pag. 51). - 76. Pezzi distaccati di cellule del mesenteron di Oryctes. Uno fra essi ancora ritiene il peduncolo. Il loro contenuto ha aspetto differente (v. pag. 50). - 77. Terminazione del mesenteron nel proctodaeum nell' Oryctes. Sezione longitudinale comprendente i due organi (v. pag. 65). - 78. Sezione trasversa del tenue di Tropinota (v. pag. 66, 67). - 79. Terzo segmento del mesenteron di Tropinota (figura semischematica) e terminazione del proctodaeum nel mesenteron (v. pag. 59). - SO. Terminazione del secondo segmento nel primo del mesenteron di Tliyl- lognathus (figura semischematica). (V. pag. 59). - 81. Terzo segmento del mesenteron di Fhyllognathus (figura semischema- tica) e terminazione del proctodaeum nel mesenteron (v. pag. 59). Tavola 4. - 82. Spine semplici della parte posteriore del sacco di Oryctes (v. pag. 70). - 83. Gruppo di spine più complesso della parte posteriore del sacco di Oryctes (v. pag. 71). - 84. Forme di produzioni spinose flessibili del sacco di Anomala (v. pag. 73 ; dove è indicata a linea 12 la figura 83, si riferisce invece a figura 84). - - 85. Un rialzo spinoso del sacco di Oryctes ; forma piuttosto semplice (v. pag. 71). - 86, 87. Spine ramificate del sacco di Anomala , con ramificazioni varie : alcune lunghe e flessibili, altre corte e rigide (v. pag. 73). - 88. Spina semplice con pochi e corti denti laterali del sacco di Tropinota (V. pag. 73). - 89. Spina ramificata, con denti più o meno lunghi del sacco di Tropinota (v. pag. 73). - 90. Rialzo spinoso del sacco di Tropinota (v. pag. 73). - 91. Rialzo spinoso del sacco di Tropinota più semplice del precedente (v. pag. 73). 112 P. Mingazzini, Ricerche sul canale digerente d. larve d. Lamell. fitofagi. Fig. 92. Rialzo spinoso, con spine lunghe e flessibili del sacco di Anomala (v. pag. 72). - 93. Spina ramificata del sacco di Anomala fv. pag. 72). - 94, 95. Rialzi spinosi assai complicati del sacco di Tì-opinota (v. pag. 73). - 96. Rialzo spinoso del sacco di Trojnnota intermedio per la complicazione fra quelli delle figure 91 e 92 (v. pag. 73). - 97. Rialzo spinoso del sacco di Oryctes (v. pag. 71). - 98. Altra forma di rialzo spinoso del sacco di Tropinota con spine assai lunghe (V. pag. 73). - 99. Gruppo di tubuli glandolari del sacco di Tropinota (v. pag. 73). - 100. Cuticola chitinosa di un tubulo glandolare del sacco di Tropinota, iso- lata col metodo della potassa (v. pag. 73). - 101. Sezione trasversa del sacco di Anomala in corrispondenza di un tubulo glandolare (v. pag. 78). - 102. Aspetto dei tubuli glandolari di Tropinota da sezioni trasverse del sacco (v. pag. 79). - 103. Produzione arboriforme del sacco di Phyllognathus da una sezione tras- versa del sacco (v. pag. 76, 77). - 101. Sezione trasversa in corrispondenza della parte media di una produ- zione arboriforme del sacco di Phyllognathus (v. pag. 76, 77). - 105. Sezione di una produzione arboriforme del sacco di Anomala (v. pag. 76, 77). - 106. Piccolo rialzo spinoso del sacco di Tropinota e sua relazione colle cellule del sacco (v. pag. 78). - 107. Epitelio del sacco di Oryctis con alcune cellule in degenerazione (v. pag. 79). - 108. Epitelio e produzioni arboriformi del sacco di Oryctes (v. pag. 74). - 109. Cuticola chitinosa del sacco di Anomala colle areole di assorbimento tra le produzioni arboriformi fv. pag. 72). - 110. Alcune areole di assorbimento del sacco di Tropinota viste a forte in- grandimento (v. pag. 73). - Ili. Assorbimento nel sacco di Anomala (v. pag. 82). - 112. Cellule della parte posteriore del sacco di Oryctes. Fra esse se ne vede una con un nucleo in una fase di divisione diretta (v. pag. 80). - 113. Altra cellula dell' epitelio del sacco dello stesso animale con il nucleo in divisione (v. pag. 80). - 114. Epitelio del sacco di Oryctes con alcune cellule, che mostrarlo i loro nuclei in varie fasi degenerative (v. pag. 79). - 115. Altre cellule dell epitelio del sacco dello stesso animale coi loro nu- clei in altre fasi degenerative (v. pag. 79). - 116. Uno dei sei segmenti del retto di Oryctes in sezione trasversa (v. pag. 85). - 117. Epitelio e cuticola chitinosa delF ultima porzione del retto dì Phyllo- gnathus (v. pag. 88). - 118. Epitelio e cuticola chitinosa dell' ultima porzione del retto dH Anomala (V. pag. 90 linea 16, dove invece di figura 115 leggasi figura 118). Untersuchungen zur Entwicklungsgeschichte der Distaplia magnilarva Della Valle, einer zusammen- gesetzten Ascidie. I. Abschnitt. Die Reifung des Eies. Von Dr. M. V. Davidoff in München. Mit Tafel 5 und 6. Die Untersuchungen, welche ich hiermit der Veröifentlichung übergebe, sind das Resultat einer zweijährigen allerdings oft unter- brocheneu Arbeit. Im Jahre 1887 theilte ich Einiges über meine damaligen Erfahrungen am Ei von Distaplia mit und zwar in einem Vortrage über die Entstehung der sogenannten Testazellen il), sowie in einer Notiz im Anatomischen Anzeiger über die Furchung und die Anlage der Keimblätter (2). Seitdem hat sich Manches in meinen Anschauungen geändert. Ich lernte mit der Zeit besser couserviren und auch besser sehen. Namentlich half mir ungemein das Studium anderer Objecte aus der Gruppe der Tunicaten, so dass auch die vergleichende Methode in Anwendung gebracht werden konnte. Technisch erwies sich das Z>/òiff//?/m- Material , namentlich für die Untersuchung feinerer Verhältnisse, als ein überaus schwieriges Object, was seinen Grund darin hat, dass das Ei dieser Ascidie un- gewöhnlich groß und im Reifestadiura mit Dotterkörpern vollgepfropft ist. Wie das Studium der Larven von Distaplia gerade wegen ihrer Größe äußerst verlockend schien, so stellte sich die Größe des Eies und der Furchungskugeln als ein Übelstand heraus. Die Unter- suchung konnte indessen nicht auf die Larven allein beschränkt Mittheilungen a. d. Zoolog. Station zu Neapel. Bd. 0. S 114 M. V. Davidoff werden und so musste ich mich dazu entschließen, entweder die Schwierigkeiten, welche die frühen Stadien boten, zu überwinden oder überhaupt zu einem andern Materiale meine Zuflucht zu neh- men. Gerade das Vorhandensein des Dotters brachte aber Abwei- chungen vom typischen Verhalten der Entwicklungsprocesse mit sich, welche von vorn herein ein reges Interesse erweckten. Wenn ich nun weiterhin bedachte, dass die Entwicklungsgeschichte der zusam- mengesetzten Ascidien so gut wie ganz unbekannt ist und DistapUa gewiss zu ihren schönsten Formen gehört, so schien die Mühe loh- nend, und ich zögerte daher nicht, an die Überwindung der tech- nischen Aufgabe zu gehen. Ich brauche wohl kaum zu versichern, dass es mir nur zum Theil gelang, meines Materiales Herr zu wer- den, aber ich brachte es doch mit der Zeit so weit, mir von den wesentlichsten Processen schließlich ein genügend klares Bild zu verschaffen. Hierbei waren mir die 1S85 erschienenen, mit Hilfe neuerer Methoden ausgeführten Arbeiten von van Beneden & Jultn (1, 2) eine willkommene Stütze. Obwohl DistapUa sich wesentlich anders entwickelt als ClavelUna^ so fanden sich doch manche Anknüpfungs- punkte und Beziehungen, welche in vielen Fällen eine directe Ver- gleichung beider Formen ermöglichten. Es sei hier auch dankbar der Schrift Hatschek's gedacht, der uns ein so klares, durchsichtiges Bild der Entwicklungsgeschichte von Amphioxiis lieferte Seit den denkwürdigen Untersuchungen Kowalewsky's ist un- ser Interesse für die Ascidien nicht erloschen, ja man kann wohl sagen, dass es eher in einer stetigen Steigerung begriffen ist, na- mentlich seitdem Dohrn die ganze Gruppe der Tunicaten von einem völlig anderen Gesichtspunkte aus beurtheilte. Mag man den Asci- dien diese oder jene systematische Stellung zuweisen, so ist doch das Erste, was zur Stütze dieser oder jener Ansicht erbracht werden muss, eine Ausdehnung des Materials nach der Breite und Tiefe. Einerseits müssen die bereits bearbeiteten Formen noch viel genauer untersucht, andererseits aber neue Objecte hinzugezogen werden. Die bisher studirten solitären Ascidien verhielten sich, nament- lich in Hinsicht der Entstehung ihrer Keimblätter, im Wesentlichen alle gleich. Es mussten aber Formen gefunden werden, welche nach dieser oder jener Richtung sich abweichend verhielten, welche es ermöglichten, die bisher bekannten Entwicklungsprocesse in die- sem oder jenem Lichte erscheinen zu lassen. Unters, zur Entwicklungsgcsch. der Distaplia magnilarva Della Valle. 115 Aus zahlreichen sieh täglich mehrenden Beispielen wissen wir, welchen modificirendeu Eiufluss der Dotter auf die Entwicklung der Embryoualanlage ausübt, wissen andererseits, dass eine Abnahme desselben eine abermalige Rückkehr zu scheinbar primitiven Verhält- nissen bewirkt. Es folgt daraus, dass die ersten Entwickluugspro- cesse eines Thieres, für sich betrachtet, uns nur ein unsicheres Merkmal abgeben, wenn es sich um die Beurtheilung seiner Stellung im natürlichen Systeme handelt, und dass wir stets, um uns hierin Aufklärung zu verschaffen, die Entwicklung im Ganzen ins Auge zu fassen haben. Schon der Umstand, dass wir ja nicht mit Bestimmtheit sagen können, ob das Ei der Urformen der Vertebraten ein holoblastisches oder ein meroblastisches gewesen ist, mahnt genügend zur Vorsicht. Gerade die Selachier haben ein ausgeprägt meroblastisches Ei. und das holoblastische Ei der Säugethiere muss vom meroblastischen Typus abgeleitet werden. Es wird sich nun zunächst darum handeln, ob innerhalb der Gruppe der Tunicaten nicht ähnliche Schwankungen vorliegen, ob die allgemein als primär aufgefassten Processe nicht vielleicht se- cundär entstanden sind. Diese Frage scheint mir von großer Be- deutung zu sein, ihre endgültige Beantwortung aber wohl nur in einer fernen Zukunft möglich. Warum gerade das Ei von Distaplia so dotterreich ist, kann man leicht erklären. Ihre Larven entwickeln sich im mütterlichen Organismus und führen nur kurze Zeit als geschwänzte Thierchen eine freie Lebensweise. »Bemerkenswerth bei diesen Larven ist der Umstand, dass bei ihnen, wie Della Valle gezeigt hat, noch ehe sie das Mutterthier verlassen, Knospen entstehen, welche also hier eine frühzeitige Coloniebildung einleiten und man daher schon die freischwimmende Larve mit Recht als eine Colonie von mehreren Personen betrachten kann. Andere an dieser Stelle nicht zu erwäh- nenden Eigenschaften zeigen ebenfalls, dass die freischwimmende Bistaplia-ljxxsQ eine bedeutend vorgeschrittenere Organisationsstufe erreicht, als es bei den bekannten von Kowaleavsky und Kupffer beschriebenen Larven der solitären Ascidien der Fall ist. Dadurch wird es verständlich, welche Bedeutung für diese Larven ein rei- cheres Nahrungsmaterial hat« (Davidoff 3). In Bezug auf die Morphologie und Histologie der ganzen I)i- sfajìIta-CoìomQ verweise ich auf die Mittheilungen Della Valle's. Hier sei nur erwähnt, dass die Stöcke zur Zeit der Reife getrennten s* 116 M. V. Davidoff Geschlechtes sind, dass ich iu geschlechtlicher Fortpflanzung begrif- fene weibliche Colonien von etwa Mitte Januar bis Ende Mai erhielt, dass endlich die Thiere, Dank den fortwährenden Bemühungen der Zoologischen Station in Neapel,^ stets in genügender Menge zur Un- tersuchung gelangten. Ursprünglich beabsichtigte ich meine Untersuchungen im Ganzen zu veröffentlichen. Indessen erreichten dieselben einen Umfang, welcher eine Eintheilung in mehrere Abschnitte, wenigstens zum Zwecke einer Publication in einer Zeitschrift, wünschenswerth er- scheinen ließ. Ich theile sie also in drei Theile, von welchen der erste, hier vorliegende, die Reifeerscheinungen des Eies behandelt. Der zweite Theil wird sieh mit der Furchung und mit der Anlage der Keimblätter bis zur Schließung des Medullarrohres befassen, zu welchem Zeitpunkte sich auch die übrigen »Primitivorgane a anlegen. Der dritte Theil endlich bespricht die Organogenie der Larve. Viel- leicht wird sich später noch ein vierter, die Metamorphose behandeln- der Abschnitt den übrigen drei anschließen. Die Litteratur habe ich nach Kräften berücksichtigt. Sie ist aber, namentlich was die Reifeerscheinungen des thierischen Eies angeht, so umfangreich geworden, dass ich hier nur eine speciell für meine Zwecke dienende Auswahl anführen konnte. Sollte ich hierbei diese oder jene Arbeit übersehen haben, so bitte ich mich darauf aufmerksam zu machen. Die Zeichnungen sind sämmtlich mit den ZEiss'schen Linsen und Ocularen und mit Hilfe eines Zeichenprismas entworfen worden ; die sich dabei ergebende Vergrößerung wurde vermittelst des Objectiv- mikrometers ausgerechnet. Es macht sich daher eine detaillirte Maßangabe überflüssig. Jeder kann sich die absolute Größe irgend eines Gebildes einfach durch die Applicirung eines Cirkels aus- rechnen. Der ganzen Arbeit voraus schicke ich ein Capitel über die von mir angewandten Untersuchungsmethoden. Um von einer Disfaplia-Colonie Embryonen zu erhalten, muss man sie entweder mit zwei starken Pincetten zerfetzen oder mit einem Rasirmesser in Schnitte zerlegen. Die letztere Methode ist bei Weitem schonender und ihrer bediente ich mich fast ausschließ- lich. Die Schnitte dürfen nicht zu dünn ausfallen, da sonst viele, ja sogar unter Umständen alle Embryonen verletzt werden können. Unters, zur Entwicklungsgesch. der Distapliii magnikrva Della Valle. 117 Eine Dicke von 4 — 5 mm ist wohl am zweckmäßigsten. Hierbei hat man auch den Vortheil, dass eine Anzahl Embryonen in den Brut- taschen der Mutterthiere unversehrt, in loco, liegen bleibt, indessen viele andere beim Versenken der Schnitte in die Conservirungsflüs- sigkeit herausfallen. Eine in Entwicklung begriffene Colonie enthält eine große Anzahl von Larven und Embryonen auf allen Entwick- lungsstadien, aber nur ein geringer Bruchtheil bleibt nach dem Zer- schneiden der Colonie unversehrt erhalten. Man bekommt günstigere Resultate, wenn man die Colonie parallel zur Basalfläche des Stockes schneidet, denn dabei trifft man die Bruttaschen der Länge nach und hat Aussicht darauf, eine geringere Anzahl der Embryonen zu verletzen. Die weiteren bei dieser Untersuchung angewandten Methoden will ich hier etwas genauer beschreiben. Bei den Schwierigkeiten, welche das Disttqüia-Ex dem Untersucher entgegenbringt, scheint es geboten, ausführlich mitzutheilen, auf welche Weise man brauchbare Präparate hergestellt hat und überhaupt zu diesen oder jenen Re- sultaten kam. Bei anderen Conservationsmitteln und anderen Mani- pulationen könnten die Präparate und Zeichnungen ganz anders aus- fallen, als es in dieser Untersuchung der Fall ist. Bei der Beobachtung des ganzen Embryo sowohl im frischen als auch im conservirten Zustande werden die Zellgrenzen und die Kerne vom Dotter verdeckt, und nur nachdem man sich an Schnitt- präparaten über die Vorgänge im Ei orientirt hat, ist es möglich, sich auch am ganzen Objecte zurechtzufinden. Bei der Anfertigung der mikroskopischen Schnitte aber bringt der Dotter alle jene Schwie- rigkeiten mit sich, welche schon von anderen dotterhaltigen Objecten her hinlänglich bekannt sind. In Folge davon müssen die Conser- vationsmethoden und die weitere Behandlung des Objectes dahin arbeiten, diese Übelstände möglichst zu beseitigen. Um schnittfähig zu bleiben, darf der Dotter eine gewisse Härte nicht überschreiten und kann also nur mit solchen Reagentien behandelt werden, welche es erlauben, späterhin das Object nach Belieben härter oder weicher zu machen. Es sind also solche Conservirungsmittel von vom herein ausgeschlossen, welche schon an sich erhärtend wirken. Hierzu ge- hören vor Allen das reine Sublimat, die reine Chromsäure und die sonst so ausgezeichneten Chrom-Osmium-Gemische. Auch der von VAN Beneden & Julin für die Eier von ClaveUina mit Erfolg an- gewandte Eisessig (2 pag. 255) konnte aus denselben Gründen hier nicht gebraucht werden. Abgesehen von vielen anderen nach- 118 M. V. Davidoflf theiligen Eigenschaften der genannten Reagentien erhärten sie, na- mentlich die erstgenannten, das Ei von DistapUa in einem solchen Grade, dass es für weitere Studien so gut wie ganz unbrauchbar ist. Andere Conservirungsflüssigkeiten, wie z. B. die KLEiNENBERG'sche Pikrin-Schwefelsäure, die PERÉNYi'sche Flüssigkeit, eine lO^ige Salpetersäure etc. erhärten das Object zwar nicht in dem Grade wie die vorerwähnten Reagentien, wirken aber so nachtheilig, dass ihr Erfolg wohl geradezu als eine Zerstörung bezeichnet werden kann. Nach vielen vergeblichen Bemühungen gelang es mir endlich, zwei Conservirungsflüssigkeiten zu finden, welche beide in allen Be- ziehungen ausgezeichnet auf mein Object wirkten. Es ist zunächst eine Mischung von Sublimat mit Eisessig, ein Reagens, das unter dem Namen der LANG'schen Flüssigkeit bekannt ist. Ich nehme 3 Theile einer gesättigten Lösung von Sublimat in destillirtem Was- ser und füge 1 Theil Eisessig hinzu. Die frischen Objecte werden ca. V2 — 1 Stunde darin gelassen, dann 5 — 10 Minuten in destillir- tem Wasser ausgewaschen und in 40^ igen Alkohol gebracht, wo sie bis zu 1 Stunde verweilen. Schließlich bringe ich sie in 50-, 60- und vorigen Alkohol; in letzterem bleiben sie aufbewahrt. Nicht nur erhalten sich die auf diese Weise präparirten Eier und Embryonen in schnittfähigem Zustande, sondern es werden durch diese Mischung auch diejenigen nachtheiligen Eigenschaften beider Reagentien aufgehoben, welche sie, einzeln angewandt, besitzen. Beim Gebrauch des reinen Sublimats ist eine Gesammtschrumpfung der Eier und Larven, eine Schrumpfung der Keimbläschen, Kerne und Kernfiguren unausbleiblich. Außerdem bringt das Sublimat allein die Bestandtheile der Kerne nicht zu einer vollständigen Gerinnung, so dass sie sich meistens diffus färben und die Einzelheiten ihrer feineren Struktur nicht deutlich erkennen lassen. Der Eisessig schwächt, so gut er sonst wirken mag, die Tinctionsfähigkeit der Dfsfaplia-Eiev und lässt auch die Zellgrenzen nicht mit der wün- schenswerthen Deutlichkeit hervortreten. Durch die Mischung des Sublimats mit Eisessig wird die Wirkung beider Reagentien combi- nirt und werden die Nachtheile des einen durch die Vortheile des anderen compensirt. Es bleibt aber immerhin eigenthümlich , dass das Sublimat-Eisessiggemisch weniger erhärtend wirkt, als jedes dieser Reagentien gesondert genommen. Die zweite von mir mit Erfolg benutzte Conservirungsflüssigkeit ist abermals eine eisessighaltige Mischung. Ich nehme 3 Theile einer gesättigten Pikrinsäurelösung und 1 Theil Eisessig. Nur lasse ich Unters, zur Entwicklungsgesch. der Distaplia magnilarvca Della Valle. 119 in dieser Flüssigkeit die Objecte etwas länger verweilen, etwa 3 — 4 Stunden, und bringe sie dann sofort in TO^igen Alkohol, in welchem sie ausgewaschen werden und auch späterhin aufbewahrt bleiben. Fast in allen Beziehungen kommt die Wirkung des Pikrin-Eis- essigs derjenigen des Snblimat-Eisessigs gleich nnd ist ebenfalls sehr zu empfehlen. Die Kernstrukturen und Mitosen w^erden gut erhalten, die Tinctiousfähigkeit ist vorzüglich. Schrumpfungen kommen nur äußerst selten vor und sind dann leicht als solche zu erkennen. Das Einzige, worin die Pikrin-Essigsäure der besprochenen Sublimat- mischung nachsteht, ist der Umstand, dass die mit derselben conser- virten Objecte nicht jene Durchsichtigkeit erreichen, welche sie durchweg nach Behandlung mit Sublimat-Eisessig besitzen. Ich habe meine besten Präparate vermittelst der Conservation in Sublimat-Eisessig erhalten, auch sind fast alle meine Abbildungen solchen Präparaten entnommen. Die Färbung der in den beiden 'erwähnten Flüssigkeiten con- servirten Objecte bietet keine Schwierigkeiten. Ich färbe sie in der gewöhnlichen alkoholischen Borax- Carminlösung, in welcher sie 6 — 8 Stunden verweilen nnd dann mindestens 12 Stunden, auch länger, in angesäuertem TO^igem Alkohol ausgewaschen werden. Man muss dafür sorgen, dass der Farbstoff nur an den Kernen fixirt bleibt, da sonst auch der Dotter etwas gefärbt erscheint und dann die Beobachtung wesentlich stört. Oft habe ich recht lange Zeit gebraucht, um meine Objecte ordentlich auszuwaschen. Ist das aber einmal geschehen, so bietet der Embryo ein zierliches Bild dar und kann in Nelkenöl eine Durchsichtigkeit erreichen, welche es gestattet, einen Einblick in die inneren Vorgänge zu gewinnen. Nach der Färbung werden die Embryonen in SO ^ igen, 90^ igen und schließlich in absoluten Alkohol gebracht, dürfen aber in dem letzteren nicht zu lange verweilen , weil man dann aber- mals Gefahr läuft, sie zu stark zu härten. Die Übertragung in Nelkenöl geschieht allmählich in einem Probirgläschen, in das zuerst Nelkenöl, darauf eine Schicht absoluten Alkohols gegossen wird. Das in das Gläschen gebrachte Object senkt sich langsam, ohne zu schrumpfen, auf den Boden desselben und man darf sicher sein, dass es in allen seinen Theilen vollständig mit Nelkenöl durchtränkt ist. Hierauf untersuchte ich die Embryonen, wählte mir die nöthigen Stadien heraus und fertigte Skizzen und Umrisszeichnungen an. Zum Einbetten in Paraffin übertrug ich die Embryonen in Xylol, 120 M. V. Davidoflf dann in eine dünne Lösung von Paraffin in Xylol, endlich in reines Paraffin. Einige Schwierigkeiten stellten sich beim Orientirungsverfahren ein. Ist der Embryo auf einem späteren Entwicklungsstadium, so erscheint er oval, und dann ist seine Orientirung leicht, wenigstens behufs Anfertigung der Querschnitte. Anders aber bei jüngeren Stadien und für Längsschnitte. Hier treten Schwierigkeiten ein, welche nicht leicht zu überwinden sind, und wobei der Mangel an einer durchsichtigen Einbettungsmasse sich recht fühlbar macht. Ich will hier mein Orientirungsverfahren mittheilen, da dasselbe viel- leicht auch bei anderen Objecten eine passende Anwendung finden könnte. Ich nehme einen Objectträger und trage auf denselben eine dünne Schicht Glycerin auf, dann bringe ich mit einem Pinsel einen Tropfen einer dicken Collodiumlösuug darauf und suche den- selben in einer dünnen Lage, etwa auf eine Fläche von V2 qcm aus- zubreiten. Das CoUodium wird fest und stellt dann ein sehr dünnes, vollkommen durchsichtiges Plättchen dar. Jetzt bestreiche ich das Collodiumplättcheu mit irgend einer Wasserfarbe (man kann selbst Borax-Carmin hierzu nehmen , jedoch derart, dass ein mittleres Feld frei von Farbe bleibt. Nachdem die Farbe getrocknet ist, bringe ich aus Xylol den zu orientirenden Embryo auf das mittlere, durch- sichtige Feld des Plättcheus und gebe ihm unter dem Präparir- Mikroskop mit Nadeln die gewünschte Lage. Nun trockne ich das um den Embryo noch vorhandene Xylol mit Fließpapier ab, nehme einen Tropfen einer dünnen Collodiumlösung und bringe ihn mit einem Pinsel an den Rand des Embryo. Das Collodium umfließt denselben und fixirt ihn an das Plättchen. Nun ziehe ich letzteres von dem Objectträger ab, was sehr leicht geschieht und übertrage es in Xylol. Hier wird das Mittelfeld, auf welchem der Embryo fixirt ist, in etwa V4 Stunde vollkommen durchsichtig. Ich kann jetzt das Plättchen unter das Mikroskop bringen, mit einem Deck- gläschen bedecken und die Lage des Embryo genau controlliren. Durch ein passendes Zuschneiden des gefärbten Randes des Plätt- chens mit einem scharfen Skalpell kann ich die Schnittrichtung be- stimmen. Sammt dem dünnen Collodiumplättcheu wird der Embryo in Paraffin eingebettet; beim endgültigen Orientiren auf dem Object- schlitten des Mikrotoms muss man aber dafür sorgen, dass er gegen die Schneide des Messers gekehrt ist, derart also, dass das Messer zuerst ihn trifft und nachher das Collodiumplättcheu. Es ist dies eine Vorsichtsmaßregel, welche nicht unbedingt uothwendig ist; da aber Unters, zur Entwicklungsgesch. der Distaplia magnilarva Della Valle. 121 das Paraftìu sich zuweilen hinter dem Plüttchen ablöst, so könnte dieses dem Objeete schaden, wenn es nicht in der eben gesagten Weise orientirt wäre. Dieses ganze Orientirungsverfahren ist in allen solchen Fällen überflüssig, in welchen die Lage des Embryo im Brutraume des Mutterthieres für die gewünschte Richtung des Schnittes günstig ist und wenn man denselben sammt einem Stückchen des Coloniegewebes Orientiren kann. Es ist aber unerlässlich, dass man sich vor dem Schneiden genau über die Lagerung der Symmetrieebenen orientirt. Desshalb genügt es auch nicht, die in den Bruttaschen in loco liegen gebliebenen Embryonen zu untersuchen: man muss sie isoliren, da- mit man sie unter dem Deckgläschen bequem nach allen Richtungen drehen kann. Trotz aller hier geschilderten Vorbereitungen zum Schneiden ist die Herstellung tadelloser Schnittserien, namentlich der jüngeren Stadien, keineswegs leicht. Die reifen Eier und die Furchungs- stadien bis zur Ausbildung der Darmhöhle stellen eigentlich nichts Anderes dar, als eine compacte Dottermasse. Das Paraffin hat gar keinen Raum im Object, in welchen es hätte eindringen können. Desshalb entstehen beim Schneiden Verlagerungen der Dotterkörper, welche auch leicht aus dem Schnitt herausfallen. Ist der Dotter eine Spur zu weich, so kann eine ganze Partie desselben heraus- quellen; ist er zu hart, so entstehen Risse und Bröckelungen. Es ist aber außerordentlich schwer, die richtige Consistenz beim Conserviren und Härten zu treffen, desshalb musste ich auf ein Mittel bedacht werden, welches diese Nachtheile einigermaßen be- seitigte. Hierbei leistete mir das bekannte Bestreichen der Ober- fläche eines jeden Schnittes vor dem Schneiden mit einer dünnen Lösung von Collodium ausgezeichnete Dienste. Letzteres trocknet sehr rasch und verhindert dadurch etwaige Herausquellungen und Verlagerungen der Dotterplättchen : es leistet ihnen Widerstand. Dieses Verfahren verlangsamt allerdings nicht wenig die technischen Manipulationen beim Schneiden, aber die Zeit, welche man darauf verwendet, ist nicht verloren. Ich war schon im Begriff, meine Untersuchungen über die Z)esifa/>/w- Entwicklung ganz aufzugeben; erst als ich den Gebrauch des Collodiums lernte, war für mich die Möglichkeit vorhanden, mit Erfolg weiter zu arbeiten. Auf den Objectträger ^klebte ich die Schnitte mit Eiweiß auf, nach der Angabe von P. Mayer. Hierauf brachte ich den Object- träger saramt den Schnitten in absoluten Alkohol, in welchem das 122 M. V. Davidoff Eiweiß gerann. In Chloroform wurde dann das Paraffin entfernt und die Schnitte schließlich in Nelkenöl aufgehellt. Auf die endgültige Einschließung in Canadabalsam musste ich verzichten, da derselbe im Vergleich zu den stark lichtbrechenden Dotterkörpern zu wenig lichtbrechend ist. In Nelkenöl hingegen störten die letzteren die Beobachtung nicht: sie erschienen als blasse, kaum sichtbare Ringe und ließen die Grenzen der großen Furchungs- kugeln mit aller wünschenswerthen Deutlichkeit erkennen. Ich ließ desshalb meine Präparate in Nelkenöl, bedeckte sie mit einem Deck- gläschen und umrahmte dasselbe mit Paraffin. Solche Präparate halten sich ganz gut. Sollte aber mit der Zeit sich hier und da durch einen ungenügenden Verschluss eine störende Luftblase ent- wickeln, so bringe ich das betreffende Präparat in Chloroform, wobei das Paraffin sich auflöst und das Deckgläschen abfällt. Nun kann ich denselben Verschluss noch einmal vornehmen, ohne dass die Präparate dadurch irgend wie verletzt werden. Bei der ausführlichen Schilderung der von mir angewandten Untersuchungsmethoden wurde ich auch von dem Gesichtspunkte ge- leitet, dass dieselben vielleicht bei anderweitigen Arbeiten au dem schönen Dùtaplia-M.SiteYÌ3iìe, vielleicht auch bei anderen dotterhaltigen Objecten eine Anwendung finden könnten. Unsere allerdings in der letzten Zeit sehr vorgeschrittene mikroskopische Technik steht aber noch lange nicht auf der Höhe. Die Schwierigkeiten, welche der Dotter mit sich bringt, sind noch lange nicht überwunden. Es mag desshalb ein noch so geringer Beitrag zur Beseitigung solcher Hin- dernisse nicht ohne einigen Werth erscheinen. I. Die Reifung des Eies. 1. Frühe Entwicklungsstadien der Eier. Über die Herkunft der Eier, über ihre genetischen Beziehungen zu diesem oder jenem embryonalen Gewebe, habe ich keine beson- deren Studien gemacht. Diese Frage ist in der letzten Zeit vielfach behandelt und namentlich durch die Untersuchungen von van Beneden & JuLiN an Clarellma-I^ÌGi'ìi [1, 2) auch genügend beantwortet wor- den. Was ich in dieser Hinsicht an meinen Präparaten fand, stimmte genau mit den Angaben und Abbildungen der genannten Autoren überein. Ich kann mich ohne Weiteres auf den betreffenden Ab- schnitt ihrer Arbeit beziehen (2 p. 350). Vor Kurzem hat auch Maurice diese Frage in Übereinstimmung mit van Beneden & Julin Unters, zur Entwicklungsgesch. der Distaplia magnilarva Della Valle. 123 behandelt. Ich halte es desshalb für überflüssig, die Ansichten an- derer, früherer Forscher hier anzuführen, möchte aber die An- schauungen VAN Beneden's & Julin's erwähnen, weil sie einerseits ein Licht auf die Herkunft gewisser Eihüllen werfen, andererseits auch zum Verständnis des histologischen Baues des Eies beitragen. Die erste Anlage der Geschlechtsproducte entsteht aus einer An- sammlung von Mesodermzellen (ovotestis). Das Keimepithel des paarigen Ovariums ist also mesodermalen Ursprungs. »L'épithélium germinatif,« sagen van Beneden & Julin (2), »se montre constitué de deux sortes de cellules: les unes, plus volumineuses, arrondies de toutes parts, se font remarquer par leurs enormes noyaux clairs, sphériques, pourvus d'un gros corpuscule chromatique; les autres, interposees entre les premières, moulées sur elles, ont de petits noyaux arrondis ou ovalaires, ne montrant aucun corpuscule chromatique bien apparent. Les premières sont des ovules primordiaux; les autres des cellules folliculeuses« (p. 352 — 353). Die Follikelzellen sind sehr ausgedehnt und erscheinen an Schnitten spindelförmig. An jüngeren Eiern kann eine einzige solche Zelle beinahe Y4 der Eicircumferenz umspannen. »II est de toute évidence,« sagen die beiden Autoren, »qu'un jeune follicule n'est qu'nne partie individualisée de l'épithélium germinatif« (p. 353). Die von van Beneden & Julin festgestellten Thatsachen haben nicht nur als solche einen positiven Werth, sondern erscheinen auch dadurch von Bedeutung, weil sie eine andere, von gewissen Autoren vertretene Meinung ausschließen. Es haben nämlich Fol (4), Sabatier (1) und RouLE angegeben, dass die Follikelzellen des Ascidieneies aus dem Inneren des Eies sich heraus entwickelten. Über die Einzel- heiten dieser Erscheinung sind die genannten Forscher allerdings nicht einig. Fol und Roule versuchten die Follikelzellen von sich vom Keimbläschen abschnürenden Knospen herzuleiten, während Sabatier ihre Entstehung im Eidotter ohne Betheiligung des Keim- bläschens annahm. In meinen Präparaten habe ich kein einziges Primordialei ohne die dasselbe umgebenden Follikelzellen gesehen. In vielen Fällen ist die Constatirung solcher Zellen nicht gerade leicht, namentlich an sehr dünnen Schnitten, an welchen der Kern derselben nicht immer getroffen erscheint. Verfolgt man aber die Schnittserie weiter, so findet man sicher einen oder zwei Kerne der Peripherie des Eies anliegend. Die Follikelzellen der jüngeren Eier sind außerordentlich dünn und lassen nur selten in der Umgebung ihres ovalen oder 124 M. V. Davidoff spindelförmigen Kernes einen doppelten Contour wahrnehmen. Auf den ersten Blick hält man den scharfen Umriss des Eies für seine Mem- bran. An Schnitten indessen, an welchen durch Zufall das Ei ge- schrumpft oder irgend wie lädirt ist, überzeugt mau sich davon, dass dasselbe in diesem Stadium noch keine Membran besitzt und seine Grenzlinie in der That von Follikelzellen herrührt. Auch in Be7Aig auf die Structur jüngster Eier muss ich van Beneden & Julin Recht geben. Eben so wie diese Forscher, finde ich das Protoplasma solcher Eier fein granulirt, seine Färbung durch- weg gleichmäßig. Dasselbe beherbergt keinerlei geformte Bestand- theile, keinerlei Partikelchen, welche sich intensiver als ihre Um- gebung färbten, kurz nichts, was an ein chromatisches, kernartiges Gebilde erinnern könnte (Taf. 5 Fig. 1). Jedes solche Ei besitzt ein großes, gleichmäßig abgerundetes, mit einer einfach contoiuirten Membran versehenes Keimbläschen, dessen Reticulum zunächst groß- maschig und vollständig achromatisch ist. Das Keimbläschen [kb beherbergt einen großen, stets excentrisch gelagerten, jedoch niemals die Membran tangirenden Keimfleck [Nl), der die Farbstoffe lebhaft anzieht und, nach meinen Erfahrungen, in diesem Eutwicklungs- stadium des Disfaplia-Eies nicht homogen ist, sondern mehrere chromatische Körnchen in seinem Inneren zeigt (Fig. 1). So weit harmoniren meine Beobachtungen mit den Angaben VAN Beneden's & JüLiNS vollkommcu. 2. Über die Entstehung der sogenannten Testazellen. Die weitere Entwicklung der Ascidien-Eier ist bekanntlich mit dem eigenthümlichen Processe der Bildung der »Testazellen« ver- bunden. Jedes reife Ei findet sich von den letzteren umgeben und besitzt also zwei Hüllen: erstens das Follikelepithel und zweitens eine zwischen dem Ei und dem Follikel eingeschaltete Lage von »Testazellen« (Taf. 6 Fig. 33 . Die Herkunft der letzteren hat seit ihrem Entdecker, Kowalewsky (1), die Veranlassung zu vielfachen Controversen gegeben. Es besteht eine ganze Litteratur über diesen interessanten Gegenstand, ohne dass bis jetzt von irgend einer Seite her eine befriedigende Deutung dieses Processes, d. h. eine Angabe über die Entstehungsweise dieser Zellen, welche zugleich ihre mor- phologische Bedeutung erklärt hätte, vorläge. Ich halte es für überflüssig, hier alle diesen Gegenstand be- treffenden, zahlreichen Arbeiten der älteren Autoren ausführlich an- zugeben, um so mehr, als in mehreren neueren Arbeiten solche Unters, zur Entwicklungsgesch. der Distaplia magnilarva Della Valle. 125 Zusammenstellungen geliefert worden sind. Ich verweise namentlich auf die im Jahre 18S4 erschienene Arbeit von Fol (4). Es sei hier nur zur Orientirung erwähnt, dass die beiden Grundansichten über die Herkunft der i^Testazellen«, um welche sich alle späteren Angaben gruppireu, von Kowalewsky und Kupffer herrühren. Ersterer Forscher hat die «Testazellen« von den Follikelzellen her- geleitet wissen wollen — eine Meinung, die er auch in seinen spä- teren Arbeiten aufrecht erhalten hat (2, 3). Kupffer gab die Ent- stehung der «Testazellen« im Inneren des Eies an, und zwar ließ er sie »frei« im Protoplasma des Eies sich bilden (1, 2). Jeder der ge- nannten Forscher hatte seine zahlreichen Anhänger. Auf der Seite Koavalewsky's stehen Stepanoff, Ganin, Ussow, Seeliger und Uljanin, auf der Seite Kupffee's Metschnikoff, Semper, Fol und Sabatier. Roule nimmt in so fern eine besondere Stellung ein. als er die »Testazellen« zwar aus dem Eiinneren entstehen lässt, sie aber nicht direct vom Protoplasma, sondern von Knospen des Keimbläschens herleitet, van Beneden & Julin endlich (2), auch Maurice, deren Ansichten wir etwas genauer zu betrachten haben, vertreten mit aller Bestimmtheit die Angabe Kow^alewsky's. »Dans aucun ovule primordial,« sagen van Beneden & Julin, »nous n'avons rien vu qui put faire supposer une genese de cellules intra-ovulaires : ni au contact de la vésicule germinative, ni en aucun autre point du vitellus nous n'avons pu distinguer rien qui ressemblàt ni à une cellule, ni à un noyau, rien qui rappelàt les extroflexions de la membrane nucléaire décrites et figurées par Fol ; rien non plus, dans la vésicule germinative, qui püt étre interprete comme nucléoles ac- cessoires (Roule)« (pag. 354). Die Abstammung der fraglichen Zellen vom Follikelepithel wird folgendermaßen beschrieben: das primäre, aus einer einzigen Zellenschicht bestehende Follikelepithel spaltet sich später in zwei secundäre Schichten; die innere Schicht entspricht der Lage der Testazellen, die äußere derjenigen des de- finitiven oder secundären Follikelepithels. Erst nach dieser Spal- tung bildet sich die Eihaut, und zwar zwischen den beiden Zellen- schichten, derart also, dass sie die innere Schicht (»conche du Testa«) vom definitiven Follikelepithel sondert, woraus sich dann die Lage der »Testazellen« innerhalb der Eihaut ergiebt. Sie befinden sich also zwischen dem Ei und der Eihaut, tangiren zwar die Eiober- fläche, senken sich aber niemals tiefer in den Eidotter ein. »L'épi- thélium folliculaire,« sagen van Beneden & Julin, »est forme au début d'une seule assise de cellules, fusiformes à la coupé. Mais 126 M. V. Davidoff bientót Ion remarque ^'à et là quelques cellules plus saillantes dans le vitellus; elles présentent d'ailleurs des caractères de forme et de strueture identiques à eeux des cellules plus superficiellement placées. En certains points de la surface de l'oeuf il apparait manifestement deux assises cellulaires, séparées l'une de l'autre par un contour foncé, légérement sinueux, ondulé, tantòt plus rapproclié, tantót plus eloigné de la surface du follicule (Fig. 14 bis,flV) (pag. 355 — 356), Die Membran, welche die beiden Schichten des Follikels trennt, kann nicht vom Eie selbst gebildet worden sein, sondern sie stammt vom Follikelepithel her. van Beneden & Julin geben keine mor- phologische Deutung der von ihnen geschilderten Processe. Die- jenigen Forscher, welche eine intraovale Entstehung der »Testazelleu« annehmen, geben zwar auch keine Erklärung über die Bedeutung der »Testazellen«, haben aber wenigstens das voraus, dass bei ihrer Annahme der ganze Process sich wesentlich einfacher gestaltet. Desshalb erschien mir letztere Annahme von je her als die wahr- scheinlichere. Ich war desshalb auch nicht überrascht, als ich vor zwei Jahren die ersten Schnitte durch ein Ovarium von Distaplia anfertigte und, entgegen van Beneden's & Julin's Angaben, Kerne im Inneren des Eies, in der unmittelbaren Umgebung des Keimbläschens fand. Das Material, das ich damals untersuchte, war in einer reinen Sublimat- lösung conservirt und in 90^igem Alkohol aufbewahrt. Diese Conser- vationsmethode brachte alle die üblen Folgen mit sich, welche ich bereits Eingangs hervorgehoben habe und damals leider noch nicht kannte. Das Verhängnisvollste war der Umstand, dass sämmtliche Kerne und Keimbläschen geschrumpft waren, doch wiederum nicht so stark, dass man das Bild hätte sofort als eine Schrumpfungs- erscheinung diagnosticireu können. Außerdem waren die Structuren der um das Keimbläschen vorhandenen Kerne nicht deutlich, auch färbten sie sich ziemlich diffus. An diesen Präparaten war aber Eines unzweifelhaft, nämlich eben das Vorhandensein kernartiger Gebilde im Inneren des Eies. Ich schreibe es meinem damaligen Materiale zu, wenn ich ge- wisse Vorgänge nicht wahrnahm, welche ich jetzt an meinem in Sublimat-Eisessig conservirten Materiale mit der wünschenswerthesten Deutlichkeit gesehen habe. Damals erschien mir das Keimbläschen stets von einer gleichmäßigen, nirgends hervorgebuchteten oder sich wellenförmig gestaltenden Membran umgeben. Auch sah ich in den meisten Fällen einen hellen Hof um dasselbe, der jede nähere Unters, zur Entwicklungsgesch. der Distaplia raagnilarva Della Valle. 1 27 Beziehung- des Keiiiibläscbeus zu seiner unmittelbaren Umgebung auszuschließen schien. Ich war desshalb damals gezwungen, jede Betheiligung des Keimbläschens an der Bildung der um dasselbe vorhandenen Kerne zu verneinen und musste mich denjenigen Forschern anschließen, welche eine »freie« Entstehung dieser Zel- len im Eiprotoplasma annahmen (Kupffer, Fol etc.). Diese An- schauung vertrat ich in einem am 22. Februar 1887 in der Gesell- schaft für Morphologie und Physiologie zu München gehaltenen Vor- trage. — Ich sandte einen Abdruck dieses Vortrages an Professor VAN Beneden, worauf ich ihm auch, seinem Wunsche gemäß, einige meiner Präparate zuschickte. In einem freundlichen Briefe, den ich kurz darauf von ihm erhielt, und für welchen ich ihm bestens danke, schrieb er mir, dass es keinem Zweifel unterläge, dass in ziemlich entwickelten Eiern die »Testazellen« auch im Inneren des Eiproto- plasmas angetrotfen werden könnten. Er glaube aber, dass darin noch kein Grund vorläge, eine intraovale Entstehung derselben an- zunehmen. An jungen Distaplia-Ftiern sah er an meinen Präparaten Zellen, welche noch nicht ganz von dem Follikelepithel abgetrennt waren, und dennoch bereits Eigenschaften der Testazellen zu haben schienen. So hielt denn van Beneden nach der Durchmusterung meiner Präparate an seiner Deutung fest: die Testazellen stammen vom Follikelepithel her, können sich aber unter Umständen tief in den Dotter einsenken. — Prof. van Beneden hatte die Freundlich- keit, mir auch einige seiner schönen Präparate der Clavelli?ia-¥iiei' zu senden. Ich fand in den letzteren die fraglichen Kerne im In- neren des Dotters nicht und schrieb damals an ihn, dass ich, wenn ich nur seine Präparate vor Augen gehabt hätte, sicher zur An- nahme einer intraovalen Entstehung der "Testazellen^ nicht gegriffen haben würde. Jedenfalls sah ich ein, dass meine damaligen Präparate unge- nügend waren, um diese schwierige Frage endgültig entscheiden zu können. Ich unterließ desshalb jede weitere Veröffentlichung und nahm mir vor, neues Material zu sammeln und dasselbe anders zu «onserviren. An der Hand meiner jetzigen Präparate bin ich in der Lage, mich über die Herkunft der »Testazellen^ bei Distaplia bestimmt auszusprechen, und es besteht für mich kein Zweifel darüber, dass die nämliche, gleich zu schildernde Entstehungsweise dieser Zellen auch bei anderen Ascidien statt hat. Diese Voraussetzung findet darin ihre Begründung, dass dieser Modus der Entwicklung 128 ^- V. Davidoff der »Testazellen« zugleich ein Licht auf ihre morphologische Bedeu- tung wirft. Das jüngste von mir abgebildete Ei (Taf. 5 Fig. 1) besitzt ein annähernd rundes Keimbläschen, dessen Membran gleichmäßig, ohne irgend welche Besonderheiten erkennen zu lassen, dasselbe als ein scharfer Contour umgiebt. Schon bei einem nur etwas größeren Ei (Fig. 2) sieht man, dass die Kernmembran sich an einer Stelle ein- buchtet {N(/), wodurch dann eine knospenartige Hervorwölbung des Keimbläschens entsteht. An einem etwas größeren Ei (Fig. 3) ist eine solche Knospe noch ausgesprochener und ist in ihrer Ab- gliederung vom Kern bereits weiter vorgeschritten. Es ist zu be- merken, dass der Keimfleck, der auf den in Fig. 2 und 3 abgebil- deten Schnitten nicht mit getroffen ist (vgl. auch Fig. 4—7), wie aus den nebenliegenden Schnitten der Serie hervorgeht, keine Be- theiligung an diesen Knospen hat. Auch fehlen in diesem Stadium die von Roule angegebenen secundären Nucleoleu (nucléoles adven- tifs) gänzlich (pag. 1071). Die Knospe besteht lediglich aus einem Theil des achromatischen Kernnetzes, dem Nucleoplasma. und aus einem Abschnitt der Kernmembran. In Fig. 4 ist ein Ei abgebildet, dessen Keimbläschenmembran abermals gleichförmig erscheint, in welchem aber neben dem Keimbläschen noch ein Gebilde vorhanden ist, das in allen Beziehungen den in Fig. 2 und 3 abgebildeten Knos- pen gleicht (iV<7). Es ist also ohne Zweifel eine vom Kerne bereits abgelöste Knospe. Sie ist von allen Seiten vom Eiprotoplasma um- geben und erscheint in letzterem als ein helles Bläschen, in welchem man nur bei einer genaueren Untersuchung das achromatische Netz des Keimbläschens wiederfindet. Es sind das dieselben Bildungen, welche ich an meinen früheren Präparaten für Vacuolen gehalten habe. Wahrscheinlich meint Roule nichts Anderes, wenn er sagt: »Les nucléoles parvenus dans le vitellus sont entourés plus ou moins rapidement par une zone claire, d'abord assez confuse, puis nette- ment délimitée'f (pag. 1071). Vielleicht haben Maurice & Schulgin dieselben Bildungen vor Augen gehabt, wenn sie sagen: «Autour du nucléus se trouve le vitellus nutritif; ce vitellus n'est pas compact, il renferme des cavités, des vésicules creuses répandues gà et là dans sa masse« (pag. 16). Die folgenden Figuren stellen weitere Entwicklungsstadien der Eier dar (Fig. 5 — 8; und zeigen, dass der Knospungsprocess des Keimbläschens immer weiter fortschreitet. Man trifft jetzt keine Keimbläschen mehr, deren Membran sich gleichmäßig abgerundet Unters, zur Entwicklungsgesch. der Distaplia magnilarva Della Valle. 129 verhielte. Ihr Contour ist fast überall durch Einbuchtungen und Einschnitte unterbrochen — Verhältnisse, welche sämmtlich zu dem Knospungsprocesse in Beziehung stehen (Fig. 6 und 7). In Fig. 6 sind an der linken Seite des Keimbläschens [kh] vier im Entstehen begriffene Knospen vorhanden, und jede von ihnen enthält außer dem Kernnetze noch ein stärker lichtbrechendes Körperchen, das möglicher- weise einem secundären Nucleolus Roule's zu vergleichen wäre. Letzterer ist zunächst eben so achromatisch wie das Kernnetz selbst, und man irrt wohl kaum, wenn man seine Entstehung aus Ver- dichtungen dieses Netzes herleitet. An den Knospen der Keim- bläschen jüngerer Eier (Fig. 2, 3) fand ich solche Bildungen nicht. Sie kommen aber sowohl in noch am Keimbläschen haftenden, als auch in bereits abgelösten Knospen älterer Eier (Fig. 6, 7) Constant vor. Es ist daher sicher, dass sie bei Distaplia nach und nach, früher oder später, zur Entwicklung kommen. Der Fall, welchen RoüLE bei Phallusia beschreibt, ist also wohl denkbar, indem diese Nucleolen bei dieser Ascidie sich eben sehr früh anlegen, ehe noch der Knospungsvorgang seinen Anfang nimmt. Ich will diese Körperchen als Nucleolen bezeichnen, eine Be- nennung, welche ihnen aus morphologischen Gründen auch späterhin zukommt. Sowohl für die am Keimbläschen noch haftenden, als auch für die bereits abgelösten Knospen werde ich den Ausdruck Nucleo- gemma, Kernknospe, gebrauchen. Das Protoplasma des Eies (Fig. 6) enthält außer den am Keim- bläschen sitzenden Nucleogemmen noch eine größere Anzahl bereits freier Knospen [Ng). Sie sind zum Theil an der Peripherie des Eies, zum Theil noch in der unmittelbaren Umgebung des Keimbläschens gelagert. In ihrer Structur stimmen die Nucleogemmen alle darin überein, dass jede von ihnen im Besitze eines wohlentwickelten, überall nachweisbaren Kernkörperchens ist. Die Membran, welche die Kernknospen umhüllt , ist immer deutlich ausgeprägt und trennt sie als eine scharfe Grenzlinie von dem umgebenden Eiproto- plasma ab. Fassen wir nun diejenigen Eigenschaften der Nucleogemmen ins Auge, durch welche sie sich von einander unterscheiden, so fällt zunächst ihre Verschiedenheit in der Größe auf (Fig. 6 — 8 Ng) . Die an die Peripherie des Eies gelangten sind durchschnittlich kleiner als die noch in der Umgebung des Keimbläschens befindlichen (Fig. 7) . Aber auch unter den letzteren kommen auffallende Größenunterschiede vor. Ich verweise auf Fig. 2 — 8. — Es ist als eine Thatsache anzunehmen, Mittheilungen a. d. Zoolog. Station zu Neapel. Bd. 9. 9 130 ^- V- Davidoff dass die Nucleogemmen bei DistapUa Anfangs eine verschiedene Größe besitzen. An der Peripherie des Eies gleichen sich diese Unterschiede aus. Wir können die Vermuthung aussprechen, dass die größeren von ihnen sich nach der Ablösung vom Keimbläschen theilen, ein Vorgang, den ich zwar nicht in allen seinen Phasen verfolgen konnte, auf welchen aber aus manchen Umständen mit ziemlicher Sicherheit geschlossen werden kann. Mitotische Theilungsfiguren waren an jungen, eben frei gewor- denen Nucleogemmen nirgends zu finden, was ja auch durch die Abwesenheit jeglicher chromatischer Elemente in ihnen zur Genüge erklärt wird. Für eine Theilung durch einfache Durchschnürungen, also durch einen Process, der auch der Entstehung dieser Knospen zu Grunde liegt, kann ich auf meinen Figuren manche Belege finden. So gewährt namentlich die Fig. 7 einige Configurationen dieser Ge- bilde, welche, wie mir scheint, in dieser Richtung gedeutet werden müssen. Es sind einfache, mehr oder weniger tief einschneidende Einbuchtungen der Membran der Nucleogemmen. In jeder Hälfte erkennt man dann oft sehr deutlich je ein Kernkörperchen , das wie früher nur als eine Verdichtung des Reticulums erscheint, in anderen Fällen aber schon jetzt sich deutlich zu färben beginnt. Ferner sind auch solche Bilder nicht gerade selten, wo zwei kleine Nucleogemmen dicht neben einander, aber völlig getrennt liegen — Erscheinungen, auf welche auch von einigen früheren Autoren (Roüle pag. 1071) bereits aufmerksam gemacht wurde, und die ich selbst an meinen früheren Präparaten schon gesehen hatte (1). Nach allem Gesagten glaube ich im Rechte zu sein, wenn ich eine Theilung der größeren Nucleogemmen unmittelbar nach ihrer Los- lösung vom Keimbläschen annehme. Bei den kleineren bedarf es einer solchen Annahme nicht, denn sie besitzen von vorn herein annähernd diejenige Größe, welche sie auch späterhin bewahren. Die weiteren Unterschiede der frei gewordenen Nucleogemmen unter einander bestehen in ihrem Verhalten gegen die Farbstoffe. Die mehr central gelegenen färben sich fast gar nicht, während die peripheren durchweg die Farbstoffe begierig aufnehmen. Ich möchte sagen, dass sie sich an der Peripherie des Eies gleichsam indivi- dualisiren; sie sind vermöge dessen, sowohl an ganzen Eiern, als auch an Schnitten, an dieser Stelle leicht wahrzunehmen. Sie heben sich scharf vom umgebenden Eiprotoplasma ab, rufen den Eindruck von Zellen mit Membran und Kern (Nucleolus) hervor — es sind kurzum diejenigen Gebilde, welche wir mit dem Namen der »Testa- Unters, zur Entwicklungsgesch. der Distaplia raagnilarva Della Valle. 131 Zellen« zu bezeichnen pflegen. Es mag den eben erwähnten Um- ständen zugeschrieben werden, wenn die meisten früheren Forscher, auch ich selbst vor zwei Jahren (1), die »Testazellen« zuerst an der Peripherie des Eies sich bilden ließen. Wir wollen nun die Umbildung der Nucleogemmen noch etwas genauer ins Auge fassen. Diese Aufgabe ist in so fem wesentlich er- leichtert, als die gewünschten Übergangsstadien fast an jedem geeig- neten Präparate vorhanden sind. An den Nucleolen ist vor Allem ein fortschreitendes Wachsthum zu constatiren, wobei wir ohne Weiteres annehmen können, dass sie in derselben Weise, wie sie entstanden sind, auch weiterhin an Volumen zunehmen: sie werden größere Partien des Reticulums in sich aufnehmen, sich mehr und mehr verdichten und demgemäß sich immer deutlicher und deutlicher färben (Fig. 6 — 8). Selbst im Sta- dium der Fig. 6 lassen aber die peripheren Nucleogemmen keine Dif- ferenzirungen in ihren Nucleolen erkennen. Letztere sind Gebilde, welche in ihrem Habitus dem Nucleolus des Keimbläschens durchaus ähnlich sehen. Schon im Stadium der Fig. 8, in welchem die Reihe der peri- pheren Nucleogemmen noch vielfach größere Lücken enthält, kom- men nun Erscheinungen zum Vorschein, welche von großem Inter- esse sind. Es sind nämlich mitotische Theilungsprocesse. Letztere wurden bislang an diesem Orte nicht beobachtet. Ich fand bereits vor zwei Jahren (1) unzweifelhafte Andeutungen solcher Bildungen an einem in Flemming' scher Chrom-Osmium-Essigsäure conservirten Ovarium, während an den Sublimatpräparaten keine Spur davon zu sehen war. Jetzt, an Sublimat-Eisessig-Objecten, treten die Mi- tosen sehr prägnant hervor (Fig. 8 und 11) und würden auch eine tief- gehendere Analyse ihrer Theilungsphasen zulassen, wenn nicht ihre Kleinheit eine genauere Untersuchung als wenig lohnend erscheinen ließe. Viel wichtiger war die Frage, welche Theile einer Nucleogemma dieses Entwicklungsstadiums in die mitotische Figur einbezogen werden. Es ist kaum anzunehmen, dass der Nucleolus allein sich in die Chromatinschleifen auflöse. Dazu ist seine Größe wohl nicht aus- reichend. Viel plausibler, auch aus anderen Gründen, erschien die Annahme, dass die Hauptmasse der Figur vom Reticulum selbst herrührt. Dasselbe stammt ja in letzter Instanz vom Netz des Keim- bläschens her, und seine weitere Entwicklung zeigt, dass es sich 132 M. V. Davidoff wie der Niicleolus der Nucleogemraen allmählich verdichtet, wo- durch das ganze Gebilde an Volumen etwas abnimmt, wodurch aber auch die Fähigkeit des Reticulums, Farbstoffe zu fixiren, zunimmt. In dem Entwicklungsstadium der Fig. 8 ist daher dasselbe intensiv gefärbt. Gerade vermöge der Dichtigkeit des Reticulums ist es schwer zu entscheiden, ob dasselbe aus einem ununterbrochenen Netzwerke oder aus einzelnen Schleifen von rosenkranzartig angeordneten Chroma- tosomen besteht. — Jedenfalls kann nicht daran gezweifelt werden, dass im Reticulum der Nucleogemmen nach und nach chromatische Elemente zur Entwicklung gelangen und an einen achromatischen Theil des Netzes gebunden bleiben. Ihre Entstehungs weise können wir um so leichter begreifen, als wir dieselbe mit der Bildungsge- schichte des Nucleolus zu vergleichen haben. Es würde demnach der ganze Inhalt einer peripher liegenden Nucleogemma 1) aus einem Nucleolus, der sich früher als die an- deren chromatischen Elemente entwickelt, 2) aus einem chromatischen Keragerüst, 3) aus einem hellen Nucleoplasma und 4) aus einer chromatischen Membran bestehen. Es tritt also in diesem Stadium eine Sonderung der Substanzen der Nucleogemma ein, welche nament- lich an solchen Elementen zu einem scharfen Ausdruck kommt, welche in mitotischer Theilung begriffen sind. Es erscheint in letz- teren Fällen nur die Kernfigur gefärbt; der übrige Inhalt bleibt farblos (vgl. Fig. 8 und 12). Der Nucleolus spielt bei der Mitose der Nucleogemmen dieselbe Rolle, wie auch bei anderen bekannten in- directen Kerntheilungsprocessen; er löst sich im Knäuelstadium des Kernes auf, und seine Substanz wird wahrscheinlich in den Knäuel - faden selbst aufgenommen. Beim Beginn der Prophasen wird auch die Membran der Kern- knospe weniger deutlich und scheint während der Anaphasen zu schwinden, um sich später abermals zu bilden (vgl. Fig. 12). Die geschilderten Mitosen sind an Schnittpräparaten nicht gerade häufig anzutreffen. Es bedarf oft eines längeren Suchens, um eine recht prägnante Form derselben aufzufinden. Am häufigsten sah ich Spindelformen, und es scheint mir, als ob die Achse der letzteren in keiner Abhängigkeit von irgend einer bestimmten Ebene des Eies stünde. Man sieht Spindeln, deren Achse sowohl radiär, als auch tangential gerichtet ist (vgl. Fig. 8 und 12). Nach Vollendung der mitotischen Theilung kehren die peri- pheren Kernknospen zu ihrem früheren Zustande zurück und zeigen keinerlei Abweichungen von ihrer vorherigen Structur. Unters, zur Entwicklungsgesch. der Distaplia raagnilarva Della Valle. 133 Es ist uiclit möglich, zu eutsclieiden, ob alle vorhaudeuen peri- pheren Nueleogemmen, ehe die weiteren Processe beginnen, sich theilen. Nach der geringen Anzahl der vorkommenden Mitosen muss man annehmen, dass die Theiluugen längere Zeit fortdauern, oder dass sie nicht für alle Nueleogemmen unbedingt nothwendig sind. Letztere Annahme hat weniger Wahrscheinlichkeit für sich. Wenn wir nach allem Mitgetheilten bisher gezwungen waren, die Nueleogemmen als Kerne zu betrachten, so besteht ihre weitere Entwicklung darin, dass sie sich in Zellen umwandeln. An der Peripherie eines nur etwas älteren Eies, als das der Fig. 8, sieht man das Protoplasma um die peripheren Nueleogemmen sich etwas intensiver färben (Fig. 1 1). Zugleich senkt sich die Peripherie des Eies zwischen je zwei Nueleogemmen etwas ein, bildet Einschnitte, welche sich zunächst als mehr oder weniger deutliche Grenzlinien in die Tiefe fortsetzen (Fig. 12). Ich kann nicht mit Bestimmtheit sagen. ob das Distaplia-Ei schon in diesem Stadium eine gesonderte Mem- bran besitzt oder nicht. Jedenfalls könnte die oft deutlich wahr- nehmbare Contourlinie des Eies als eine solche in Anspruch genom- men werden. Man könnte dann auch annehmen, dass es gerade die Eihaut ist, welche Fortsätze in das Eiinnere behufs der Abgrenzung des an die Nueleogemmen herantretenden Protoplasmas sendet. An älteren Eiern sind die Abgrenzungen jedenfalls noch viel deutlicher, und schließlich trifft man Stadien, an welchen die Kernknospen sammt ihrem specifischen Protoplasma von allen Seiten her voll- kommen vom Eiprotoplasma geschieden sind. Hierbei schnüren sie sich auch von der Peripherie des Eies nach innen ab und sind dann rund herum vom Eiprotoplasma umgeben. Die ursprüngliche Nucleo- gemma bildet nun den Mittelpunkt einer Zelle, welche von jetzt ab sich anschickt, aus dem Ei herauszutreten. Wahrscheinlich haben van Beneden & Jülin dieses Stadium vor Augen gehabt, wenn sie uns mittheilen, dass »les cellules de l'assise interne («»couche du Testa««) ne deviennent pas seulement plus nombreuses; elles grossissent, font plus fortement saillie dans le vitellus qu elles dépriment et deviennent hémisphériques ou méme globuleuses. Leur contour devient très peu apparent; elles acquié- rent le méme indice de réfraction à peu près que le vitellus ovu- laire« (pag. 356). Das Protoplasma dieser Zellen, für welche letzteren ich vor- läufig den Namen »Testazellen« noch behalten will, ist Anfangs gleichmäßig granulirt wie das des Eies (Fig. 13] , allmählich aber 134 M. V. Davidoff bilden sich in demselben hellere Partien aus. und man kann dann in ihm ein protoplasmatisches sich theilweise färbendes Netz von helleren mit Flüssigkeit gefüllten Maschen unterscheiden (Fig. 14). Noch bevor diese Zellen aus dem Ei heraustreten, zerfällt das Protoplasma des letzteren in Dotterkörper (vgl. Fig. 15, 16). Die »Testazellen « liegen dann zwischen den letzteren eingebettet, rücken allmählich ganz zur Peripherie und treten schließlich aus dem Ei heraus (Fig. 35). Es entsteht zur selben Zeit, vielleicht unter Auf- nahme von Flüssigkeit, vielleicht durch eine Contraction des Eies, ein Kaum zwischen der Peripherie desselben und dem Follikelepithel^ welcher eben von den »Testazellen« eingenommen wird. An be- fruchteten Eiern (Fig. 33) liegen sie in einer Reihe um das ganze Ei, welches jetzt mit einer überall deutlich nachweisbaren Eihaut umgeben ist. Die weiteren Schicksale der ^^Testazellen« sollen im zweiten Theile dieser Arbeiten berücksichtigt werden. Es sei hier nur er- wähnt, dass sie während der embryonalen Entwicklung sich voll- kommen passiv verhalten, zum Theil in die Embryonalhöhlen ein- dringen, zum Theil aber den großen Entodermzellen als Nahruugs- material dienen. Diese Schicksale bestätigen die Ansicht, dass die »Testazellen« zu keiner weiteren Gewebsbildung der Ascidienlarve beitragen. Die frühere Anschauung, dass sie zur Herstellung des Mantels verwendet werden, hat sich schon durch die Untersuchungen 0. Hertwigs (1) als irrthümlich erwiesen. Aus den in diesem Capitel mitgetheilten Erfahrungen am Di- stapUa-EX geht hervor, dass alle diejenigen Forscher, Kupffer an der Spitze, welche eine intraovale Entstehung der »Testazellen« annahmen, im Rechte waren. Es ist aber das Verdienst von Fol (1, 3), zuerst auf die Knospungserscheinungen des Keimbläschens aufmerksam ge- macht zu haben. Dass Fol aus diesen Knospen nicht die »Testa- zellen«, sondern die Follikelzellen entstehen ließ, ist vielleicht ein Missgriff, der um so leichter begreiflich wäre, wenn man sich erin- nert, dass Fol sich nicht der Schnittmethode bediente. Es kann aber auch sein, dass gemäß der Angabe Fol's bei Ciana intestinalis auch die Follikelzellen vermittelst der Nucleogemmen gebildet wer- den. Dann würde aber dieser Umstand darauf hinweisen, dass die sogenannten Follikelzellen der Cio7ia keine solchen sind, sondern vielleicht sammt den wahren »Testazellen« dieser Ascidie als Ho- mologa der »Testazellen« der Distaplia aufzufassen wären. Es ist Unters, zur Entwicklungsgesch. der Distaplia magnilarva Della Valle. 135 dies allerdings eine Frage, welche ich vorläufig nicht entscheiden kann, auf welche ich aber in nächster Zeit genauer einzugehen Ge- legenheit finden werde. Jedenfalls entstehen die Nucleogemmen bei Fol dadurch, dass Chromatinpartikelchen sich vom Keimbläschen ablösen und mit einem Theil des Eiprotoplasmas umgeben. Die Frage aber, ob der Keimfleck sich an diesem Processe direct betheiligt, lässt Fol un- entschieden, scheint indessen eher geneigt zu sein, eine solche Be- theiligung anzunehmen. »Chez Ciona iiiteatirialis^v. sagt Fol, »ce nucléole a une tendence bien evidente à ce piacer dans le voisinage immédiat des noyaux folliculaires en voie de formation (PI. VII Fig. 1 et 4 n). Le fait nest pas Constant, mais il est trop fréquent, si Ton ne tient compte que des noyaux qui sont encore réellement au début de leur formation, pour n avoir pas quelque raison d'étre« (4 pag. 133). Die »Testa «-Elemente leitet Fol genetisch von dem peripheren Eiprotoplasma ab und stimmt darin mit der Auffassung Kupffer's überein. Ein Schritt weiter ist durch die Arbeit Roule's geschehen, der sowohl die Follikelzellen, als auch die Testazellen von Knospen des Keimbläschens ableitet. Sind einmal die Follikelzellen gebildet, so schreitet der Knospungsprocess weiter, führt aber von nun au zur Bildung der Testazellen. Roule unterscheidet neben dem großen Keimfleck noch mehrere secundäre Nucleolen. Mit dem ferneren Wachsthum des Eies sollen sich diese Nucleolen theilen, an die Peripherie des Keimbläschens rücken und schließlich in das Eiproto- plasma gelangen. Wir haben gesehen, dass bei Distaplia solche Nucleolen erst später beim Abschnüren der Nucleogemmen zur Ent- wicklung kommen. Es ist daher sehr wohl möglich, dass sie bei den Phallusien bereits viel früher sich anlegen. Das Verdienst Roule's ist es, Fol's Angaben in gewisser Hinsicht corrigirt, zu- gleich aber den wahren Modus der Entstehung der «Testazellen« er- kannt zu haben. Seine Arbeit bildet für mich eine wichtige Stütze, namentlich wenn es sich darum handelt, den von mir für Distaplia festgestellten Entwicklungsprocess der «Testazellen« zu verallgemei- nern. Aber auch aus theoretischen Gründen besteht für mich gar kein Zweifel, dass die Kerne der «Testazellen 'f in allen Fällen De- rivate des Keimbläschens sind. Ich hoffe in dem Capitel «über die morphologische Bedeutung der Testazellen« (unten pag. 138 0".) diese Anschauung näher begründen zu können. 136 M. V. Davidoflf 3. Das weitere Verhalten der Follikelzellen. Was die Entstehung der Follikelzellen angeht, so erwähnte ich bereits, dass ich hierin mit tax Beneden & Julin vollkommen über- einstimme. Nach allem im vorigen Capitel Beschriebenen braucht es indessen kaum hervorgehoben zu werden, dass auch in der wei- teren Entwicklung das Follikelepithel nirgends auch nur eine Spur einer näheren Beziehung seiner Zellen zu den Nucleogemmen zeigt. Überall und in allen Stadien konnte zwischen Ei und Follikelzellen eine scharfe Grenze nachgewiesen werden. Wir können somit die weitere Entwicklung der letzteren in Kürze für sich betrachten. Wie wir schon früher sahen, besteht das Follikelepithel Anfangs aus nur sehr wenigen flachen Zellen mit länglichen, spindelförmigen Kernen. Nach und nach tritt eine Vermehrung dieser Zellen ein, welche bald ein rascheres Tempo einschlägt (Fig. 1 — 8). Durch zahlreiche mitotische Kerntheilungsprocesse häufen sich die Zellen an. verlieren hierbei ihre langgestreckte Form und finden in einer Reihe keinen hinreichenden Platz mehr: viele von ihnen werden nach innen geschoben, wodurch stellenweise eine zweite innere Schicht zum Vorschein kommt (Fig. 8). Wahrscheinlich ist es gerade dieses Stadium, welches van Beneden & Julin verleitet hat, eine Spal- tung des Follikelepithels in zwei gesonderte Schichten anzunehmen, von welchen die eine, innere, die »Testazellen« liefert. Zur Zeit wenn die Eireifung nahezu vollendet ist, theilt sich nach den beiden Autoren das äußere secundäre Follikelepithel abermals in zwei Schich- ten. «L'interne.« meinen van Beneden & Julin, »adhérente à la membrane ovulaire devient la conche spumeuse de l'oeuf pondu ; l'externe reste en place, à la face interne de la membran anhyste (Basalmembran) du follicule« (pag. 358). Van Beneden & Julin neh- men daher an, dass das reife Ei folgende fünf Hüllen besitzt: «la conche du testa, l'enveloppe ovulaire anhyste (Eihaut), l'épithélium interne du follicule, l'épithélium externe du follicule, la membrane anhyste du follicule« (pag. 358). Bei Distaplia verhält es sich anders. Beim weiteren Wachsthum des Eies übt letzteres einen bedeutenderen Druck auf das Follikel- epithel aus, welches in Folge dessen sich mächtig ausdehnt. Durch diese mechanische Wirkung seitens des Eies rücken die Follikelzellen der stellenweise entwickelten inneren Reihen wiederum zwischen die Zellen der äußeren hinein und das Follikelepithel wird abermals ein- schichtig (Fig. 15). Unters, zur Entwicklungsgesch. der Distaplia magnilarva Della Valle. 137 So deutlich dasselbe in allen Fällen vom Ei gesondert ist, so sind die Grenzen zwischen seinen Zellen, namentlich in früheren Stadien, nicht gut zu sehen, und an Zuständen, wie sie in Fig. S abgebildet sind, macht die follikuläre Hülle überhaupt eher den Ein- druck einer continuirlicheu kernhaltigen Protoplasmamasse, als eines aus gesonderten Zellen bestehenden Gewebes. Selbst nachdem die Zellen sich wieder in einer Reihe liegend präsentiren, sind die Gren- zen nicht überall deutlich zu sehen, obwohl die Lage der Grenz- linien leicht aus ihrer Configuration erschlossen werden konnte (Fig. 1 5, 16und35i^/]. An Eiern, deren Protoplasma eben in Dotterplättchen zerfallen ist (Fig. 15), erscheinen die Follikelzellen noch cubisch. Beim ferneren Wachsthume des Eies platten sie sich immer mehr und mehr ab (Fig. 16). Am befruchteten Ei endlich erscheinen sie wiederum lang-spindelförmig (Fig. 35). Dieser Process geht wäh- rend der embryonalen Entwicklung noch weiter, bis die ganze Schicht in einer schmalen Linie mit eingesäten ganz flachen länglichen Ker- nen ihren Ausdruck findet. Das Follikelepithel hat in diesem Stadium dieselben histologi- schen Merkmale wie diejenige Hülle, welche Fol als zweite Folli- kelschicht bei Ciona intestinalis beschreibt. »Sur des préparatious bien colorées,« sagt Fol, »on voit que cette membrane n'est point anhyste, comme on pourrait le croire à première vue, mais qu'elle présente de place en place des noyaux lenticulaires qui, à lendroit 0Ù ils se trouvent, produisent un renflement de la cellule piate et ru- bauée« (4 pag. 127). Fol glaubt weiterhin, dass die Zellen dieser Hülle, eben so wie die Zellen seiner »conche spumeuse« vom Keim- bläschen abstammen, sich aber frühzeitig zu einer continuirlichen Schicht anordnen. Ob das Follikelepithel der Distaplia der conche folliculaire membraniforme Fol's verglichen werden kann, muss vor- läufig dahingestellt bleiben. Van Beneden & Julin haben mit besonderer Sorgfalt die Ei- hüUen der Clavellina studirt (2) und bringen auch ihre Befunde mit den Angaben Fol's in Einklang. Nach ihnen theilt sich die äußere Lage des secundären Follikelepithels abermals in zwei Schichten, »Tune adjacente a l'enveloppe ovulaire et homologue à la conche papillaire on spumeuse des autres ascidiens , lautre accolée à la membrane anhyste du foUicule et homologue à la membrane décrite par Fol chez Ciona intestinalis sous le nom de conche folliculaire mem- braniforme» (2 pag. 369). Das anfängliche Follikelepithel lässt also, nach den beiden Autoren, fünf discrete Bildungen aus sich hervorgehen. 138 M- ^- Davidoflf Das Follikelei)ithel der BistapUa spaltet sich unserer Beschrei- bung gemäß in keine weiteren Schichten und wird saramt dem Ei aus dem Ovarium ausgestoßen. Dasselbe zeigt eben so wenig wie bei Clavellina ^Q'HQ merkwürdigen Differenzirungen seiner Zellen, jene Bildungen von Papillen, welche z. B. Kupffer i bei seiner Ascidia canina beschrieben und abgebildet hat (1). 4. Über die morphologische Bedeutung der sogenannten Testazellen. Diejenigen Forscher, welche bisher die Entwicklungsgeschichte des Ascidieneies studiren, haben nur wenige Angaben über die Be- deutung der »Testazellen« gegeben. Bis zum Jahre 1873, in wel- chem die bekannte Arbeit von 0. Hertwig »über den Bau und die Entwicklung des Cellulosemantels der Tunicaten« (1) erschien, glaubte man, dass sie zur Bildung der Tunica verwendet werden. Diese Annahme fand auch abgesehen von der HERTWiG'schen Untersuchung nur wenig Anklang. Überall, wo man thierische Hüllen entstehen sah, konnten sie auf Epiblastproducte zurückgeführt werden, und es blieb auch damals unklar, warum der Tunicatenmantel einem so eigenthümlichen Processe seine Entstehung verdanke. Nach dem Erscheinen der HERTWia'schen Arbeit ist die Be- deutung der «Testazellen« noch dunkler geworden, indem auch jene einzige Hypothese, so ungenügend sie auch war, aus dem Wege ge- räumt werden musste. An ihre Stelle ist bisher noch keine neue, einigermaßen befriedigende Deutung der »Testazellen« getreten. Auch Fol war in dieser Beziehung nicht glücklicher als seine Vorgänger. Auf die Verhältnisse bei Doliolum hinweisend, bei welchem die »Testazellen« sammt der sich um dieselben lentwickelnden Gallerte länger bestehen bleiben, glaubte Fol annehmen zu dürfen, dass diese beiden Elemente ^»Testazellen« und Gallerte) eine provisorische Larvenhülle herstellen, welche bei den Vorfahren der Tunicaten eine größere Rolle spielte, als es bei den jetzt noch lebenden Formen der Fall ist. »Tous les auteurs,« sagt Fol, »qui se sont occupés de ce 1 Die von Kupffer für die Follikelzellen angegebenen histologischen Um- bildungen haben eine große Ähnlichkeit mit den Diflferenzirungen , welche die »Testazellen« der Distaplia nach ihrem Austritt aus dem Ei erfahren. Außer- dem zeichnen Kupffer {1 Taf. VIII Fig. 2 u. 3) und Kowalewsky (2 Taf. X Fig. 4) um ihre Follikelzellen noch eine dünne Hülle, welche wohl der couche foUiculaire membraniforme Fol's zu vergleichen ist. Unters, zur Entwicklungsgesch. der Distaplia magnilarva Della Valle. 139 Sujet jiisqu'à i)résent, se sont partagés en cleux camps; les uns re- gardaient la conche grannleuse avec sa gelée comme Torigiue du manteau, les autres en faisaient un organe rudimentaire et sans aucune utilité. Le juste milieu u'a pas encore trouvé de défenseurs, et pourtant cest là, comme d'habitude, quii faut chercher la vérité. Il me semble admissible,« fährt Fol weiter fort, »que ce testa lar- vaire. comme je n hésite pas à l'appeler, ait joué un role plus con- sidérable chez les ancetres des Tuniciers actuels, et que ses fonctions aient diminué, à mesure que la véritable tunique est devenue plus importante et plus precoce« (4 pag. 150). Die larvare Hülle Fol's wäre also nach und nach, im Laufe der phylogenetischen Entwicklung des Tunicatenstammes, verdrängt und durch den Cellulosemantel ersetzt worden. Wir hätten also in dem »Testa larvaire« ein in Rückbildung begriffenes Organ vor Augen, das unter den jetzt lebenden Tunicaten vielleicht nur noch bei Do- liolutn eine gewisse Bedeutung hat. So wenig Fol's Ansicht zur Erklärung der morphologischen Be- deutung der »Testazelleu« führt, so leitet sie uns wenigstens auf einen Standpunkt hin, von welchem aus der ganze Vorgang noch am besten zu begreifen ist. Erwägt man aber den Umstand, dass die »Testa- zelleu«, wie es bei Distaplia der Fall ist, Producte des Keimbläs- chens sind, so erscheint Fol's Hypothese auch als eine solche un- genügend. In den letzten Decennien haben wir aus vielen schönen Arbeiten die hohe Bedeutung der Kerne in den Zellen, der Keimbläschen im Eie hinlänglich kennen gelernt, und können nicht annehmen, dass Theile eines so wichtigen Organs, wie es das Keimbläschen ist, zur Herstellung einer provisorischen Hülle verbraucht werden könnten. Wir müssen in Folge dessen den »Testazellen« eine viel tiefere Be- deutung beimessen. Wir müssen versuchen, sie mit den sonstigen Erscheinungen am thierischen Eie in Einklang zu bringen, mit be- kannten Processen, bei welchen das Keimbläschen eine ähnliche Rolle spielt, wie bei der Bildung der »Testazellen«. Dabei könnte zu allererst an die Polkörperchen gedacht werden, eine Ansicht, welche bereits von Semper aufgestellt wurde (pag. 11). Eine solche Homologisirung ist aber aus verschiedenen Gründen nicht durchzuführen, worauf auch Fol (4, pag. 154) aufmerksam macht. Vor Allem ist hervorzuheben, dass die Polkörper nur an reifen, befruchtungsfähigen Eiern gebildet werden, dass sie aus den Producten eines bereits zum Vorgange der Befruchtung umgewandelten. 140 M. V. DavidoflF Keimbläschens durch mitotische Theihmg entstehen, femer endlich, dass echte Polkörper neben den «Testazellen« bei den Ascidieneiern vorkommen. Nachdem dieser Vergleich gescheitert war, musste nach anderen Vergleichuugsobjecten gesucht werden, welche etwa dazu geeignet wären, ein Licht auf die morphologische Bedeutung der «Testazellen« zu werfen. Es war nicht anzunehmen, dass ein solches Object sich bei den Ascidien selbst finden würde. Nach Allem, was bis jetzt über die »Testazellen« der Ascidien bekannt ist, verhalten sie sich überall gleichartig, zeigen keinerlei Varietäten, welche zur Lösung der aufgeworfenen Frage von Bedeutung wären. Ihre späteren Schicksale deuten überall darauf hin, dass sie für die weitere Ent- wicklung des Embryo und der Larve ohne Bedeutung sind: sie nehmen an keinem bleibenden Gewebe der Larve Antheil, ja dienen sogar, wie ich es schon hervorgehoben habe, den großen Entoblast- zellen des Embryo zum Theil als Nahrungsmaterial. Wenn die Hoffnung auch aufgegeben werden musste, bei den Ascidien selbst das gewünschte Vergleichungsobject zu finden, so war doch immerhin zu versuchen, ob ein solches sich nicht bei die- sem oder jenem Kepräsentanteu der Tunicatengruppe finden ließe. Man musste vor allen Dingen sich darüber klar werden, dass nur ein solches Object die Bedeutung der fraglichen Zellen aufhellen würde, bei welchem sie keine rudimentären Bildungen sind, sondern nach ihrer Abschnürung vom Ei in Thätigkeit bleiben, also eine fortschreitende Entwicklung nach dieser oder jener Richtung noch durchzumachen haben. Im vorigen Jahre vereinbarte ich mit Professor Dohrn, dass ich für die Fauna und Flora des Golfes von Neapel die Gruppe der Appendicularien bearbeiten wolle^ und das Studium des Ovulations- processes dieser Thiere hat mir die Bedeutung der Testazellen voll- kommen aufgeklärt. In der Beschreibung der Ovogenese bei den Appendicularien werde ich mich an dieser Stelle sehr kurz fassen, um so mehr, als ich anderswo eine ausführliche Darlegung dieses Processes zu geben habe. Ich erwähne hier also nur das, was zum Verständnis der morphologischen Bedeutung der Testazellen der Ascidien förderlich sein kann. In seiner grundlegenden Arbeit über die Appendicularien der Meerenge von Messina hat Fol (2) keine näheren Angaben über die Entstehung der Eier dieser Thiere gemacht. Er bildet zwar auf Unters, zur Eut^vicklungsgesch. der Distaplia magnilarva Della Valle. 14 t Taf. VI Fig. 5 ein Ovarium von Fritillaria furcata ab, aber das- selbe ist eigentlich nichts Anderes als ein Haufen reifer Eier. "L'ovaire jeune,« sagt Fol, »est opaque et son parenchyme se com- pose de petits globules; ces globnles paraissent se réunir par petits groupes, et chaque groupe s'entourer d'une membrane (pi. VII fig. ^o). Plus tard les globules disparaissent, et de chacun de ces groupes est résulté un oeuf avec son nucléustf (2, pag. 15). Nach meinen Untersuchungen ist der Ovulationsprocess bei Fritillaria viel com- plicirter, als es nach der Angabe Fol's scheinen möchte. Ich kann mich um so mehr auf die Kesultate meiner Beobachtungen stützen, als dieselben fast in allen Punkten mit denjenigen von Lee überein- stimmen. Ich werde bei einer anderen Gelegenheit näher auf die ausgezeichnete Untersuchung von Lee eingehen. Ein junges Ovarium von Fritillaria furcata Fol besteht Anfangs aus einem Agglomerai von nur wenigen Zellen, welche wahrschein- lich wie bei den Ascidien mesodermalen Ursprunges sind. Ich werde sie künftighin als Ooblasten bezeichnen. Die Grenzen zwischen den Zellen sind Anfangs noch deutlich. Jede von ihnen besitzt einen schönen großen Kern, der in seinem Inneren zwar keinen größeren Nucleolas erkennen lässt, dafür aber aus einem dichtgedrängten, zahlreiche chromatische Körperchen enthaltenden Netze besteht. Diese Ooblasten finden sich umgeben von einer continuirlichen Lage läng- licher, cubischer Zellen, welche also das ganze Organ nach außen hin abgrenzen. Auf dem folgenden Stadium ist das Ovarium bedeutend gewachsen, wobei die Zellen der äußeren Lage merklich dünner und länger geworden sind. Die inneren Zellen, Ooblasten, scheinen an Zahl nicht zugenommen zu haben, dafür sind sie um Vieles volumi- nöser geworden, haben sich gegenseitig abgeplattet und lassen von nun an keine sie von einander trennende Grenzlinien unterscheiden. (Fig. 17). Die großen Kerne oder Karyoblasten (>?:è) liegen jetzt in einer gemeinsamen, fein granulirten Protoplasmamasse, wobei sie um das Centrum der letzteren gruppirt erscheinen. In diesem Zustande wächst das Ovarium immer weiter, was zu einer noch bedeutenderen Abplattung der äußeren Hüllzellen führt. Die innere Beschaffenheit der Kerne hat sich bislang nur wenig verändert. Wie früher zeigen sie keine größeren Nucleolen, dafür treten im Kernnetze eingelagerte, größere Chromatinkörnchen deutlicher zum Vorschein (Fig. 17 Kh). Nun beginnt ein Process, auf den es uns hier hauptsächlich an- kommt. -Jeder der großen Kerne des Syncytiums fängt an Knospen, abzuschnüren, welche Anfangs wie die Nucleogemmen der Distaplia. 142 M. V. Davidoff hell und durchsichtig sind. Man findet aber hier Constant von An- fang an ein oder zwei Chromatinkörnchen in ihnen eingelagert, und es ist äußerst wahrscheinlich, dass diese Gebilde direct von der chromatischen Substanz des betreffenden Karyoblasten herstammen. Das bei den Nucleogemmen der Distaplia so deutliche Reticulum ist hingegen hier kaum wahrzunehmen. Die Configuration und die Größe der Nucleogemmen ist aber bei Fritillaria Constant. Nach ihrer Ablösung vom Mutterkern bewegen sie sich an die Peripherie des Syncytiums, welches an der betreffenden Stelle eine Hervorwöl- bung seiner Substanz erkennen lässt (Fig. 17 links), wodurch die hier anwesenden Hullzellen sich noch mehr ausdehnen und abplatten {Flk). Sie lassen dann von ihrem Zellenleib nichts mehr wahrnehmen, sondern präsentiren sich als eine scharfe Grenzlinie, welche nur an der Stelle des stets deutlichen Kernes eine größere Dicke erreicht. In eine solche Hervorwölbung des Syncytiums tritt nun die Nucleo- gemme ein (Fig. 17 Ng), worauf sich das ganze Gebilde vom gemein- samen Boden abzuschnüren beginnt. — Nachdem dieser Vorgang eine Zeit lang angedauert hat, findet man die ganze Peripherie des Syn- cytiums von immer größer werdenden Zellen umgeben, welche ihrer- seits in eine zellige (follikuläre) Hülle eingeschlossen sind. Diese Zellen (Fig. 17 Oo) sind eben nichts Anderes, als junge Eier mit ihrem Follikelepithel. Auf die geschilderte Weise geht die Entwicklung der Eier bei Fritillaria furcata immer weiter. Sowohl die Substanz der Kerne, als auch des gemeinsamen Protoplasmas wird durch die fortwährende Abgabe von Eiern reducirt, bis schließlich, wie es scheint, der letzte Rest beider Substanzen sich in eine Eizelle umbildet. Dann stimmt das Bild des Ovariums genau mit der erwähnten, von Fol gegebenen Figur überein. Vergleichen wir nun den Modus der Bildung der Eier bei Fri- tillaria mit der Entstehungsweise der «Testazellena der Distaplia, so können wir nicht umhin, eine große Übereinstimmung in beiden Vor- gängen zu finden. Bevor wir indessen diesen Vergleich mit Erfolg durchführen können, müssen wir uns die Frage vorlegen, was denn das Ei der Ascidien selbst ist. Nach allem Gesagten kann dasselbe nicht mit einem Ei der Fritillaria homologisirt werden. Wir müssen vielmehr zurückgreifen und sehen, ob wir die Ascidien-Eier mit einem der Ooblasten des jPr?Y///arm-Ovariums vergleichen können. Dass letztere bei Fritillaria im weiteren Verlaufe ihrer Entwicklung verschmelzen, Unters, zur Entwicklungsgesch. der Distaplia magnilarva Della Valle. 143 ist wohl kein Einwand gegen unseren Vergleich: denn wenn diese Zellen gesondert entstehen, so kann man sich leicht vorstellen, dass sie auch weiterhin getrennt bleiben. Bei unserer Annahme würden ja gerade die Ascidien einen solchen Fall bieten. Die Thatsache, dass der ganze Complex der Ooblasten von Fritillaria von einer ge- meinsamen FoliikelhUlle umgeben wird, kann jedenfalls als ein secundärer Zustand anfgefasst werden. Die Urkeimzellen sind phylo- genetisch ältere Gebilde, als ihre zellige Hülle, und hat daher letz- tere sich an das Verhalten dieser Zellen anzupassen. Wir können also jetzt mit Recht den Schluss ziehen, dass das Ei der Ascidien eigentlich kein solches im gewöhnlichen Sinne ist. Es ist vielmehr ein Ooblast, welcher erst Eier producirt. Wesshalb diese Eier, mit Ausnahme eines einzigen bei den As- cidien, rudimentär geworden sind, wesshalb sich der Ooblast, wie es scheint, selbst in ein Ei umbildet — das sind weitere, auf der Hand liegende Fragen, welche wir im Folgenden zu beantworten ver- suchen werden. Wir müssen vor Allem im Auge behalten, dass die sämmtlichen Ooblasten der Fritillaria sich durch den beschriebenen Process in Eier umwandeln; es wird also das ganze Material zur Eibildung verbraucht. Dadurch wird eine große Anzahl von Keimzellen er- zeugt, aber keine derselben besonders bevorzugt. Sollte nun aber der Fall eintreten, dass eine solche Massenproduction der Eier aus irgend einem Grunde nicht mehr nothwendig erschiene, so können wir den beschriebenen Vorgang uns nach zweierlei Richtungen modi- ficirt denken. Wir können uns erstens vorstellen, dass aus dem- selben Material eine geringere Anzahl gleich werthiger Eier hervor- geht, wodurch aber jedes Ei größer wird. Zweitens kann derselbe Zweck auch dadurch erreicht werden, dass bei der ursprünglichen Anzahl der Eier die einen von ihnen zum Nachtheile der anderen bevorzugt werden. Es wird sich eine Ungleichheit in der Vertheilung des Bildungsmaterials einstellen, in Folge welcher die bevorzugten Eier größer werden, die übrigen hingegen kleiner. Hiermit wird auch die Entwicklungsfähigkeit der letzteren beeinträchtigt — sie werden rudimentär, abortiv. Die Entwicklungsgeschichte des Ascidien-Eies vertritt den zweiten Typus, und zwar ist der Selectionsprocess hier so weit vorgeschritten, dass aus einem Ooblasten nur ein einziges befruchtungsfähiges Ei entsteht, während alle übrigen abortiv werden. Ich brauche kaum darauf hinzuweisen, dass solche Selections- 14 4 M. V. Davidoff processe in der Bildimgsgeschichte der Eier im Thierreiche außer- ordentlich zahlreich sind. Überall da, wo die Eier außerhalb des mütterlichen Organismus befruchtet werden, wo also eine gleich- mäßige Befruchtung eines jeden Eies weniger gesichert erscheint, ist ihre Production immer eine massenhafte. Schon in denjenigen Fällen, in welchen der Befruchtungsprocess sich im mütterlichen Organismus vollzieht, wo also die Möglichkeit eines Fehlschlagens desselben so gut wie ganz ausgeschlossen ist, tritt eine beträchtliche Verminderung in der Production der Eier ein. Die Zahl der letzteren sinkt noch mehr, wenn ein Theil ihrer weiteren Entwicklung unter dem Schutze des Mutterthieres abläuft. Das Minimum wird aber erst dann erreicht, wenn die ganzen embryonalen Processe sich im Mutterleibe vollziehen. Ein illustrirendes Beispiel gewähren uns hierin die Amphibien: die große Anzahl der Eier bei den Fröschen und Kröten vermindert sich innerhalb dieser Classe so sehr, dass bei Salamandra atra in beiden Uteris nur je ein einziger Embryo zur Entwicklung kommt, der aber dann auch seine Metamorphose im Mutterleibe durchmacht. Die übrigen in je einem Uterus erzeugten Eier dienen dafür diesem Embryo als Nahrungsmaterial. Während nun bei den Appendicularien, speciell bei Fritillaria^ die Befruchtung außerhalb des mütterlichen Organismus stattfindet, indem die reifen Eier durch Dehiscenz der das Ovarium umge- benden Wandungen (vgl. auch Fol 2) ins Freie gelangen, voll- zieht sich der Befruchtungsvorgang bei den Ascidien in der Cloake des Mutterthieres. Die Zeitdauer hingegen, innerhalb welcher die befruchteten Eier sich im Mutterthiere weiter entwickeln, scheint eine ziemlich verschiedene zu sein. So giebt Kupffer für seine J/o/yM/a- Arten an, dass das Ei noch vor der Furchung ausgeworfen werde und sich im Freien weiter entwickle (2, pag. 361). Bei Distaplia, und wahrscheinlich auch bei allen übrigen zusammenge- setzten Ascidien, entwickeln sich die Eier bis zur Ausbildung der geschwänzten Larve in besonderen Bruttaschen des mütterlichen Or- ganismus (vgl. Della Valle und Maurice). Ein hierher gehöriges interessantes Beispiel schildert MacMurricil von gewissen Gasteropoden. Die Eikapseln von Fulgur carica ent- halten je 12 — 14 Eier, welche sämmtlich zur Entwicklung gelangen. Bei Purpura ßoridiana furchen sich zwar alle Eier, aber nur ein: Theil von ihnen entwickelt sich weiter, während die übrigen nach Erreichung des 5. — 6. Furchungsstadiums zerfallen und den ersterea Unters, zur Entwickluugsgesch. der Distaplia magnilarva Della Valle. 145 als Nalirungsmaterial dienen. Bei Fasciolaria üilipa var. distans enthält jede Kapsel 200 Eier, von welchen sieh nur 4 — 6 entwickeln. Die übrigen furchen sich nicht, sondern auch keine Richtungskörper mehr ab. Sie werden als Ganzes von den Embryonen verschluckt. MacMurrich deutet selbst diese Erscheinung dahin, dass es fin- die Embryonen ein Vortheil ist, wenn sie längere Zeit als gewöhn- lich in der Eikapsel verweilen können. Damit sie indessen ein solches längeres Verweilen aushalten, geht ein Theil der Eier zu Grunde, indem er den Überlebenden als Nahrungsmaterial dient. Es sind also bei- den Ascidien Verhältnisse vorhanden, wie sie auch bei anderen Thieren eine Verminderung der Zahl der erzeugten Eier nach sich ziehen. Unserer einnähme steht demnach nichts im Wege und wir können sie als begründet halten: die »Testazellen« der Ascidien sind abortive Eier. Die Thatsache, dass sie keine follikuläre Hülle mehr erhalten, wie es die functionirenden Eier der Appendicularien thun, sondern zwischen dieser Hülle und dem Ooblasten liegen bleiben, kann als ein weiterer Schritt zu ihrer Rückbildung betrachtet werden. Ihre späteren, bereits mehrfach er- wähnten Schicksale bieten eine weitere Stütze für unsere Annahme. Das aber, was bei den Ascidien bisher als Ei bezeich- net wurde, ist kein solches im gewöhnlichen Sinne. Es ist vielmehr ein Ooblast, der erst Eier erzeugt. Wenn Alles, was wir bisher angeführt haben, unsere Annahme hinlänglich begründet, so können wir dieselbe noch einem Experi- mentum crucis unterwerfen. Wenn der Ooblast der Ascidien einem Ooblast von Fritillaria homolog ist, wenn die «Testazellen« und das functionirende Ei der Ascidien homolog sind den Eiern der Fritillaria, so muss man theo- retisch voraussetzen, dass die Appendicularieneier keine »Testazel- len« haben können. Sie können keine abortiven Eier im Sinne der Ascidien entwickeln, weil sie selbst nicht mehr Ooblasten, sondern wahre Eier sind. Ich finde in der Litteratur nur eine Angabe dar- über und zwar in der erwähnten Arbeit von Lee. Beim Vergleich des Appendicularieneies mit dem Ei der Ascidien (also dem Ooblast) ist es diesem Forscher aufgefallen, dass der bei den Ascidieneiern bekannte Knospungsprocess am Appendicularieneie fehlt. Er ver- sucht diesen Widerspruch dadurch zu beseitigen, dass er die Elimi- nirung der Knospen des Appendicularieneies während der Entwick- lung des Ovariums annimmt. Es ist freilich eine Annahme, für welche er selbst keine thatsächliche Stütze zu bringen weiß (pag. 662] . Mittheilungen a. d. Zoolog. Station zu Neapel. Bd. 9. 10 146 M. V. Davidoff Ich selbst habe oft reife Ovarien von Fritillaria frisch beobachtet, habe sie conservirt, gefärbt und geschnitten und niemals sah ich eine Andeutung irgend welcher Knospenbildung seitens des Keimbläschens. Ich kann mich hinsichtlich dieses Gegenstandes nicht nur aus theo- retischen Gründen, sondern auch erfahrungsgemäß bestimmt dahin aussprechen, dass bei den Appendicularieneiern die »Testazellem^ in der That nicht zur Entwicklung kommen. Ich habe bis jetzt den Namen »Testazellen« absichtlich nicht vermieden, obwohl ich von Anfang an eben so gut wie auch andere Forscher einsah, mit wie wenig Recht er ihnen zugeschrieben wird. Indessen konnte diese Bezeichnung durch eine passendere doch nur dann ersetzt w^erden, wenn die morphologische Bedeutung dieser Zellen klar gelegt ist. Ich werde sie von jetzt ab im weiteren Ver- laufe meiner Arbeit als Abortiveier bezeichnen. Vielleicht findet sich später noch ein anderer besserer Name für sie. — Es kann indessen nicht unerwähnt bleiben, dass die Bezeichnung )^ Abortiveier« nach der Ansicht einiger Autoren auch auf andere Gebilde eine pas- sende Anwendung finden könnte, nämlich auf die sogenannten Rich- tungskörper. Wir müssen desshalb die morphologischen Verhältnisse, welche zwischen diesen Körpern und den Abortiveiern der Ascidien etwa bestehen, etwas näher ins Auge fassen. 5. Das Verhältnis der Abortiveier zu den Richtungs körpern. Wir haben bereits darauf hingewiesen, dass Semper schon vor Jahren die Ansicht ausgesprochen hat, dass die »Testazellen« der Ascidien den Richtungskörpern zu vergleichen seien. Fol hat auf die Unmöglichkeit dieses Vergleiches hingewiesen und ich schloss mich seiner Meinung an. Die Auffassungen der Richtungskörper, welche bisher die herr- schenden waren, ließen auch keine näheren Vergleichungspunkte beider Gebilde zu. Nach der Ansicht von Balfour, Minot, yan Beneden und Anderen lag die Bedeutung der Richtungskörper darin, dass sie die männlichen Bestandtheile des hermaphroditischen Keim- bläschens entfernen. Nach Weismann dienen sie zur Elimination des im Laufe der Entwicklung sich specialisirenden Theiles des Keimplasmas, des nach Weismann sogenannten ovogenen Keim- plasmas. Nun trat aber Bütschli mit einer neuen Deutung der Unters, zur Entwicklungsgesch. der Distaplia magnilarva Della Valle. 147 Kichtungskörper auf, welche nicht uur deu Vergleich mit deu Aboi- tiveiem der Ascidien ermöglicht, sondern geradezu herausfordert. BüTSCHLi ging von der Betrachtung gewisser coloniebildenden Pro- tozoen aus. Bei Pamiorina und Eudorina entwickeln sich sämmt- liche Zellen der Colonie zu Geschlechtszellen, während bei Vohox »nur gewisse Zellen der Colonien schon sehr frühzeitig durch beson- deres Wachsthum und andere Eigenthümlichkeiten sich zu Geschlechts- zellen differenziren« (pag. 6). »Wenn nämlich,« fährt Bütschli weiter fort, »wie sich [gleichfalls auf Grund der Verhältnisse bei Vohox wohl annehmen lässt, in jenen aus weiblichen Gameten zu- sammengesetzten Colonien eine Dififerenzirung der Zellindividuen eintrat, so dass nur wenige und schließlich nur eines zu Eizellen sich entwickelt hätten, während die übrigen Individuen kleine Nähr- zellen geblieben seien, so führt uns diese Vorstellung direkt auf die Vermuthung, dass eben in der scheinbar zusammenhangslosen Bil- dung der Richtungskörperchen noch ein Anklang an die ehemaligen weiblichen Gametencolonien der Metazoen und ihrer protozoischen Vorläufer zu suchen sei« (pag. 8). Bütschli deutet also den Ab- schnürungsprocess der Polkörper vom Ei als eine Theilung des letz- teren, wobei ursprünglich beide Theilstücke gleich groß und gleich- werthig waren. Durch eine besondere Bevorzugung eines derselben wurde zunächst die Theilung ungleich , wodurch das eine kleinere Ei seine Entwicklungsfähigkeit einbüßte und zu einer Nährzelle wurde. Schließlich gestaltete sich im Laufe der phylogenetischen Entwicklung dieses Verhältnis so, wie wir es jetzt bei den Metazoen aus zahlreichen Beispielen kenneu : die abortiven Eier sind nunmehr kleine Knospen, welche in Gestalt von Richtungskörpern vom Ei ab- geschnürt werden. Diese Theorie stützte Bütschli auch weiterhin durch einen Ver- gleich der Oogenese mit der Spermatogenese. BovERi (1) hat neuerdings die Anschauung Bütschli's vertre- ten und erweitert. Durch den gegen aan Beneden geführten Nach- weis, dass bei Ascaris viegalocepliala und lunibricoides die Bildung der Polkörper eine typische karyokinetische Kerntheilung ist, lieferte BovERi (2) eine weitere Stütze für dieselbe. Ich kann den Ansichten Bütschli's und Boveri's um so mehr beistimmen, als ich gerade im Verhalten des Distaplia-YÀ%'è einen ferneren Beweis für die Richtigkeit derselben sehe. »Da die Bildung eines jeden Richtungskörpers eine Zelltheilung ist,« sagt Roveri (1 pag. 103), »so müssen wir in dem Entwick- 10* 148 ^^- V- Davidoff lungsgang, den man als Eireifuug bezeichnet, drei Generationen unter- scheiden.« Das unreife Ei bezeichnet Boveri als die Großmutterzelle des Eies. Aus der letzteren gehen 1) die Mutterzelle des Eies und 2Ì das erste Richtungskörperchen hervor. Aus der Mutterzelle entsteht dann a) das Ei und b) der zweite Richtungskörper. Aus dem ersten Richtungskörper können auch unter Umständen noch zwei Tochterzel- len hervorgehen. »Bezeichnet man die reife befruchtungsfällige Zelle als ,Ei',« fährt Boveri weiter fort, »so darf dieser Name auf die beiden vorhergehenden Generationen nicht angewendet werden, da sie sich physiologisch vom Ei unterscheiden; diese Zellen als ,Ei' zu be- zeichnen, ist eben so incorrect, als wenn man die Spermamutterzellen Spermatozoen nennen wollte. Es folgt aus dieser Unterscheidung zugleich, dass es in allen Fällen, in denen Richtungskörper gebildet werden, ein unreifes Ei gar nicht giebt: das Ei ist, sobald es wirk- lich existirt, auch reif und befruchtungsfähig« (pag. 103). Wenn ich nun annehme, dass das Distaplia-YA nur einen ein- zigen großen Richtungskörper abschnürt, wozu ich Grund zu haben glaube, so wäre eine Großrantterzelle des Distaplia-EiiQ^ nach Boveri folgerecht mit einem Ooblasten der Ascidien und Appendicularien zu vergleichen. Es würde sich dann nur der Unterschied ergeben, dass in unserem Falle eine solche Großmutterzelle eine große Anzahl von Eimutterzellen erzeugt, von welchen letzteren bei den Ascidien nur eine einzige durch ihre Theilung ein wahres Ei und einen wahren Richtungskörper hervorgehen lässt. Aber nicht nur die Mutterzelle des wahren Eies hat die Fähigkeit erhalten, sich abermals zu thei- len, sondern auch die Eimutterzellen der abortiven Eier. Diese Thei- lung verläuft hier frühzeitig, noch ehe die Nucleogemmen zu Keim- bläschen geworden sind. Wenn man indessen bedenkt, dass solche zeitlichen Verschiebungen bei rudimentären Processen überaus häufig sind, und die Verhältnisse bei den Appendicularien im Auge behält, so verliert diese Erscheinung ihre Besonderheit. Nach ihrer mito- tischen Theilung umgeben sich die Nucleogemmen an der Peri- pherie des Ooblasten mit Protoplasma, werden zu Keimbläschen und verlassen den Ooblast als Zellen, welche wir als Eier im Boveri- schen Sinne zu betrachten haben. Die mitotische Theilung der Nu- cleogemmen aber wird homolog derjenigen sein, durch welche die Eimutterzelle des wahren Eies der Ascidien und Appendicularien in Ei und Richtungskörper zerfällt. Hierbei ist wohl zu beachten, dass die abortiven Eier der Distaplia beim Abschlüsse ihrer Entwicklung alle in ihrer Größe vollkommen übereinstimmen. Unters, zur Eutwicklungsgesch. der Distapliii maguihirva Delhi Valle. 140 Wenn icb vorhin bemerkt habe, dass ich in meinen Beobach- tungen und Öehlussfolgerungen eine Stütze für die BÜTSCiiLfsche Annahme bringen würde, so sehe ich dieselbe darin, dass die Mutter- zellen der abortiven Eier der Aseidien sieh mitotisch in zwei gleiche Theile theilen. Jeuer Ausleseprocess, welcher bei der Erzeugung des functiouirenden Eies seitens der Eimutterzelle sonst zu Gunsten des Eies, zum Nachtheile des Richtungskörpers ausfällt, hätte bei der Entstehung der Abortiveier keine Bedeutung: die Eimutterzellen dieser halbireu sich desshalb. Zum Schlüsse seines Aufsatzes sagt Bütschli, dass er »zur Zeit noch außer Stand« sei, die Angaben von Fol, Sabatier, Houle und Balbiani, »welche im Wesentlichen auf eine vor der Ent- stehung der Richtungskörper stattfindende Bildung kleiner Zellen, der FoUikelzellen nämlich, hinausläuft (f mit seiner Theorie «in Ein- klang zu bringen«. Bei den großen Widersprüchen aller der von Bütschli angeführten Mittheilungeu unter sich ist dies nur zu sehr verständlich. Nach den hier mitgetheilten Beobachtungen scheinen keine Hindernisse mehr zu bestehen und Bütschli's Hypothese, auf alle diese Dinge angewendet, behält nicht nur ihre volle Geltung, sondern findet darin zugleich auch eine Bestätigung. 6. Ähnliche Vorgänge bei anderen Thiergruppen. Sehen wir uns nach analogen Processen im Thierreiche um, so fallen uns, abgesehen von den schon besprochenen Untersuchungen Bütschli's an Protozoen, zu allererst gewisse Vorgänge bei den Tracheaten auf, welche, wie mir scheint, eine frappante Ähnlichkeit mit der Entstehungsweise der Abortiveier der Aseidien und der Eier der Appendicularien haben. Zunächst rauss der Untersuchungen Balbiani's gedacht wer- den, der einen Knospungsprocess am Keimbläschen des Myriopoden- eies beobachtet hat. Aus diesen Knospen gehen nach ihm die Fol- likelzellen hervor. Aus den Untersuchungen Will's erfahren wir, dass der Eikern von Colymhetes unter reger Zunahme seines Chromatins allmählich Xnospen abzuschnüren beginnt und damit schließlich eine größere Anzahl von Tochterkernen erzeugt. Die letzteren können entweder von einer körnigen oder homogenen Beschaffenheit sein, welche Un- terschiede jedoch ö weder eine besondere Entwicklung bedingen, noch eine besondere morphologische Bedeutung besitzen« (pag. 335). Wich- tiger für uns sind die Unterschiede in der Größe dieser Knospen, 150 M. V. Davidoff welche, wie wir sahen, auch bei Dhtaplia vorhanden sind. »Unter den innerhalb des jungen Primordialeies neu gebildeten Kernen,« sagt Will, »unterscheiden wir nämlich größere und kleinere, von denen die ersteren vorzugsweise im Anfange der kernbildenden Thä- tigkeit des Eikernes entstehen .... Durchgreifend ist jedoch dieser Unterschied nicht, denn man kann die Bildung kleiner Kerne vielfach schon zu einer Zeit beobachten, wo noch gar keine oder doch erst sehr wenige große Kerne gebildet sind« (pag. 336). Die größeren Tochterkerne rücken nach Will allmählich zur Peripherie des Eies und werden hier zu den Kernen der sogenannten Einährzellen, wäh- rend die kleineren sich in die Kerne der eigentlichen Epithelzellen verwandeln, aus welchen das Follikelepithel sich aufbaut. Die Ei- uährzellen verrichten nach Will keine bestimmte Function : sie wach- sen zu einer bedeutenden Größe heran, um später einfach zu atro- phiren. Blochmaxn beschreibt einen ähnlichen Vorgang bei den Eiern der Ameisen und Wespen. Er nennt diese Knospen der Keimbläs- chen «Nebenkerue«, lässt sie ebenfalls nach der Peripherie wandern, glaubt aber, dass sie nach einer vorausgehenden Vermehrung durch Theilung einfach verschwinden. Hier reihen sich auch die Angaben Stuhlmann"s an, der bei zahlreichen Hexapoden das Keimbläschen ein bis zwei große oder mehrere kleinere Stücke (»Reifungsballen«) nach dem Follikelepithel zu abgeben sah, welche sich späterhin einfach auflösten. Der Zeitpunkt dieses Processes unterliegt größeren Schwankungen, ist aber immer ein sehr früher, da das Ei noch nicht die Hälfte seiner definitiven Größe erreicht hat. KoESCHELT endlich glaubt die Einährzellen von Dijtiscus eben so wie die Eier selbst direct aus den Keimzellen der Endkammer des Ovariums herleiten zu müssen und schließt sich hierin der älteren Auffassung an. Würde Korschelt die Nährzellen von Dytiscus auf eine ähnliche Weise wie Will diejenigen von Colymhetes entstehen lassen, so könnte man sie ohne Weiteres mit den abortiven Eiern der Ascidien vergleichen. Will fasst seine Nährzellen etwas anders auf. »Die Riesen- und eben so die kleinen Epithelzellen« (Nähr- und Follikelzellen), sagt Will, »sind, wie ich noch ausführlicher darlegen werde, ihrer ganzen Entstehung nach höchst wahrscheinlich als Homologa der- jenigen Gebilde aufzufassen, welche im männlichen Geschlechte in ganz ähnlicher Weise dem männlichen Urei entstammen, hier aber Unters, zur Eutwicklungsgcseh. der Distaplia magnilarva Della Valle. 151 nicht atrophiren. sondern zur Bildung der männlichen Geschlechts- stoffe hinführen. Ihr Bestehen im weiblichen Geschlechte neben dem sich entwickelnden Follikelei ist aber desshalb von so hoher Bedeu- tung-, weil es auf einen ehemaligen zwitterigen Zustand des Primordialeies hinweist« (pag. 366). Ich denke, dass es mir erlaubt ist, trotzdem meine Objecte weit von denen Will's stehen, seiner letzteren Ansicht nicht beizustimmen. Die Entwicklung beider Geschlechtsstoffe hat namentlich bei niederen Formen große Ähn- lichkeiten. Es ist daher nicht nöthig anzunehmen, dass im Falle WiLLS das Urei männliche abortive Keimzellen erzeuge — man könnte hier wohl einfach an abortive weibliche Keimzellen denken. Ich will mein Urtheil über Will's Deductionen nicht weiter er- strecken und bitte das hier Ausgesprochene eher als eine Muth- raaßung, denn als eine Kritik aufzufassen. Es war mir hauptsäch- lich darum zu thun , zu zeigen . dass der bei den Ascidien und Appendicularien vorhandene Knospungsprocess des Karyoblasten eine weiter verbreitete Erscheinung ist ; dass dieser Process hier wie dort zur Bildung von rudimentären Zellen hinführt, welche in beiden Fällen zum Aufbau des Embryo nicht verwendet werden, sondern demselben mehr oder weniger als Nahrungsmaterial dienen. Bei unseren Thieren haben sie den morphologischen Werth von Eiern. Wir können unsere Betrachtungen indessen noch weiter ausdeh- nen , indem wir uns vorstellen , dass die Keduction der abortiven Eier noch weiter vor sich geht, als es bei den Ascidien der Fall ist. Wir können dann annehmen, dass die Abortiveier aus dem Ooblasten nicht mehr ausgeschieden werden, sondern sich an der Peripherie desselben einfach auflösen und als Nahrungsmaterial verbraucht wer- den. Eine noch weiter gehende Reduction würden sie dann erfah- ren, wenn die Nucleogemmen sich nicht mehr zu Zellen individua- lisirten, also keine abortiven Eier mehr im wahren Sinne des Wortes entstehen würden. Es kann aber der Knospungsprocess selbst den- noch erhalten bleiben , wobei die abgeschnürten Knospen schon in der Umgebung des Karyoblasten sich entweder auflösen oder irgend eine andere Umbildung erfahren. Es werden im letzteren Falle wie auch in anderen auf rudimentäre Processe hindeutenden Erscheinun- gen vielfache Abweichungen und Abirrungen vom ursprünglichen typischen Verhalten stattfinden ; aber mau soll sich durch dieselben nicht beeinflussen lassen, wenn es sich um die morphologische Be- deutung eines Gebildes handelt. Ich kann aus der neueren Litteratur einige Beispiele anführen, 152 M. V. Davidofif welche zeigen, class mau auch bei den Wirbelthieren Knospenbil- dungen am Keimbläschen beobachtet hat. Diese auf eine mehr oder weniger tiefgreifende Reduction der Abortiveier hindeutenden Fälle bezeugen, dass der Modus der Entstehung der Keimzellen der Ap- pendicularien auch bei den Wirbelthieren verbreitet war. Ich muss aber zuerst noch wiederholen, dass nach unserer Anschauung das Ei vor der Abschuürung oder der Auflösung der Nucleogemmen noch kein Ei ist, sondern eine Vorstufe desselben — ein Ooblast. NUSSBAUM beschreibt eine »maulbeerförmige Kerntheilung« bei jungen Eiern der Batrachier (Larven von Rana ßisca und esculenta, Pelohaies fuscus wnà. Alytes obstetricans] . »Die einzelnen Theilstücke sind klein und bleiben es auch zum größten Theil. Nur ein einziger Kern vergrößert sich und wird danach zu einer Vorstufe der männ- lichen oder weiblichen Zeugungskeime; die übrigen Kerne treten an die Peripherie und erzeugen auf diese Weise eine epitheliale Hülle der Keimzelle, welche beim Ei schon lange den Namen Follikel- epithel führt; bei der Ursamenzelle, der »Spermatogoniecf, dagegen von V. La Valette St. George »Follikelhaut« genannt worden ist. Das Protoplasma der Zelle folgt nicht sogleich dem sich gleichsam über- stürzenden Theilungsvorgang des Kernes; es theilt sich erst später, wie dies ja auch bei der gewöhnlichen Zweitheilung von Zellen zu geschehen pflegt. Nur ist bei der maulbeerförmigen Kerntheilung der Vorgang kein so augenfälliger, da bei dem vollständigen Aus- einanderweichen der Kern theilstücke jeder neue Kern nur mit einem winzigen Protoplasmamantel bedacht wird« (pag. 8). An den Eiern der Knochenfische glaubt Nussbaum denselben Process annehmen zu dürfen. Aus einer neueren Untersuchung scheint aber hervorzugehen, dass der Knospungsprocess am Keimbläschen des Knochenfischeies zu keinen Zellen mehr führt. Scharfe, der diesen Process bei zahl- reichen Knochenfischeiern beobachtet hat, theilt mit, dass die vom Keimbläschen sich abschnürenden Chromatinkörper in der Umgebung des letzteren ihrem Zerfall entgegengehen, wobei sie die verschieden- sten, unregelmäßigsten Formen annehmen. Zahlreiche andere Angaben beweisen, dass Chromatinbestand- theile häufig im Dotter gesehen worden sind, ihre Entstehung wurde aber nicht sichergestellt. In den meisten Fällen deuten die beobach- teten Erscheinungen darauf hin, dass kernartige Gebilde im Eidotter einer Auflösung entgegenschreiten. In diesem Sinne hat sich auch Bonnet geäußert, wenn er die Bilder von verwaschenen Kernen im Unters, zur Entwicklungsgesch. der Distaplia magnilarva Della Valle. 153 Protoplasma des Scbafeies von Auflösungsprocesseii herrühren lässt, welche zu einer Assimilation dieser Kerne vom Ei hinführen. Wir stehen hier vor einem Felde, das noch sehr wenig bearbeitet worden ist. Dies mag wohl daher kommen, dass die meisten neueren Arbeiten über Eireifung sich hauptsächlich mit der Befruchtung und den um dieselbe sich gruppirenden Erscheinungen beschäftigen. Alle hier geschilderten Processe hingegen gehen in frühen Stadien der Oogenese vor sich und sind in Folge dessen auch nur wenig beachtet worden. 7. Das weitere Verhalten des Karyoblasten. Im Anfange meiner Arbeit habe ich mich der Terminologie meiner Vorgänger angeschlossen und die Ooblasten der Ascidieu als Eier bezeichnet, ihre Kerne als Keimbläschen. Es war dies unum- gänglich nöthig. um überhaupt verstanden w^erden zu können. Von jetzt ab will ich die Dinge mit ihrem wahren Namen nennen: Ich bezeichne die von anderen Autoren als Ei aufgefasste Zelle der As- cidien als Ooblast, den Kern als Karyoblast. Es handelt sich weiterhin darum, ob man den Ooblast nach der Abgabe der Abortiveier als Ei-Mutterzelle resp. Ei-Großmutterzelle (je nach der Zahl der Richtimgskörper) . oder als Ei im BovERi'schen Sinne bezeichnet. Wenn wir die ersteren Ausdrücke gebrauchten, so würden wir späterhin in große Verlegenheiten gerathen. Man erinnere sich nur daran , dass der Kern der Ei-Mutterzelle oder -Großmutterzelle noch kein Keimbläschen im wahren Sinne des Wortes ist. Er ist vielmehr nach Roveri der Mutter- oder Großmutterkern desselben. Keimbläschen könnte er nur dann genannt werden, wenn die Rich- tungskörper bereits abgeschnürt sind. Nun heißt aber das Keim- bläschen in diesem Stadium nach der Nomenclatur 0. Hertwig's Eikern, nach van Beneden Pronucléus femelle oder weiblicher Vor- kern. Nach Boveri müssten wir consequenterweise den weiblichen Vorkern als Keimbläschen bezeichnen. Das w^ollen wir nun doch nicht thun, sondern wollen Boveri's Ei-Großmutterzelle als Ei be- zeichnen und dasselbe auch in diesem Sinne auffassen. — Wir kön- nen dieses mit demselben Rechte thun, wie wir z. B. die Mutterzelle zweier Epithelzellen als Epithelzelle, wie wir das Mutterthier zweier Stentoren als Stentor bezeichnen. Man muss im Auge behalten, dass das Ei (Ei-Großmutterzelle) bei seiner Theilung in zwei Theilstücke von gleichem morphologischen Werthe wie das Ei selbst zerfällt — kurz, wir können das Ei in 154 M. V. Davidoflf unserem Sinne mit einem Spermatozoon vergleichen, wobei das Ei noch theilungsfähig- geblieben ist, das Spermatozoon hingegen nicht. Nach dem Austritt sämmtlicher Abortiveier muss der jedem ein- zelnen Abortivei gleichwerthige Rest des Ooblasten als Ei im ge- wöhnlichen Sinne , als Homologon des Eies der Appendicularien^ aufgefasst werden; denn seine nächste Theilung, eine mitotische, führt zur Bildung eines Richtungskörpers. Hierbei möchte ich nur noch darauf aufmerksam machen, dass die hier geschilderten Processe mit der Hypothese Roux's, nach wel- cher die indirecte Kerntheilung den Zweck hat, das vorhandene Material in zwei genau gleiche Theile zu spalten, auffallend über- einzustimmen scheinen. Wenn mau die Gleichheit der Theile als morphologische Gleichwerthigkeit auffasst, so bietet unser Fall einen Beleg für Roux's Ansicht. Denn die Eier der Appendicularien und die Abortiveier der Ascidieu sind dem sie erzeugenden Ooblasten jedenfalls nicht gleich werthig, während die Theilstücke bei der Bil- dung des Richtnngskörpers (mitotische Kerntheilung) unter sich gleich- werthig sind. In diesem Sinne hat sich auch Lee ausgesprochen, wenn er sagt : »On comprend en effet, que le bourgeonnement est un processus qui peut facilement revetir le caractère d'un vrai processus d'élimi- nation; il peu facilement faire d'une cellule à substance heterogene, deux cellules de nature très diverse. Il n'en est pas ainsi avec la division indirecte, qui semble avoir pour but de sauvegarder autant que possible l'hérédité cellulaire ; d'une cellule à substance heterogene elle fait, par d'admirables processus de fusion, de mélange, de ré- partition minutieusement egale, eile fait, dis-je, deux cellules de composition aussi identique que possible à celle de la cellule-mère« (pag. 662—663). In Fig. 1 besteht, wie wir sehen, der Karyoblast aus einem sich nicht färbenden Reticulum, aus einem großen chromatischen Körper, Nucleolus, aus einer achromatischen Membran und dem Nucleoplasma. Mit dem weiteren Wachsthum des Ooblasten halten die genannten Theile des Karyoblasten gleichen Schritt. Die Ab- lösung der Knospen scheint also von keinem wesentlichen Eiofluss auf diese Wachsthumsprocesse zu sein. Der Nucleolus, der in Fig. 1 noch einige gesonderte Körper- chen in seinem Inneren erkennen ließ, wird sehr bald vollständig homogen. Er präsentirt sich dann (Fig. 4 und 5) als ein ovaler oder runder stark lichtbrechender Körper, dessen Lage innerhalb des Unters, zur Entwicklungsgesch. der Distaplia ruagnilarva Della Valle. 1 55 Karvoblasteu meistens excentriscli ist (Fig. 1, 4, 5, 7. 8). Ich habe bereits bemerkt, dass der Nucleolus keinen Antheil an der Bildung der Nucleogemmen nimmt. Er verhält sieh vollkommen passiv, er- reicht eine bedeutende Größe (Fig. 8) und beginnt erst dann sich weiter umzubilden, wenn die dem Disfaplia-Ei eigenthümliche Dotterbildung vollendet ist. Das Reticulum scheint nicht nur dadurch am allgemeinen Wachsthume des Karyoblasten Theil zu nehmen, dass es sich nach allen Richtungen ausdehnt, sondern es wird, wie mir scheint, dich- ter und zeigt an den Knotenpunkten oft gesonderte kleine Körper- chen, welche indessen auch jetzt keine stärkere Affinität zu den Farbstoäen äußern wollen (Fig. 7, 8). An einem Ooblasten unmittelbar vor der Dotterbildung, also noch vor dem Austritt der Abortiveier, beträgt der Karyoblast un- gefähr 1 3 des Ooblasten-Durchmessers, während sein Nucleolus \/ji des Durchmessers des Karyoblasten hat (Fig. 8). Das Protoplasma des Ooblasten ist wie früher fein und gleich- mäßig granulirt, ist aber viel heller geworden, zeigt in der Um- gebung des Karyoblasten nur selten Knospen und hat die Fähig- keit, sich zu färben, welche es in früheren Stadien besaß, nahezu ganz verloren. Noch vor der Ausstoßung der Abortiveier zerfällt dasselbe in toto in Dotterkörper, ein Vorgang, der sehr rasch geschehen muss, denn ich habe niemals Zwischenstadien angetroifen. Aus diesem Grunde bin ich auch nicht in der Lage, irgend welche nähere Mit- theilungen darüber zu machen. Betrachtet man einen Ooblast, der nur wenig größer ist, als in Fig. 8, so erscheint sein ganzes Proto- plasma in Dotterkörper von annähernd gleicher Größe zerfallen (vgl. Fig. 15, 16, 18). Sie umgeben dann sowohl den Karyoblast, als auch die noch nicht ausgetretenen Abortiveier in einer dichten An- ordnung und gleichen in Habitus und Configuration fast in allen Punkten den wohlbekannten » Dotterplättchen « der Amphibien und Petromyzonten. Ich habe nirgends eine Stelle im Ooblasten entdecken können, wo die Dotterkörper sich etwa zuerst bildeten, und muss wenigstens vorläufig annehmen, dass sie zu gleicher Zeit im ganzen Protoplasma entstehen. Noch viel weniger konnte ich eine bestimmte Anordnung der Dotterkörper in Bezug auf die Eiachsen bemerken. Sie liegen alle regellos da, dicht bei einander. Selbst mit den stärkeren Vergrößerungen konnte man in diesem j56 M. V. Davidofif Entwicklungsstadium des Ooblasten keine Zwischensubstanz entdecken, und ich muss daher annehmen, dass auch nicht die geringste Spur des Protoplasmas des Ooblasten als solches bestehen bleibt. Das ganze Material wandelt sich in Dotter um. Die Gestalt der Dotterkörper ist in Folge davon auch keine kugelförmige, sie platten sich gegenseitig etwas ab und erscheinen sogar nicht selten eckig (Fig. 15, 16, 18). An Schnittpräparaten unterliegt ihre Größe bedeutenden Schwankungen, ein Verhältnis, welches vielleicht, wenigstens zum Theil, auf die Schnittmethode selbst zurückzuführen ist. Durchschnittlich kleiner als die übrigen Dotterkörper sind immer diejenigen, welche sich in der unmittel- baren Umgebung des Karyoblasten befinden (Fig. 1 8; . Wir haben gesehen (Fig. 11 — 13), dass die Nucleogemmen sich mit einer besonderen Protoplasmahülle umgeben, noch ehe die Dotter- bildung begonnen hat, und daher wird die Thatsacbe verständlich, dass das Protoplasma der Abortiveier bei der Dotterbildung nicht in Mitleidenschaft gez.ogen wird. Nach Vollendung dieses Processes beginnen die Abortiveier aus dem Ooblasten herauszutreten (Fig. 16). Der Karyoblast verhält sich während dieser ganzen Zeit passiv. Nach Beendung seiner Knospenbildung scheint er in einen Ruhe- zustand zu treten, aus welchem er erst während des Austrittes der Abortiveier wieder erw^acht. Von nun an können wir ihn als Keimbläschen bezeichnen, den Ooblast als Ei. Die erste Erscheinung, welche die Umbildungsprocesse des Keimbläschens einleitet, besteht in dem Schwinden seiner Membran und in einem Undeutlichwerden seines Reticulums. Der gleich- mäßige, scharfe Contour ist nicht mehr zu sehen, und daher ist auch eine scharfe Abgrenzung des Keimbläschens vom Dotter nicht mehr möglich (vgl. Fig. 18 u. ff.). In etwas älteren Stadien erhalten sich nur noch Spuren des ursprünglichen Kernnetzes, welche dann ab und zu als gebrochene, varicose Linien noch wahrgenommen werden können (Fig. 19, 21). Aber dieser Auf lösungsprocess geht noch weiter. Es verschwindet bald jede Andeutung eines Netzes und das ganze Nucleoplasma wird fein und regelmäßig granulirt (Fig. 23, 24). Durch diese Metamorphose geht aus dem Karyoplasma, dem Reticulum und der Membran des Keimbläschens eine neue Substanz hervor. Sie besitzt Eigenschaften, welche wir nur am Protoplasma zu beobachten gewohnt sind. Im Hinblick auf das spätere Verhalten dieser Substanz, auf Unters, zur Enhvicklungsgescli. der Distaplia magnilarva Della Valle. 15/ die in weiteren Processen ihr zukommende Rolle, nenne ich sie actives Plasma oder Ergoplasma. Es ist begreiflich, dass das Ergoplasma nach seiner Entstehung die ursprüngliche ovale Form (Fig. 18) nicht behält. Es tritt in nähere Beziehungen zum umgebenden Dotter und scheint einige Dotterkörper direct in sich aufzunehmen, während es die anderen benachbarten gleichsam umfließt (Fig. 19). Es treibt zwischen die Dotterkörper Fortsätze hinein, welche, indem sie sich weiter ver- ästeln, auch immer tiefer in den Dotter eindringen. Schließlich ge- währt das Ergoplasma ein Bild eines vielfach verästelten dotterhal- tigen Körpers (Fig. 21—26). Das Treiben der Fortsätze seitens des Ergoplasmas ist als ein activer Vorgang zu beurtheilen, wobei zunächst keine Vermehrung seiner Substanz stattfindet. In Folge davon rückt der Dotter in dem Maße, wie das Ergoplasma sich in ihm ausbreitet, immer näher zum Nucleolus heran, der in späteren Stadien sich nur von einer sehr geringen Menge von Ergoplasma umgeben findet. Hand in Hand mit diesen Vorgängen geht auch eine Metamor- phose des Nucleolus vor sich. Sie macht sich zunächst dadurch bemerkbar, dass der ganze Nucleolus etwas schrumpft (Fig. 18). Seine ursprüngliche glatte Oberfläche zeigt jetzt eigenthümliche kurze zackige Fortsätze, welche manchmal regelmäßig an der ganzen Pe- ripherie entwickelt sind (Fig. 20). Ich habe lange Zeit geglaubt, dass ich es hier mit Kunst- producten zu thun hätte, bis ich mich habe überzeugen können, dass die eigenthümlichen Bilder der Fig. 20 u. fif. Übergangsstadien sind, welche zu noch weiteren Schrumpfungen des Nucleolus füh- ren: er erscheint oft verlängert (Fig. 21), treibt hier und dort grö- bere und feinere Fortsätze, welche wiederum mit secundären Zacken besetzt sind. Seine Peripherie sieht dann aus wie die Landkarte einer küstenreichen Gregend, mit vielen Buchten und Landzungen. Vermöge dieser Formveränderungen ist es nicht möglich, zu ent- scheiden, ob der Nucleolus in Folge des Schrumpfungsprocesses auch wirklich an Volumen abnimmt, oder ob diese Bildungen in gleicher Weise wie die Fortsätze des Ergoplasmas auf activem Wege gebildet werden. An Schnitten, je nach ihrer Richtung und je nach der Form des Nucleolus, erscheint derselbe größer oder kleiner; denn wenn man z. B. einen länglich gewordenen Nucleolus quer treffen würde, so könnte er durch seine Kleinheit überraschen, wenn man 158 M. V. Davidoflf aus den übrigen Schnitten der Serie sich nicht ungefähr eine Vor- stellung von seiner absoluten Größe machen könnte. Ich glaube annehmen zu müssen, namentlich wenn ich mich auf die späteren Umbildungsstadien des Nucleolus stütze, dass derselbe schon in diesem Stadium thatsächlich schrumpft, und dass alle Zacken und Fortsätze seines Contours lediglich Schrumpfungser- scheinungen sind. Vielleicht, ja sogar wahrscheinlich, werden sie dadurch hervorgerufen, dass der Nucleolus Flüssigkeit ausscheidet. Was seinen Inhalt betrifft, so lassen sich in demselben auch jetzt noch keine histologischen Diflferenzirungen erkennen, obwohl er im Ganzen etwas heller geworden ist (Fig. 20, 21). Die Tinctions- mittel, welche er immer noch begierig anzieht, färben seine Peri- pherie und ihre Zacken intensiver als die centrale Partie. Erst später, au etwas größeren Eiern, treten in der helleren Zone Formelemente auf. welche Anfangs in weiten Abständen als winzige Chromatinkörperchen erscheinen. Ihre Anzahl vermehrt sich rasch, denn an einem nur wenig größeren Ei (Fig. 22) ist der ganze Inhalt des Nucleolus wie fein punktirt. Diese Körperchen, welche ich bereits als Chrom atosomen bezeichnen darf, heben sich deutlich vom helleren Grunde ab, lassen aber bislang noch keine bestimmten Gruppirungen wahrnehmen. Aber bald darauf sammeln sie sich an einer Stelle in einer dichteren Anordnung an (Fig. 23), und es ent- steht aus ihnen mitten im Nucleolus ein compacter chromatischer Körper, dessen Contouren ihn Anfangs nicht scharf von seiner Um- gebung scheiden. Auf den folgenden Stadien sieht man um diesen Körper eine derbe chromatische Membran und in seiner Mitte ist bereits ein größeres chromatisches Korn entwickelt (Fig. 26) . Die nicht in die Bildung dieses Chromatinkörpers eingegangenen Chromatosomen fangen zunächst in seiner Nähe an, sich netzartig anzuordnen, welche Gruppirung rasch um sich zu greifen scheint. Wir treffen dann den ganzen Nucleolus von einem dichten chroma- tischen Netze eingenommen (Fig. 27). Wenn wir vorläufig von den weiteren Umgestaltungen des Nucleolus absehen und uns die Frage vorlegen, welcher Art seine bisherigen Umbildungen waren und zu was sie führten, so können wir unsere Antwort darauf so zusammenfassen, dass aus dem Nucleolus ein Kern mit Kernnetz, mit einem Nucleolus und Nucleo- Unus hervorgegangen ist. Wir können diesen Kern weder als Keimbläschen, noch als Unters, zur Entwicklungsgesch. der Distaplia magnilarva Della Valle. 159 Nucleolus bezeiclineu. Es ist eben eiu neues Gebilde, das wir einst- weilen mit dem Namen Pol kern belegen wollen. Die bisberig-e Umbildungsgesebicbte des Keimbläsebens ergiebt, dass aus demselben zwei verscbiedene Elemente bervorgegangen sind : 1) das Ergoplasma, 2) der Polkern. Van Beneden & Julin besebäftigen sieb nicbt eingebender mit der Umbildungsgesebicbte des Keimbläsebens. Ich finde in ibrer Arbeit nur folgende Angabe: »Daus les follicules les plus avancés (Fig. \^fm] Toeuf, pret à étre évacué dans la cavité de l'oviducte, n'occupe plus qu'incomplètement la cavité du follicule. Il a pris une forme spbérique parfaitement reguliere: son vitellus présente une structure toute differente de celle de l'oeuf en voie de développement : au lieu de la vésicule germinative on trouve près de la surface une figure pseudokaryokinétique« (2, pag. 356 — 357). An einem nabezu reifen Ei zeichnen die beiden Autoren (2, Taf. XV Fig. 14 rechts den Contour des Keimbläschens nicht mehr scharf und rund, sondern lassen denselben in zahlreiche kurze Fortsätze auslaufen. Es ist ohne Frage, dass van Beneden & Julin dasjenige Stadium gesehen haben, an welchem die Membran des Keimbläschens sich eben auflöst, aber die Metamorphose des Nucleolus noch nicht begonnen hat. In einer älteren Angabe von Stepanoff sind die Verhältnisse etwas näher beschrieben. »Das Wachsthum des Keimbläschens geht parallel mit dem Wachsthume der Eier selbst [Phallusia s. Ciona in- testinalis)« sagt Stepanoff. »Wenn aber der Dotter eine Größe von 0,2268 mm erreicht hat, ist das Keimbläschen nicht mehr so scharf contourirt; es verliert nach und nach seine Solidität und zerfließt endlich in dem umgebenden Protoplasma des Dotters. Im Centrum des Dotters bleibt dann nur eine lichte Stelle sichtbar, die in einem völlig reifen Ei, das eine Größe von 0,27 mm erreicht hat, vollständig schwindet. . . . Der Keimfleck,« fährt unser Autor weiter fort, »be- hält während der von uns für den Dotter und das Keimbläschen be- schriebenen Vorgänge dieselbe Gestalt, die er in den jungen Eiern hatte ; in den reifen Eiern erscheint er nur etwas ausgewachsen und bekommt zugleich eine grobkörnige Beschaffenheit, die auf eine re- trograde Metamorphose hindeutet« (pag. 112). Über die Angaben von Maurice & Schulgin kann ich mich nicht bestimmt äußern, denn sie theilen mit. dass die Umbildung des Nucleolus des Keimbläschens erst nach der Befruch- tung vor sich geht. Das von den beiden Autoren geschilderte Verhältnis ist dermaßen eigentbümlicb. dass es wohl schwerlich ein 160 M. V. Davidoflf Analogon im Thierreicbe finden wird. Ich führe trotzdem ihre An- gabe hier an, weil sie einige richtige Beobachtungen aus der Meta- morphose des Keimbläschens enthält. Ihr Object ist ebenfalls eine zusammengesetzte Ascidie, und zwar Amaroecium proliferum. »Les Premiers phénomènes que l'on observe apres la fécondation sont les suivants,« heißt es, »le nucléolus de l'oäuf s'étale, devient dif- fluent et finit par oceuper toute la largeur du nucléus, avec I equel il arrive à se confondre entièrement. Alors le nucléus lui-méme ac- quiert des dimensions plus grandes, ses contours deviennent moins nets, il perd sa forme primitive et prend un aspect rayonné. Il subsiste encore un certain temps dans cet état avant de disparaìtre entièrement; en effet, alors que l'oeuf possedè déjà quatre ou six cellules résultant de la ségmentation, ou peut encore apercevoir dans la masse du vitellus non segmenté, le noyau primitif de l'oeuf^ noyau de plus en plus diffluent, mais que l'on peut encore parfaite- ment distinguer. On voit, d'après ce qui vient d'étre dit, que le noyau primitif de l'oeuf ne prend aucune part à la ségmentation« (pag. 17 — 18). Ich werde im zweiten Theile meiner Arbeit etwas näher auf diese Angaben eingehen. Kehren wir nun zu unserem Objecte zurück. Vor Allem müssen wir hervorheben, dass bei der bisher betrachteten Umbildung des Nucleolus in den Polkern derselbe seine centrale Lage im Ei nicht aufgegeben hat. Die weiteren Veränderungen spielen sich aber während seines Wanderns an. die Peripherie des Eies ab. Sein zackiger Umriss wird allmählich glatter; es entwickeln sich statt dessen einige wenige längere Fortsätze, wodurch eine ziemlich be- deutende Verkleinerung des eigentlichen Körpers entsteht. All- mählich differenzirt sich eine derbe, ziemlich dicke, chromatische Membran, welche vom Körper des Polkerns sich continuirlich auf die Fortsätze erstreckt (Fig. 27). Das Ergoplasma hat sich während dessen immer mehr und mehr im Ei ausgebreitet, derart, dass nur noch geringe Spuren desselben in der unmittelbaren Umgebung des Polkerns anzutreffen sind. In Folge dessen rücken die Dotterkörper noch näher zum letzteren heran und füllen auch die zwischen seinen Fortsätzen vorhandenen Buchten aus. Das Ergoplasma hat sich aber im ganzen Ei ausge- breitet und stellt ein feines Netz dar, in dessen Maschen die Dotter- körper liegen. Mit stärkeren Linsen kann es an jeder beliebigen Stelle des Eies nachgewiesen werden. Die Wanderung des Polkernes an die Peripherie des Eies können Unters, zur Entwicklungsgesch. der Distaplia magnilarva Della V.alle. ]Q] wir kaum als eine active bezeicliuen. Sein ganzer Habitus, das Vorhaudeuseiu einer derben Membran — das sind Alles Gründe, welche gegen eine solche Annahme sprechen. Ich neige mich viel- mehr nach der anderen Seite hin und glaube, dass es das Ergo- plasma ist, welches, indem es zum Theil sich selbst an der Peri- pherie des Eies ansammelt, den Polkern dahin bewegt. Die Activität des Ergoplasmas hatten wir schon Gelegenheit zu beobachten, und da wir keinen Grund haben, vorauszusetzen, dass sie erloschen ist, so können wir die Wanderung des Polkerns ungezwungen durch die Activität des Ergoplasmas erklären. Weitere Umbildungen des Polkerns habe ich an Ovarialeiern der DistapUa nicht gesehen. Das Ei gelangt in diesem Stadium auf eine hier nicht näher zu erörternde Weise in die Bruttasche des Mutterthieres und wird daselbst befruchtet. Es ist gegenwärtig eine feststehende Thatsache, dass das Keim- bläschen vor der Bildung der Richtungskörper eine, wie man sich ausdrückt, regressive Metamorphose erleidet. »Es rückt,« sagt Hertwig (2) , » aus der Mitte des Eies allmählich nach der Ober- fläche empor, schrumpft ein wenig ein, indem Flüssigkeit in den umgebenden Dotter austritt, seine Kernmembran schwindet, der Keim- fleck wird undeutlich und scheint sich schließlich aufzulösen« (pag. 24). Die Richtungsspindel bildet sich »aus Theilen des sich auflösenden Keimflecks, oder aus einem Theil der Kernsubstanz des Keimbläs- chens aus« (pag. 25). Indem ich hier aus Hertwig's Lehrbuch die betreffende Stelle anführe, welche gleichsam ein Résumé der bisherigen Kenntnisse dieses Vorganges giebt, kann ich meine weiteren litterarischen An- gaben auf nur wenige neuere beschränken. Es wird sich haupt- sächlich darum handeln, nachzusehen, ob das, was wir als actives Plasma oder Ergoplasma bezeichnet haben, auch bei anderen thieri- schen Eiern vorkommt. Dass das Netz und die Membran des Keim- bläschens sich im Karyoplasma auflösen und zu einer plasmatischen Masse werden — oder wie sich die meisten Autoren ausdrücken, das Keimbläschen scheide eine Flüssigkeit aus — scheint eine weit ver- breitete Erscheinung zu sein. Nur wird dieser «Flüssigkeit« zuweilen eine eigenthümliche Rolle zugeschrieben. 0. Schultze glaubt z. B., dass der um das Keimbläschen angehäufte Kernsaft «in kurzer Zeit in den Eikörper eintritt«, ein Vorgang, der für unsere Beobachtungen Mittheilungen a. d. Zoolog. Station zu Neapel. Bd. 9. \\ 162 M. V. Davidoff wiclitìg genug ist, gegen welchen wir auch nichts einzuwenden haben. «Bald darauf,« fährt Schultze weiter fort, »wird das Peri- vitellin ausgeschieden. ... Da erscheint es in der That am ein- fachsten, diese Flüssigkeit auf Kechnung des vorher aufgenommenen Kernsaftes zu setzen, um so mehr, da das Verhalten der Reagentien und Farbstoffe dem Kernsaft und dem Perivi teilin gegenüber ein gleiches ist« (pag. 217). Nach Schultze wird also der Kernsaft aus dem Ei ausgeschieden — eine Angabe, welche mit den bekannten Thatsacheu nicht harmonirt, und noch weniger mit den ausgezeich- neten Untersuchungen Böhm's am Ei von Petromyzon in Einklang zu bringen ist. »Während die Eier an Volumen zunehmen.« sagt Böhm, »wird das Keimbläschen größer, dabei verändert es die centrale Lage, um sich allmählich der Oberfläche des Eies zu nähern ; die chromatischen Netze verschwinden und scheint der Keimfleck auf Kosten derselben sich zu vergrößern. Eier, die 0,5 mm groß sind, zeigen ein Keim- bläschen, welches keine Chromatinnetze mehr enthält: es liegt noch an der Oberfläche des Eies, ist aber von derselben durch eine dotter- arme Schicht getrennt.« An Eiern der nahezu geschlechtsreifen Thiere (0,1 mm Durchmesser) nahm der Keimfleck fast gar keine Chromatintinctionen mehr an. »Geschlechtsreife Thiere, die zum Theil Ovarialeier, zum Theil auch Eier in der Bauchhöhle enthielten, ließen verschiedene Stadien der flächenhaften Ausbreitung des Keim- bläschens am auimalen Pole des Eies erkennen. Die Keimbläschen- membran war nicht mehr zu sehen und konnte man nur in seltenen Fällen auf Schnitten den Keimfleck als ein sehr blasses, kaum von der Umgebung zu unterscheidendes Gebilde, mit Mühe erkennen. In noch weiter entwickelten, abgelegten, nicht besamten Eiern hat sich das Keimbläschen noch weiter ausgebreitet und stellt nun eine hyaline dünne Scheibe am animalen Pole des Eies dar — das Polplasma« (pag. 56 — 57). Böhm findet an seinem Objecte, eben so wie ich am DistapUa-Ei, dass das Netz und die Membran des Keimbläschens sich auflösen und aus ihnen ein plasmatischer Körper hervorgeht, welchen Böhm »Polplasma« nennt. Im Falle Böhm's scheint das Netz sich früher aufzulösen als die Membran. Bei Distaplia gehen diese Processe zu gleicher Zeit vor sich, und zwar noch ehe das Keimbläschen (Pol- kern) seine Wanderung nach der Peripherie des Eies begonnen hat. Die Ausbreitung des Polplasmas Böhm's am animalen Pole des Petromt/zofi-Eies muss jedenfalls als ein activer Vorgang seitens Unters, zur Enhvicklungsgesch. der Distaplia magnilarva Della Valle. 163 desselben aufgefasst werden, wie überhaupt auch sein späteres Ver- halten, nach der Befruchtung, auf eine rege Activität hindeutet. So würde denn das Polplasma Böhms auch in dieser Eigenschaft mit unserem Ergoplasma übereinstimmen. Noch viel ähnlicher dem Distaplia-FA verhält sich das Ei von Colymbetes fuscus^ nach den bereits bei Gelegenheit der Bildung der Nucleogemmen erwähnten Untersuchungen Will's. Nachdem die Tochterkerne des Colymbetes -Eies abgegeben worden sind, zeigt sich im Keimbläschen wieder Kernsaft, in welchem das Chromatin sich zu lösen beginnt. Darauf verliert der Umriss des Keimbläschens seine »regelmäßig abgerundete Oberfläche«. Es zei- gen sich Erhebungen und Vertiefungen , »ja zum Theil sogar tiefe Einschnitte« (pag. 341), wobei das Keimbläschen immer weiter zu wachsen scheint. Gleichzeitig beginnen zunächst einzelne periphere Theile desselben eine Umwandlung ihrer Substanz zu erleiden — sie werden stellenweise homogen und gleichen in ihrer Beschaffenheit »durchaus dem benachbarten Protoplasma. ... An solchen Stellen schwindet auch bald die Kernmembran, so dass damit die homogene Kernpartie mit dem benachbarten Protoplasma verschmilzt« (pag. 342). Diese Processe gehen nun immer weiter und «reduciren den Kern auf eine immer geringere Größe . . . gleichzeitig bemerken wir, dass die chromatischen Kernkörperchen noch weiter in ganz winzige Körnchen zerfallen sind und außerdem auch bedeutend an Zahl ab- genommen haben. Diese Abnahme ist natürlich durch die Abgabe an den Protoplasmaleib zu erklären; zu einem kleinen Theil jedoch ist sie bei so alten Kernen auch mit dadurch veranlasst, dass auch in dem Kernsaft des Kernes selbst die Chromatinsubstanz bereits angefangen hat, sich zu lösen. In Folge dessen ist der Kernsaft des Eikernes in diesem Alter nicht mehr völlig inditfereut gegen Tink- tionsmittel, sondern er färbt sich bereits ganz matt rosa. . . . Das gesammte Protoplasma des Eies hat sich zu dieser Zeit bereits in eine große Menge von größeren und kleineren Dotterpartikelchen umgewandelt, mit Ausnahme einer schmalen Schicht homogenen Plasmas in der directen Umgebung des Kernes, welche aber eben- falls ihrer baldigen Umwandlung in Dottersubstanz entgegensieht und an den meisten Kernen dieses Alters schon nicht mehr nach- weisbar ist. . . . Während der zuletzt betrachteten Stadien hat sich auch eine Lageveränderung des Kernes vollzogen. Der Kern ver- lässt die Mitte des Eies und rückt ganz allmählich an die Peripherie des Eies« (pag. 352 — 353). 11* J64 M. V. Davidoff Blochmann hat die eben erwähnten Angaben Will's, allerdings an anderen Objecten, nicht bestätigen können nnd meint, dass diese von Will beschriebenen Umwandlungen des Keimbläschens auf de- generative Processe zurückzuführen seien. Wenn aber, wie auch Stuhlmann angiebt, das Keimbläschen sich amöboid an die Peri- pherie des Eies bewegt, so scheint mir doch eine protoplasmatische Umwandlung eines Theiles des Keimbläschens durchaus erforderlich zu sein, um überhaupt eine active Bewegung zu ermöglichen. Nach der Annahme der meisten Forscher erleidet das Keim- bläschen des thierischen Eies vor der Befruchtung eine regressive Metamorphose, welche, wie es scheint, sich auch auf den Keimfleck ausdehnt. Ich glaube nicht, dass man die hier geschilderten Vor- gänge des DtstapUa-Eies mit dieser Annahme in Einklang bringen kann. Diese Processe müssen meiner Ansicht nach gerade umge- kehrt, als eine progressive Erscheinung aufgefasst werden. Die an- fängliche, vielleicht eine Verminderung des Gesaramtvolumens nach sich ziehende Schrumpfung des Nucleolus ist hier mit einer wichtigen histologischen Differenzirung verbunden, aus welcher schließlich ein neues Gebilde, der Polkern, hervorgeht. Eben so wenig glaube ich für die übrigen Bestandtheile des Keimbläschens einen regressiven Vorgang annehmen zu müssen. Sie sind zwar als solche im Ergo- plasma nicht mehr vorhanden, aber es ist aus ihnen ein Körper her- vorgegangen, dessen Eigenschaften ganz andere geworden sind. Sie sind zu einem sich activ bewegenden und sich vermöge dieser Ac- tivität im Dotter ausbreitenden Plasmakörper geworden. Aus unseren Angaben geht ferner hervor, dass der Dotter des Distaplia-Eies zur Zeit der Wanderung des Polkernes an die Peri- pherie zweierlei mit einander gemengte Substanzen enthält: 1) das ursprüngliche Eiprotoplasma, welches sich in toto in Dotterkörper umgewandelt hat, und das wir von vorn herein, auch an jungen Eiern, als Nähr- oder Deutoplasma bezeichnen können, und 2; das Ergoplasma, das aber nucleolären Ursprunges ist. Man hat bereits früher nach dem Vorgange van Beneden's zwei verschiedene Stoffe im Eiprotoplasma angenommen: man unterschied ein Eiprotoplasma im engeren Sinne und ein Deutoplasma. Ersteres wurde als die wichtigste Substanz des Eies angesehen, indem man glaubte, dass die wichtigsten Lebenserscheinuugen sich in ihr ab- spielten. Nach unseren Beobachtungen dürfte diese Eintheilung in so fern eine Abänderung erfahren, als bei den Ascidien-Eiern und auch in manchen anderen Fällen der ganze Eiinhalt mit Ausnahme Unters, zur Entwicklungsgesch. der Distaplia magnilarva Della Valle. 165 des Keimbläschens, also Protoplasma und Deutoplasma, in specifi- sches Nahrungsmatevial sich umwandelt. Auf solche Fälle k()nnen wir die von van Beneden vorgeschlagene Unterscheidung nicht anwenden. So wenig wir mikroskopisch im Plasma junger DistapUa-Eiev zwei differente Substanzen nachweisen können, so wenig fördert auch seine weitere Entwicklung zwei verschiedene Stoffe zu Tage. Wir sind daher gezwungen, den ganzen Dotter junger Eier als Nährplasma aufzufassen, und können dem letzteren auch fernerhin keine active Rolle bei der Gestaltung späterer Lebensprocesse beimessen. Nur nach dem Vermengen des Nährplasmas resp. des Dotters mit dem Ergoplasma besteht der Körper des Distaplia-EieB aus einem activeu und passiven Theile; man muss aber hierbei im Auge behalten, dass der active Theil, das Ergoplasma, ein Derivat des Keimbläschens ist. Ich will nur noch hinzufügen, dass das Nährplasma der thierischen Eier seine specifischen Nährstoffe in sehr verschiedener Weise zur Ent- wicklung bringen kann. Je nach ihrer Menge, im gegebenen Falle, können diese Stoffe als große Dotterkörper, als kleinere Dotterkugeln, endlich als winzige Lecithinkörnchen entstehen. Gerade vermöge dieser Verschiedenheiten wird es wohl oft sehr schwer sein, auf den hierher gehörenden Entwicklungsstufen des Eies Ergo- und Nährplasma aus einander zu halten. Wir wollen indessen hoffen, dass, nachdem wir auf diese Erscheinung aufmerksam geworden sind, sich auch Re- agentien finden w^erden, welche eine specifische Wirkung auf eine der beiden Substanzen äußern, so dass wir auch an nicht »dotterhaltigenif Eiern im Stande sein werden, dieselben Befunde zu constatiren. 8. Richtungskörper, Befruchtung und Furchungskern. Wenn ich von meinen bisherigen Beobachtungen sagen kann, dass sie wohl nur unwesentliche Lücken enthalten, so muss ich leider zu meinem großen Bedauern auf nähere Angaben über die Gegenstände dieses Capitels verzichten. Ich habe nur Weniges gesehen, will es aber hier desswegen mittheilen, weil mir auch dieses Wenige nicht ganz ohne Bedeutung zu sein scheint. Dass meine Beobachtungen über alle diese Dinge so spärlich ausgefallen sind, war eigentlich zu erwarten. Das Ei der Distaplia wird, nachdem es in die Bruttasche des Mutterthieres gelangt ist. wahrscheinlich sehr bald befruchtet. Man findet nur äußerst selten ein Ei, welches nicht bereits in Furchung begriffen wäre, und auch dann ist das Stadium, in welchem es sich befindet, nur nach Schnitt- präparaten festzustellen. Man kann nun solche Eier jahrelang 166 M. V. Davidoff schneiden, ohne eine brauchbare Serie von Stadien an einander reihen zu können. So erwies sich denn das Distaplia-E\ als ein ungün- stiges Object zur Erforschung der Befruchtungsvorgänge. Ich habe mir desshalb auch keine weitere Mühe hinsichtlich dieses Gegen- standes gegeben, und hoffe später Gelegenheit zu finden, diesen Vorgang an solchen solitären Ascidien zu studiren, bei welchen eine künstliche Befruchtung möglich und daher auch die Arbeit lohnen- der ist. Hier will ich nur mittheilen, dass ich einmal in einer Schnittserie eines ungefurchten Eies statt eines Polkernes nur einen kleinen Haufen Chromatinkörnchen fand (Fig. 29), deren gegenseitige Anordnung ich auf keine bekannte Prophase der mitotischen Kerntheilung zurück- zuführen vermochte. Vielleicht war die Schnittrichtung nicht gün- stig, vielleicht sind die Theilchen durch das Messer dislocirt worden. Sie lagen in einem Ring von einer dunkleren grobkörnigen Substanz, welche sich deutlich von dem umgebenden Ergoplasma absetzte (P^•). Ich irre wohl kaum, wenn ich annehme, dass diese Substanz aus einer Umbildung der Membran, des Netzes und des Karyoplasmas des Polkerns hervorgegangen ist: denn die drei letztgenannten Bil- dungen waren spurlos verschwunden. Ferner gelang es mir einmal, das Ei gerade im Stadium zu treffen, als es im Begriffe war, einen Richtungskörper abzuschnüren. Auch die Schnittrichtung erwies sich in diesem Falle als günstig: auf einem Schnitt der Serie traf ich den Richtungskörper, auf dem nächstfolgenden den im Ei zurückgebliebenen Theil des Polkerns. Ich habe die beiden Schnitte in Fig. 30 und 31 abgebildet. In der ersteren Figur sieht man den Richtungskörper (i%), der von der rechten Seite her gänzlich vom Ei abgeschnürt erscheint. Links bildet die Eihaut noch eine Erhebung gegen denselben und ist an dieser Stelle von der umgebenden Membran des Richtungskörpers noch nicht scharf gesondert. Der Inhalt des letzteren besteht, wie zu erwarten war, aus Dotterkörpern, Ergoplasma und aus einer Hälfte des Polkerns. Die Dotterkörper verhalten sich durchaus denjenigen im Ei anwesenden gleich •. sie sind nach der Mitte des Richtungskörpers hin etwas zugespitzt und kehren ihre Basis seiner Membran zu. Das Ergoplasma nimmt das Centrum ein und sendet zwischen die Dotter- körper mehr oder weniger feine Fortsätze hinein. An einer Stelle, nach der Peripherie des Eies zu, streckt das Ergoplasma einen grö- beren Fortsatz aus, welcher, wie auf dem folgenden Schnitte (Fig. 31) zu sehen ist, continuirlich mit dem Ergoplasma des Eies zusammen- Unters, zur Entwickluugsgesch. der Distaplia magnilarva Della Valle. 167 hängt. Im Richtuugskürper enthält letzteres mehrere chromatische Körnchen, welche in einem Halbkreise radiär angeordnet sind. Auf dem nächsten Schnitt (Fig. 31) sieht man, wie der nach dem Ei zu gerichtete Fortsatz des Ergoplasmas des Richtungskörpers sich zwischen die Dotterkörper tiefer in das Ei einsenkt und mit dem Ergo- plasma, das sich in der Umgebung des zurückgebliebenen Theiles des Polkerns befindet, verschmilzt. Letzterer besteht auch hier aus einer Anzahl kleiner Chromatinkörner, welche annähernd in gleicher An- ordnung wie im Richtungskörper sich befinden. Um dieselben kann man jetzt keine specifische Substanz mehr unterscheiden, wie früher in Fig. 29, und ich glaube, dass sie, wenn auch nicht mit dem Ergoplasma verschmolzen, so doch jedenfalls zu demselben irgend wie in nähere Beziehungen getreten ist. Im Ei sendet das in der Umgebung der Chromatinkörper angesammelte Ergoplasma Fortsätze nach allen Richtungen aus, w^elche sich zwischen die benachbarten Dotterkörper einsenken und continuirlich mit dem übrigen Ergoplasma- netz zusammenhängen. Ob das Distaplia-Ei ein oder zwei Richtungskörperchen ab- schnürt, kann ich nicht mit Bestimmtheit angeben. Vielleicht darf mau, wenn man die Größe des beobachteten Richtungskörpers in Betracht zieht, vermuthen, dass demselben kein zweiter nachfolgt. Macì\Iukrich, der bei Fulgur carica^ einem Prosobranchiaten, von dem großen dotterhaltigen Ei nur einen einzigen dotterhaltigen Richtungskörper sich abschnüren sah, glaubt auf Grund seiner Beobachtung schließen zu dürfen, dass überhaupt im ganzen Thier- reiche die Zahl der Richtungskörper in einem umgekehrten Verhält- nis zur Quantität des Dotters steht. Diese Hypothese harmonirt allerdings wenig mit den Befunden von Schültze und Böhm, von welchen der Erstere für die Amphibien, der Letztere noch neuerdings für Petromyzon das Vorhandensein zweier Richtungskörper nachge- wiesen haben. Bei den solitären und socialen Ascidien scheinen nach der An- gabe von Fol und van Beneden & Julin zwei Polkörper zur Ab- schnürung zu kommen: auch vollzieht sich letztere nach Fol noch im Ovarium. «Les oeufs des Tuniciers,« sagt Fol, )isont tout par- ticulièrement défavorables à lobservation de ces phénomènes, à cause de leurs enveloppes qui nuisent à la clarté des Images. Néanmoius, j'ai rencontré de loin en loin des objets qui ne me laissent aucun doute sur ce point. Les processus sont exactement les mémes que chez les Etoiles de mer, seulement ils se passent, comme chez les 168 M. V. Davidoff Oursins, au sein de l'ovaire. J ai vii des vésicules germinatives rata- tinées, j'ai vu des amphiasters de rebut, et enfin j"ai vii des globiiles polaires. . . . Les g-lobules polaires sont au uombre de deux et se distinguent facilement des globiiles du testa, d'abord par la présence d'un noyau, puis par les dimensions, et enfin par la position, car ils sont logés sous le testa larvaire. dans un espace lentieulaire com- pris entre ce dernier et la surface du vitellus« (4, pag. 153 — 154). Van Beneden & JuLiN (1, pag. 5) geben an, dass sie pseudo- karyokinetische Figuren an Eiern der Clarellina gesehen haben, welche dem Oviducte entnommen waren. Diese Figuren sollen deii- jenigen gleichen, welche van Beneden bei Ascaris megalocephala beobachtet hat: »Nous avons constamment trouvé Faxe de la figure dicentrique dirige non pas radiairement, mais toujours perpendicu- lairement au rayon de l'oeuf. Aussi, pensons-nous qu'ici, comme chez V Ascaris megaloce'phala^ l'élimination des globules polaires se fait dans le plan équatorial de la figure et que le lieu de forma- tion de ces éléments ne répond nullement à Tun des sommets du fuseau de direction.« Ich kann darüber nicht urtheilen, ob die Richtungsspindel bei BistapUa radiär oder tangential gerichtet war. Verbindungsfasern habe ich auch nicht wahrnehmen können. Offenbar war das Sta- dium, das ich gesehen und abgebildet habe, ein älteres. An spä- teren Stadien, während der ersten Phasen der Segmeutation ist es mir niemals gelungen, Reste eines Richtungskörpers zu finden. Was die Befruchtung angeht, so kann ich anführen, dass ich einmal an der Peripherie eines ungefurchten Eies zwei neben einan- der liegende Kerne fand (Fig. 32 Sp.Wk). Sie waren beide von bedeutend kleineren Dotterkörpern umgeben, welche ihrerseits zwi- schen sich ein Netz von Ergoplasma erkennen ließen. Der eine größere Kern [Sp] lag der Peripherie näher und schien mit derselben vermittelst eines vielleicht plasmatischen Stranges in Verbindung zu stehen. Der kleinere Kern lag etwas tiefer im Ei, jedoch in nächster Nähe des größeren. Ich glaube den größeren Kern für einen Sper- makern halten zu dürfen, den kleineren für den weiblichen Vorkern. Das Ei muss ziemlich rasch nach der Befruchtung abgetödtet worden sein, denn es haben an den beiden Kernen noch nicht jene Umwandlungen begonnen, welche sonst der Copulation beider Kerne vorausgehen. Van Beneden & Julin theilen mit, dass sie mehrere Eier der Unters, zur Entwicklungsgesch. der Distaplia magnilarva Della Valle. 169 Clavellma mit zwei Proiuiclei gesehen haben. »Ces éléments nu- cléaires,« sagen sie, »ne deviennent jamais de grands noyaiix sphé- riques. comme chez ÌQ^Ascaris^ Pterotrachea, Sagitta etc.« (1, pag. 5 — 6). Das weitere Schicksal dieser Kerne und den Modus der Entstehung der ersten karvokinetischen Figur aus ihnen haben van Beneden & JüLiN eben so wenig wie auch ich verfolgt. Das letzte Stadium der Eireifung, das ich in diesem Abschnitte meiner Arbeit anfuhren will, ist ein Ei mit einem Furchungskern (Fig. 33). Dasselbe hat einen Durchmesser von 0,480 /<, ist also beinahe einen halben Millimeter groß. Seine Peripherie erscheint auf Schnitten als eine kreisförmige regelmäßige Linie , welche der Ausdruck einer äußerst zarten Membran ist. Der Zeitpunkt, an wel- chem letztere sich bildet, ist für mich unklar geblieben. Sie ist jedenfalls zur Zeit der Abschnüruug des Richtungskörpers bereits vorhanden. In einer einfachen Reihe um das Ei herum liegen die Abortiv- eier, welche ihrerseits von einer Schicht sehr dünn und lang ge- wordener Follikelzellen umgeben sind. Der Furchungskern (Fig. 33 und 34 Fk) befindet sich nicht im Cen- trum des Eies, sondern liegt dem einen Pole (dem späteren animalen Pole) desselben näher. Er ist umgeben von einer bedeutenden Quantität von fein granulirtem Ergoplasma, das pseudopodienartige Fortsätze nach allen Richtungen in den Dotter hinaussendet. Der Furchungs- kern selbst besitzt noch keine Membran und besteht aus einer großen Anzahl kleiner Chromatinkügelchen (Fig. 34 Fk), von welchen jedes von einem helleren Hofe umgeben zu sein scheint. Es erinnert dieses Verhältnis an das, was wir an den Karyoblasten der Fritillaria (Fig. 17) gesehen haben, und scheint mit den Befunden, welche Böhm am Furchungskern des Petrotni/zon-Eies gesehen hat, im Wesentlichen übereinzustimmen. Böhm giebt an, dass der Spermakern wie auch der Eikern vor ihrer Copulation in Chromatinkörper, »Meriten«, zerfallen und unter- scheidet daher Spermato- und Karjomeriten. Demnach ist der Fur- chungskern bei ihm anfänglich aus zwei Portionen zusammengesetzt. j)Die eine mit einer Strahlung umgebene besteht aus 4—5 Kugeln, die wir sofort als etwas größere Spermatomeriten wieder erkennen; die andere besteht aus kleineren stärker tingirten, zahlreicheren kugeligen Stücken (Karyomeriten)« (pag. 60). »Ein Merit besteht,« nach Böhm, »aus einer wenig chromatinhaltigen Kugel, dem Körper, 170 M. V. Davidoff welche ein Chromatinkorn , Mikrosoma, enthält.« ... »4 Stunden nach der Besamung,« sagt Böhm, »finden wir den definitiven Fur- chungskern von einer ellipsoidischen Gestalt, memhraulos , wenig gefärbt und in ihm stark gefärbte Chromatinkörner : die Mikrosomen, Der definitive Furchungskern bildet sich dadurch, dass die Körper der Spermato- und Karyomeriten des provisorischen Furchungskernes mit einander verschmelzen und die Mikrosomen dabei frei werden. Aus diesen letzteren baut sich nun der chromatische Antheil der karyokinetischen Figur auf, deren Bildung das Einschneiden der ersten meridionalen Furche vorangeht« (p. 61). An dem von uns beobachteten Furchungskern der Distaplia lie- gen die Chromatosomen noch in ihren Kapseln eingeschlossen, die Spermato- und Karyomeriten sind aber an ihm nicht aus einander zu halten. Wir können annehmen, dass wir dasjenige Stadium des Furchungskernes nach dem Schema Böhm's vor uns haben, bei wel- chem die beiden Arten der Meriten zwar nicht mehr aus einander zu halten sind, ihre völlige Verschmelzung aber noch nicht vor sich gegangen ist. Die im vorigen Kapitel mitgetheilten Beobachtungen sind spär- lich genug ausgefallen. Ich glaube aber trotzdem einige Schlüsse ans ihnen ziehen zu können, welche dazu geeignet sein dürften, ein weiteres Licht auf die bereits früher betrachteten Vorgänge zu werfen. Was zunächst den Polkern angeht, so können wir, wie mir scheint, mit Grund annehmen, dass derselbe sich im Wesentlichen so verhält, wie es bei anderen thierischeu Eiern nur vom Keimbläs- chen her beschrieben wird. Seine Membran und sein Reticulum lösen sich auf, es bleiben dann nur Chromatinkörnchen bestehen, welche in die Bildung einer chromatischen Kernfigur eingehen und so zum Theil in den Richtungskörper gelangen, zum Theil im Ei zurück- bleiben und den chromatischen Theil des weiblichen Vorkernes lie- fern. Über die übrigen Bestaudtheile des Polkernes kann ver- muthungsweise ausgesprochen werden, dass sie die achromatischen Theile der Richtungsfigur mit bilden helfen, wobei die im Ei zurück- gebliebene Partie zur achromatischen Grundlage des weiblichen Vor- kernes wird. Alle diese Dinge würden ja nichts Besonderes bieten, wenn man nicht wüsste, dass der Polkern sammt allen seinen Derivaten ledig- lich vom Nucleolus des Keimbläschens herstammt: dass alle diese Unters, zur Entwicklungsgesch. der Distaplia magnilarva Della Valle. 171 Vorgäiig-e also nicht innerhalb des Eiprotoplasmas vor sich gehen, sondern im Ergoplasma (Polplasma, Böhm); dass endlich das Ergö- plasma selbst vom Keimbläschen herstammt, also auch selbst umge- wandelte Kernsubstanz ist. ' Wie Böhm für das Ei von Petromyzon gezeigt hat und ich es für Distaplia nachgewiesen zu haben glaube, liegt auch der Fur- chungskern mitten im Ergoplasma und es besteht kein Grund, anzunehmen, dass dieses Verhältnis sich künftighin während der Furchung ändert. Der Kern jeder künftigen Gewebszelle wird in das Ergoplasma eingebettet sein, welches letztere seine netzartige Anordnung wohl auch in Zukunft bewahren wird. Die active Rolle, welche es im Ei zu spielen berufen wurde, wird es auch in künf- tigen Entwicklungsprocessen nicht einbüßen, sondern überall da, wo wir es antreffen, als das wesentliche gestaltende Element der Zelle auftreten. Es würde mit derjenigen Substanz der Zelle zusammen- fallen , welche Kupffer Protoplasma im engeren Sinne nennt und welche Flemming als Filarplasma, Strasburger als Hyaloplasma bezeichnet. In seinen Arbeiten nennt Boveri diese Substanz Archoplasma und schreibt ausschließlich ihr eine active Rolle bei den Theilungs- vorgängen der Eier [Ascaris] zu. «Die übrigen Bestandtheile der Zelle,« sagt Boveri, »nehmen, wie es scheint, an dem Theilungs- vorgange keinen activen Antheil , sondern werden bei der Durch- schnürung der Zellsubstanz ihrer Lage entsprechend einfach auf die Tochterzellen vertheilt« (3, pag. 61). Die wichtige Rolle, welche das Archoplasma im Eie von Ascaris megalocephala spielt, leuchtet schon daraus ein, dass aus demselben die ganze achromatische Kernthei- lungsfigur mit ihren Fäden, Polsonnen und Centrosomen (Central- körperchen, van Beneden & Neyt) entstehen. Die Activität der » Archoplasmafädchen (f ist hierbei so augenfällig, dass Boveri sich dazu veranlasst fühlte, sie geradezu als »musculöse Fibrillen« zu bezeichnen. Sie heften sich an die einzelnen chromatischen Ele- mente an und die Bewegung dieser Elemente «ist einzig und allein die Folge der Contraction der daran festgehefteten Fibrillen (c (3, pag. 100). Ich kann hier nicht näher auf die schönen Untersuchungen Bo- VERi's eingehen, noch weniger mich auf die grundlegende Arbeit VAN Beneden's und die sich daran knüpfende Litteratur einlassen, sondern will nur noch die Frage aufwerfen, ob das Archoplasma Boveri's nicht mit unserem Ergoplasma identificirt werden könnte. 172 M. V. Davidoff Leider ist dieses bislang noch nicht möglich, da Boveri gerade den für meine Zwecke so wichtigen Punkt erst in nächster Zeit zu be- arbeiten verspricht: nämlich die Entstehung der Eier und die all- mähliche Ausbildung des Keimbläschens bei Ascaris megalocephala (2 pag. 13). — Ich kann hier nur eine einzige Thatsache aus den BovERi'schen Untersuchungen anführen, welche vielleicht dafür spre- chen dürfte, dass das Archoplasma auch bei Ascaris nucleolären Ursprunges ist — das ist nämlich eine Reaction desselben gegen die Pikrinessigsäure. »Der Nachweis,« sagt Roveri, «dass das Archo- plasma eine von den übrigen Zellbestandtheilen verschiedene Sub- stanz ist, lässt sich durch eine Reaction desselben auf die Pikrin- essigsäure führen. Wirkt diese Säuremischung in bestimmter Weise auf das Ei von Ascaris megalocephala ein , so verquellen alle Be- standtheile der Zellsubstanz: Grundmasse, Fäden, Körnchen und Dotterkörper zu einer homogenen, leicht vacuolisirten. durchsichtigen Masse, in der nur die Struktur der Kerne und das Archoplasma sich erhält« (3 pag. 62). In diesem Falle verhalten sich also die Be- standtheile der Kerne und das Archoplasma gleich. Weil Boveri die frühen Stadien der Eientwicklung nicht unter- sucht hat, ist es auch nicht möglich, zu entscheiden, ob er von An- fang an mit einem Keimbläschen oder mit einem Polkern in unse- rem Sinne zu thun gehabt hat. Die in dieser Arbeit angeführten, von Ascidien, Insecten und Petromyzon herstammenden Fälle dürften indessen der Vermuthung Raum geben, dass es sich auch anderwärts damit nicht anders ver- hält. Man kann nicht voraussetzen, dass das Ergoplasma bei glei- chen physiologischen Functionen das eine Mal aus dem Keimbläschen herrührt, das andere Mal eine Zellsubstanz ist. Dann würde es das eine Mal eine Kernsubstanz sein, welche thätig in den Process der mitotischen Theilung eingreift, das andere Mal aber ein Archoplasma im Sinne Boveri's. Eine andere schwierige Frage, über welche ich mir noch kein Urtheil gebildet habe, ist diejenige der Herkunft des Ergoplasmas im Keimbläschen selbst. Ist das Ergoplasma, wie wir Grund hat- ten, es vorauszusetzen, bei allen aus dem Ei stammenden Zellen um ihren Kern vorhanden und als ein feines Netz auch weiterhin in der Zelle ausgebreitet, so muss der Vorgang, durch welchen es zu einem Bestandtheile des Keimbläschens wird, vorläufig dahin gestellt blei- ben. Vielleicht könnte man annehmen, dass schon bei den Ahnen- zellen der Eier das Ergoplasma sich um den Kern gruppirt, sich Unters, zur Eutwicklungsgesch. der Distaplia magnilarva Della Valle. 173 mit einer Membran umgiebt und sich schließlich in das Reticulum des Keimbläschens umwandelt, wobei der Kern der Zelle zum Nucleolus wird. Die übrigen Substanzen des Zellenleibes würden sich dann, ausschließlich zu Nahrungsmaterial umbilden. Ich hoffe, dass die Erforschung dieser fundamentalen Processe nicht lauge auf sich warten lassen wird. Sollten diese Zeilen hierzu eine Anregung bringen, so wäre ihr Zweck erreicht. 9. Zusammenfassung der Resultate. 1. Das allgemein als Ei bezeichnete Gebilde ist bei den Asci- dien [Distaplia) kein solches im gewöhnlichen Sinne. Es ist viel- mehr ein Ooblast, der erst Eier producirt, und in Folge dessen einem Ooblast der Appendicularien [Fritillaria] zu vergleichen. 2. Die von den Ooblasten producirten Eier functioniren als solche bei den Appendicularien, während bei den Ascidien nur ein einziges davon befruchtungsfähig wird. Alle übrigen werden abortiv und sind bisher als »Testazellen« beschrieben worden. 3. Die Kerne der Eier der Appendicularien so wie auch der abor- tiven der Ascidien entstehen als Knospen des Ooblastenkernes, des Karyoblasten. Sie bilden sich bei den Ascidien ohne Betheiligung- des Nucleolus als einfache Abschnürungen von Theilstücken der Mem- bran und des Reticulums des Karyoblasten. An der Oberfläche des Ooblasten vermehren sie sich bei Distaplia auf karyokinetischem Wege. 4. Später umgeben sich die Kernknospen oder Nucleogemmen mit einem Theil des Protoplasmas des Ooblasten, werden dadurch zu Zellen und schnüren sich schließlich vom letzteren ab. 5. Die Eier der Appendicularien erhalten bei ihrer Abschnürung- eine follikuläre Hülle, mit welcher der Ooblastencomplex dieser Thiere von Anfang an umgeben war. Bei den Ascidien erhalten die Abor- tiveier keine Hülle mehr, sondern verbleiben in dem Räume zwi- schen dem Ooblasten (Ei) und dem Follikelepithel. 6. Letzteres entsteht bei den x\scidien nach dem von van Be- neden & JuLiN angegebenen Modus, d. h. aus den nicht zu Oobla- sten gewordenen Zellen des Keimepithels. 7. Es besteht ein Grund, anzunehmen, dass die Reduction der vom Ooblasten gebildeten Eier noch weiter vor sich geht, als es bei den Ascidien der Fall ist. Die Nucleogemmen erhalten dann keine specifische Protoplasmahülle mehr, sondern lösen sich im Ooblasten auf. Die bei Wirbelthieren mehrfach beobachteten Knospenbildungen 174 M. V. Davidoff des Keimbläschens (Kaiyoblasten) sind wahrscheinlich hierher zu zählen. 8. In späteren Furchungsstadien ließ es sich nachweisen, dass manche Abortiveier der Distaplia von den großen Entoblastzellen gefressen werden, während andere, ohne an irgend einer Gewebs- bildung der Larve Theil zu nehmen, noch längere Zeit bestehen bleiben. 9. Nach dem Austritt der Abortiveier aus dem Ooblasten stellt derselbe ein wahres Ei dar, der Karyoblast ein Keimbläschen. 10. Das gesammte Protoplasma des Eies (Eidotter) zerfällt in Dotterkörper, derart, dass keine Zwischensubstanz erhalten bleibt. 11. Zu gleicher Zeit lösen sich Membran und Reticulum des Keimbläschens in dessen Karyoplasma auf und wandeln sich in einen plasmatischen, sich activ bewegenden, amöbenartigen Körper um, der sich allmählich im ganzen Ei netzartig ausbreitet, das Ergo- plasma (Polplasma, Böhm) . 12. Der Nucleolus, der sich bisher passiv verhalten hat, bildet sich durch eine innere histologische Differenzirung in einen »Polkern« mit Membran, Kernnetz und Nucleolus um. 13. Durch Action des Ergoplasmas wird der Polkern zur Peri- pherie des Eies geführt. Er verliert hierbei seine Membran und sein Netz — sein Chromatin verwandelt sich in chromatische Schlei- fen, welche beim Abschnüren des Eichtungskörpers eine chromatische Figur aus sich hervorgehen lassen. Er verhält sich also gerade so, wie es sonst nur vom Keimbläschen her bekannt ist. 14. Es wurde die Bildung eines Richtungskörpers beobachtet; dieselbe muss als eine Zellth eilung aufgefasst werden. 15. Für die BüTSCHLi'sche Hypothese, dass die Richtungskörper rudimentäre Eier sind, ist durch die Verhältnisse bei Distaplia in so fern eine Stütze erbracht worden, als gezeigt wurde, dass die Abortiveier derselben nach ihrer Theilung alle die gleiche Größe haben. 16. Der Furchungskern ist von einer größeren Menge Ergo- plasmas umgeben. In dem beobachteten Stadium besteht er aus einer großen Anzahl von gleichartigen «Meriten« (Böhm). 17. Das Ergoplasma ist, nachdem es entstanden und auch weiter- hin, in allen späteren Derivaten der Eizellen, mit dem Protoplasma im Sinne Kupffer's zu identificiren. Unters, zur Entwìcklungsgesch. der Distaplia iiiagnilarva Della Valle. 1 75 Nachschrift. Naclidem mein Manuscript bereits druckfertig geworden war, erschien die ausführliche Arbeit Böhm's «Über Reifung und Befruch- tung der Eier von Petromxjzon PIa7ierÌK (Arch. Mikr. Anat. 32. Bd. pag. 613 — 670). Ich betrachte diese Arbeit als einen werthvollen Beitrag zur Lehre von der Befruchtung bei den Wirbelthieren. Da Böhm in der ausführlichen Schrift in keinerlei wesentlichen Punkten von seiner in dieser Arbeit mehrfach citirten vorläufigen Mittheilung abweicht, so glaube ich an dieser Stelle auch nicht näher auf seine neuere Publikation eingehen zu müssen. Neapel, den 31. December 1888. Litteraturverzeichnis. Balbiani, E. G., Sur l'origine des cellules du follicule et du noyau vitellin de l'oeuf cliez les Géophiles. in: Z. Anzeiger 6. Jahrg. 1883. van Beneden, E., Recherches sur la maturation de l'oeuf et la fécondation. in: Arch. Biol. Tome 4. 1883. van Beneden, E., & Charles Julin, 1. 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Will, L., Oogenetische Studien. I. in: Zeit. Wiss. Z. 43. Bd. 1886 Erklärung der Abbildungen. Alle Zeichnungen, mit Ausnahme der Fig. 17, rühren voxx Distaplia magni- larva her und sind mit ZEiss'schen Linsen vermittelst einer Camera lucida ent- worfen. Die sich hierbei ergebende Vergrößerung ist in dieser Erklärung jeder Figur beigefügt. Da, wo keine besondere Angabe über die Conservationsme- thode steht, ist Sublimat-Eisessig angewendet worden. Die für alle Figuren gültigen Bezeichnungen sind folgende: Aov Abortiveier. Ng Nucleogemma (Kernknospe). Dk Dotterkörper. Nk Nucleolus des Polkernes. Eh Eihaut. Nl Nucleolus. Ep Ergoplasma. Ob Ooblast. Fl Follikelzellen. Ov Ei. Flk Kerne derselben. Pk Polkern. Kb Karyoblast. Rt Reticulum, Kernnetz. Mk Kernmembran. Vg Keimbläschen. Tafel 5. Fig. 1. Ein Ooblast (Ei der Autoren) vor der Entstehung der Nucleogemmen. Vergr. 600. - 2 — S. Ooblasten in auf einander folgenden Altersstufen , die Bildung und weiteres Verhalten der Nucleogemmen zeigend. Vergr. 600. 9. Ein Karyoblast mit vielen Nucleogemmen. Vergr. 600. - 10. Verschiedene Entwicklungsstufen der Nucleogemmen. Halbschema- tisch. Vergr. 600. - 11 — 13. Peripherie von drei anf einander folgenden Stadien älterer Oobla- sten, von welchen der, dem die Fig. 11 entnommen, etwas älter ist als der in Fig. 8 abgebildete. Die Follikelzellen sind weggelassen. Vergr. 980. - 14. Abortiveier nach ihrem Austritt aus dem Ooblasten. N Kern. Vergr. 980. - 1 5. Peripherie eines Ooblasten unmittelbar nach der Dotterbildung. Vergr. 600. - 16. Dieselbe von einem etwas älteren Ooblasten. Mittheilungen a. d. Zoolog. Station zn Neapel. Bd. 9. 12 178 M. V. Davidoff, Unters, z. Entwicklungsgesch. d. Distaplia magnilarva D. V. Fig. 17. Sclinitt eines halbreifen Ovariums von Fritillaria furcata Fol. (conser- virt in 100 com Eisessig + 10 Tropfen einer l%igen Überosmiumsäure- Lösung), Vergr. 265. - 18. Ein Keimbläschen mit den es umgebenden Dotterkörpern. Das Reti- culum desselben fängt an, sich aufzulösen. Die Membran Jais solche ist nicht mehr deutlich zu sehen. Vergr. 600. - 19. Ein Keimbläschen nach vollständiger Auflösung der Membran und des Reticulums. Das Ergoplasma fängt an, in den Dotter vorzudringen. Der Nucleolus, der eine längliche Form hatte (Fig. 21), ist quer ge- troffen. (Conservation in Pikrin-Eisessig.) Vergr. 600.1 Tafel 8. - 20. Ein Nucleolus mit zahlreichen durch seine Schrumpfung entstandenen Fortsätzen. Vergr. 600. - 21. Nucleolus, dessen Form eine eigenthümlich langgestreckte ist. Ver- größerung 600. - 22 — 26. Auf einander folgende Stadien der Umbildung des Nucleolus in einen Keimkern, wobei das Ergoplasma sich immer weiter ixnd weiter netzartig im Dotter ausbreitet, daher letzterer fortwährend näher zum Nucleolus rückt. Vergr. 600. - 27. Ein Nucleolus nach vollendeter Umbildung in einen Keimkern. Das Keimplasraa ist nur in Spuren um denselben vorhanden. Er findet sich von größeren Dotterkörpern unmittelbar umgeben. Vergr. 600. - 28. Peripherie und Polkern eines Eies aus der Bruttasche des Mutter- thieres. Vergr. 600. - 29. Der Polkern ist noch mehr peripher gerückt und zeigt nur noch einige Chromatinkörper. Seine übrigen Bestandtheile sind aufgelöst und umgeben die chromatischen Theile als eine dunklere, sich vom Ergoplasma noch scharf absetzende Substanz. Vergr. 600. - 30 und 31. Zwei auf einander folgende Schnitte. Fig. 30 zeigt einen Rich- tungskörper, Fig. 31 die Peripherie des Eies, in welcher der zurück- gebliebene Theil des Polkernes zu sehen ist. Vergr. 600. - 32. Peripherie eines Eies unmittelbar nach der Befruchtung. Sp Sperma- kern. T^Hi weiblicher Vorkern. Vergr. 600. - 33. Ei mit Furchungskern [Fk). Vergr. 72,5. - 34. Der Furchungskern desselben Eies und seine Umgebung. Vergr. 600. - 35. Peripherie desselben Eies. Vergr. 600. Note intorno alle specie mediterranee del genere Scopelus del Dott. Fed. Raffaele. Con la tavola 7. La distribuzione dei punti lucidi della pelle degli Seopeli è un buonissimo carattere sistematico al quale finora non si è dato l'im- portanza che esso merita. — Dopo esaminati molti esemplari delle nostre specie, mi sono convinto della utilità e della sicurezza di questo carattere per poterle senz' altro aiuto facilmente distinguere ; siccome non di tutte le specie e non sempre esattamente è stata indicata dagli autori la posizione di quegli organi peculiari, ho creduto buono di pubblicare alcune figure diagrammatiche che serviranno a colmare questa lacuna. — È da augurarsi che da ora innanzi si voglia sempre tener conto nelle descrizioni di un carattere cosi semplice ed impor- tante. — Voglio qui esprimere la mia gratitudine al professor Enrico H. GiGLioLi, che, molto cortesemente, mi ha permesso di studiare gli esemplari della ricca collezione di Scopelidi, che si trova nel bellissimo Museo dei Vertebrati a Firenze. Prima di parlare delle singole specie devo premettere alcune parole per giustificare il modo col quale le ho ordinate, giacché non mi pare che l'ordinamento adottato dal Günther nel suo catalogo risponda in tutto alle affinità naturali. Il Günther divide il genere Scopelus in due gruppi; il primo comprende gli Seopeli che hanno raggi anali più numerosi dei dor- 12* 180 Fed. Raflfaele sali, il secondo quelli a raggi dorsali più numerosi. Nel primo sono noverati: iS. JRissoi, Benoiti, Humholdtii^ caninianus^ metopoclampus, Raßnesquii^ mader ensis, Coccoi^ Bonapartii\ nel secondo: S. Gemel- larla resplendens e caudispinosus . Ora, S. metopoclampus^ Rafinesquiij maderensis e Bonapartii stanno proprio a disagio nel primo gruppo; in essi la differenza tra il numero dei raggi dorsali e quello degli anali è zero, o, eccezionalmente, 1 ; dunque queste specie insieme allo S. Gemellari in cui la differenza è 2, dovrebbero formare un gruppo del genere in cui il numero dei raggi dorsali è eguale o poco diverso da quello degli anali. Se si tien conto della forma del corpo e di altri caratteri, si troverà pienamente giustificato questo modo di vedere, e i tre gruppi o sottogeneri corrisponderanno presso a poco ai tre generi adottati da Bonaparte: Scopelus^ Myctophnm^ e Lampanyctus. Il 1° gruppo [Scopelus] comprenderebbe gli ^S'. con raggi dorsali meno numerosi degli anali, con corpo fusiforme, con apertura boccale non molto ampia, che non oltrepassa di molto la verticale condotta dal margine anteriore dell' orbita; con margine posteriore del preopercolo verticale o quasi [S. Bissoi, Coccoi, Benoiti, caìiitiianus , Humholdtii] . 11 2° {Myctophum), quelli con raggi dorsali in numero eguale o poco diverso da quello degli anali, con corpo claviforme, con apertura "boccale mediocre, con margine posteriore del preopercolo poco obliquo e (per lo più) con apparato luminoso frontale (*S'. Rqfinesquìi, meto- poclampus, Gemellari) . Il ^^ [Lampanyctus] , quelli con numero di raggi dorsali maggiore di quello degli anali, con corpo molto allungato, a margine dorsale quasi parallelo al venti*ale; con apertura boccale ampia, di molto eccedente la verticale condotta dal margine posteriore dell' orbita; con margine posteriore del preopercolo molto obliquo (che fa, cioè, un angolo molto acuto col mascellare) [S. maderensis, crocodUus, elong atus). Questi tre gruppi servono soltanto a rendere più comoda la clas- sificazione delle specie, ma non mi pare opportuno di attribuire ad essi valore generico. Quanto al nome del genere, il Collett vorrebbe adottare quello di MyctopJmm di Rafinesque, come più antico di Scopehis dato da Cuvier ; ma siccome in seguito il nome di Rafinesque è stato adoperato da Bonaparte e da altri ad indicare alcune specie che poi sono state ricondotte nel genere Scopelus, e questo nome sembra consacrato dall' abitudine, né può generare alcuna confusione. = Nyctophus di Cocco. Note intorno alle specie mediterranee del genere Scopelus. ]81 è forse meglio conservare il nome di Scopelus anche facendo un piccolo strappo alla legge di priorità ^ I punti lucidi, come si trovano in tutte le specie del genere finora conosciute, si possono utilmente indicare dalla sede che otjcu- pauo, chiamando: 1° Preorbitali, quelli che sono innanzi agli occhi, 2° Preopercolari, - - - sul preopercolo o dietro di esso, 3° Branchiali.. _ - - dietro l'apertura branchiale, 4° Laterali. _ _ _ sui fianchi, 5° Ventrali _ _ _ gvil ventre, dall' istmo all' ano, 6° Anali _ _ _ lungo la base della pinna anale, 7° Post-anali _ _ _ dietro e in continuazione dei precedenti, 8° Codali _ _ _ sulla radice della coda. Gli organi ventrali variano poco nella posizione, né se ne ter- rebbe perciò utilmente conto come carattere specifico; lo stesso si dica dei punti lucidi mascellari, mandibolari, branchiostegali che si tro- vano quasi sempre. Scopelus Rissoi, Cocco (tav. 7 fig. 1). Vi sono piccole differenze tra il disegno di Leydig ed il mio : il punto anteriore all' orbita è piccolo e poco visibile, non essendo quasi punto cinto di nero; il punto preopercolare inferiore è pure molto piccolo ; la serie anale è separata da uno spazio maggiore del diametro di un punto ventrale, dalla serie ventrale, e dai due organi alla base della coda; i tre punti laterali posteriori sono dis- posti a triangolo ottuso. Ho esaminato di questa specie più di 20 esemplari provenienti da Messina. Scopelus Benoiti, Cocco (fig. 2). Cocco dà una descrizione piuttosto lunga della distribuzione dei punti lucidi, descrizione che Leydig riporta, senza notare un errore nel quale evidentemente è incorso Cocco dove dice : »da questo punto [origine dell' anale] se ne contano in dietro dieci più piccoli, più ravvicinati, e dopo questi due più piccoli risalgono obliquamente in alto : dietro i detti sei punti v'è un piccolo intervallo e dopo di esso 1 Per la sinonimia delle specie, quando non vi è altra indicazione, s'intende ritenuta quella del Gükther. 182 Fed. Rafifaele altri sei più piccoli ; quindi un altro piccolo intervallo dietro del quale ve n' ha altri due della stessa grandezza. (f Se invece di dieci al principio del periodo, si legge sei, la descrizione corrisponde ai fatti. — Leydig ha osservato soltanto 3 esemplari, e il disegno che egli dà non è perfettamente simile al mio: io ho trovato la dispo- sizione che ho figurata, in più di 30 esemplari di Nizza, d'Ischia, di Napoli e di Messina; la sola variazione che ho notata è quella del numero dei punti codali ed anali che sembrano più costantemente essere 6 e 6, ma possono anche essere, 5 e 6, 6 e 7, 5 e 7, G e 5, 7 e 7, e 8 e 5. Scopelus Htimholdtii, Risso (fig. 3). Leydig parla di 2 piccoli punti lucidi, uno innanzi, l'altro dietro l'occhio, e di altri 2 sul preopercolo che non sono segnati nella mia figura, perchè non li ho mai veduti; degli organi laterali egli dà una enumerazione incompleta. Io ho osservato 8 esemplari di Nizza e di Genova: la serie anale e la codale sono ordinariamente di 8 e 8, raramente di 7 e 8. Scopelus caninianus, Cuv. e Val. (fig. 4). Le descrizioni di questa specie e della precedente, date da Günther nel suo catalogo, lasciano assai difficilmente vedere quale carattere valga a distinguerle nettamente. È vero che lo S. Humholdtii ■ raggiunge dimensioni notevolmente maggiori, ma questa diiferenza giova soltanto quando si hanno individui a completo sviluppo. Un carattere molto sicuro è la distanza tra il margine posteriore dell' orbita e il margine posteriore del preopercolo, la quale nello S. cani- niamis è circa Vs del diametro oculare e non Vìi come dice Günther, e nello Humholdtii è più della metà. — La distribuzione dei punti lucidi giova anche molto a distinguere facilmente le due specie, e sebbene in questo carattere, come negli altri, vi sia tra esse molta somiglianza, pure, come si vede nella figura, i punti laterali sono diversa- mente aggruppati e basterebbero da soli a far conoscere la specie. Di questa specie Leydig non parla : la figura datane da Bonaparte [Myctophum punctatum) è piuttosto buona, ma non per la disposizione dei punti lucidi. Scopelus Coccoi, Cocco (fig. 5). La disposizione dei punti lucidi è descritta sommariamente da tutti gli autori, che si sono occupati della specie. — Se vi sia un Note intorno alle specie mediterranee del genere Scopelus. 183 apparecchio lucido frontale è dubbio; dove si aprono le fosse nasali vi è un cercine largo, che spicca per il suo colore bianco gialliccio negli esemplari conservati nelV alcool; ma soltanto l'esame della struttura può far decidere di qual natura esso sia. Il punto lucido anteriore all' occhio è piccolo e spesso difficilmente visibile; sono molto caratteristici i 4 punti laterali disposti ad arco di cerchio e la numerosa serie post-anale la quale può contare da 10 a 15 punti; la serie anale ne conta 6 — 7. Talvolta, e più negli individui giovani, le due serie sono pochissimo separate, tanto da formarne quasi una sola, e cosi infatti è stato rappresentato da Richardson nella sua figura, che per altro è abbastanza fedele. Che cosa abbia voluto in- tendere Cocco con quei j)cinque [punti] argentini al disotto della cedale«, non so capire. Scopelus metopoclampus. Cocco (fig. 6). Ho osservato 6 esemplari di Messina. I punti lucidi sono pic- coli, poco accentuati, e a causa del colore molto oscuro degli indi- vidui esaminati, non ho potuto stabilirne con sicurezza la disposizione; può darsi che alcuni punti mi sieno sfuggiti; perciò la figura deve accettarsi con una certa riserva. D'altronde questa specie, per la grossezza del capo e per l'apparato luminoso frontale sviluppatissimo, non può essere confusa con nessun' altra. Scopelus Rafinesquii, Cocco (fig. 7). La figura del Leydig differisce alquanto dalla mia ; invece di 2 punti lucidi dietro il margine del preopercolo io ne ho sempre ve- duto uno solo. Sono molto caratteristici i gruppi di punti anali, post- anali e codali; raramente i punti della serie post-anale sono 5 o leggermente spostati. Di questa specie ho osservato una dozzina di esemplari di Messina e uno di Nizza. Scopelus Gemellavi^ Cocco (= Se. uraeoclampus^ Facciola) (fig. 8). Erroneamente dice il Cocco essere in questa specie la dispo- sizione dei punti lucidi la stessa che nella precedente. Vi è certo molta somiglianza tra le due specie, ma è facile vedere che sono caratteristici dello S. Gemellavi principalmente i 3 punti a triangolo isoscele, che stanno sopra l'intervallo tra la serie anale e la post- anale, e la disposizione dei 4 punti codali, di cui l'ultimo, invece che sulla radice della coda, sta proprio al principio della pinna codale. 184 Fed. Raflfaele La descrizione data da Facciola si addice perfettamente a tutti gli esemplari che ho osservati; io non ho veduto il punto situato dietro il margine preopercolare, ma è probabile che esista d'ordinario, giacché il Facciola lo ha trovato in molti individui ; d'altronde esso non ha molta importanza. Che lo *S'. uraeoclampus (e non già uracoclampus come per sbaglio è stato stampato) descritto dal Facciola sia identico al Gemellari di Cocco, mi è stato provato dal confronto di esemplari delle due specie veduti al Museo di Firenze; e il signor Facciola medesimo, che molto gentilmente mi ha inviato un esemplare tipico della sua specie, mi ha, in una lettera, espresso la quasi convinzione di questa identità. Scopelus maderensù, Löwe (fig. 9) . Leydig dà una descrizione incompleta della disposizione degli organi lucidi; la differenza notata da lui nel numero degli organi della serie anale, 6 a destra, 1 a sinistra, è un fatto puramente accidentale, al quale non si deve dare altro valore se non quello di una ano- malia individuale. Se già non bastasse la spina sopraorbitale ad individualizzare questa specie, la disposizione dei punti lucidi ser- virebbe da sola mirabilmente allo scopo. Gli organi sono piuttosto piccoli e poco cinti di nero. È noto che Facciola descrisse questa specie come nuova sotto il nome di *S'. Dodeìieinn, e che il Doderlein dimostrò poco tempo dopo che essa era identica al maderensis Löwe. Scopelus crocodilus^ Risso (= Se. Bonaparti., Gther ex Cocco) (fig. 10). Nella descrizione di Cocco la posizione dei punti lucidi è esat- tamente indicata; sono omessi soltanto i preopercolari, gli opercolari e quello situato sulla linea laterale, alla radice della coda. Ho osservato molti esemplari di Nizza, di Genova e di Messina della lunghezza dai 6 — 7 fino ai 30 cm e più. In alcuni ho trovato mancante il punto preopercolare superiore; i punti laterali sono costantissimi in numero e disposizione; variabili gli anali (7 — 8) e i post-anali (10 — 12). E questa la sola specie in cui la serie post- anale si spinga fino alla radice della coda. Scopehcs elongatus., Costa {== Se. resplendens, Richardson) (fig. 11). E stato già espresso il parere che lo S. resplendens Richardson ed il caudispmosus Johnson fossero identici a questa specie descritta dal Costa. Note intorno alle specie mediterranee del genere Scopelua. 185 La difficoltà della identificazione stava principalmente in ciò, che tanto nella figura, quanto nella descrizione date dal Costa, non e fatto cenno delle spinette libere sojn-a e sotto la radice della coda. — Lo «S*. caudispinosus^ Johns. si dovrebbe, a mio parere, lasciare sem- plicemente da parte, essendo la descrizione originale stata fatta su di un unico esemplare molto sciupato. D'altronde, la differenza di questo con il resplendens starebbe principalmente, secondo Günther, neir assenza, in quest' ultimo, delle spinette codali, mentre nella descrizione del Richardson esse sono chiaramente notate! Dopo le osservazioni di Steindachner, di Collett, di Vinci- guerra, io non posso avere più alcuno dubbio sulla identità del re- splendens con Ye1ongatus\ e sebbene l'esemplare tipico di questo non esista più, e la figura di Costa sia inesatta, pure essa basta al confronto. La migliore delle figure di questa specie è quella data dal Collett ; essa corrisponde perfettamente per la disposizione dei punti lucidi con quello che ho veduto su molti esemplari. — La differenza, che esiste a questo riguardo con la figura di Costa, sta nei punti lucidi lungo la base della dorsale e nel numero dei punti laterali sopra- codali che sono 3 nella figura di Costa. Quanto ai punti alla base delle codale che non sono notati nella descrizione di Costa, essi sono del tutto immaginari, come ha fatto notare Vinciguerra; e sono forse stati disegnati nella falsa idea che la serie di macchie chiare, che il Richardson indica nella descrizione e nella figura e che io ho ritrovate su vari esemplari, rappresentassero il posto di punti lucidi caduti. Per la seconda differenza basta notare che il Collett, ripor- tando una correzione di Storm fatta alla descrizione da lui data del resplendens^ dice che il gruppo di punti sopracodale può talvolta essere di 3. Caratteristici della specie sono sopratutto l'organo lucido situato dietro il margine del preopercolo, più grande degli altri e di forma allungata, e la coppia di punti posteriori del gruppo laterale, sotto la linea laterale. 186 Fed. Raffaele, Note intorno alle specie mediterranee del genere Scopelus. Spiegazione della tavola 7. Fig. 1. Scope lus Rissoi. Fig. 7. Scopelus Rafinesquii. 2. - Benoiti. 8. - Gemellari. 3. - Huinholdtii. 9. - maderensis 4. - caninianus. - 10. - crocodilus. 5. - Coccoi. - 11. - elongatus. 6. - metopoclampus. an ano. a punti lucidi anali. pa - - post-anali. e - - codali. I punti tratteggiati sono i laterali. Die Antìpathiden des Grolfes von Neapel. Vorläufige Mittheiluug G. V. Koch. in Darmstadt. Mit 10 Abbildungen im Text. Die scharf begrenzte Gruppe der Antipathideu ist im Golfe von Neapel durch 5 Arten vertreten, welche sämmtlich der Gattung Anti- pathes Pali., deren weitere Zersplitterung mir unnöthig erscheint, angehören. Die einzelnen Arten lassen sich verhältnismäßig leicht von einander unterscheiden, wie sich aus den folgenden Beschrei- bungen und Abbildungen ergeben wird; in allen wichtigeren mor- phologischen und physiologischen Eigenschaften stimmen sie aber in hohem Grade mit einander überein. Diese Übereinstimmung veran- lasst mich dazu, den Einzelbeschreibungen eine kurze allgemeinere Darstellung des Baues der von mir untersuchten Arten vorauszu- schicken, ohne dabei auf das histologische Detail, die Beziehungen zu Formen von anderen Fundorten und die Litteratur näher einzugehen. Alles dieses hoffe ich später in einer eigenen Monographie, welche auch die nothwendigen Abbildungen bringen soll, ausführlicher zu behandeln. — Es scheint mir hier der geeignete Platz zu sein, im Interesse der Vollständigkeit jener Arbeit an alle Zoologen und die Vorstände von Zoologischen Museen die Bitte um Überlassung von Alkoholmaterial oder von sicher bestimmten Skeletten zu richten. Von ersteren würden eventuell Zweigstücke mit nur einer kleinen Zahl von Polypen schon sehr nützlich sein und auch von letzteren ge- nügen Fragmente. Die Arten der Gattung Antipathes bilden immer Colonien, oft von großer Ausdehnung. Die Weichtheile sind aus Einzelpolypen Mittheilungen a. d. Zoolog. Station zu Neapel. Bd. 9. 13 ISS G- V. Koch zusammengesetzt, welche durch kurze Zwischenstücke, die man als Cönosark zusammenfassen kann, mit einander verbunden werden. Das Skelet ist hornig-, baumartig und entsteht als Ausscheidung eines eigenen »Achsenepithels«, das sich wahrscheinlich auf das Basal- ectoderm des ursprünglich einer fremden Unterlage aufsitzenden ersten Polypen zurückführen lässt (vgl. G. v, Koch, Phylogenie der Anti- patharia. in: MorjA. Jahrb. 4. Bd. 1877. pag. 74 und eine röhren- förmige Höhlung im Cönosark, die das ganze Skelet umhüllt, aus- kleidet. Die Polypen sind von verschiedener, nie aber von bedeutender Größe, ihre Leibeswand geht ohne bestimmte Grenze in das Cöno- sark über. Die Tentakel, immer in der gleichen Anzahl von 6 vor- handen, stehen in einem Kreis oder in einer Ellipse um die Mund- öfifnung und haben eine einfach konische Form. Ein einziges Mal fand ich einen mit 2 Spitzen. Die Mundscheibe, nicht scharf gegen die übrige Leibes wand abgesetzt, besitzt in der Mitte eine conische oder subcylindrische Hervorragung, welche die Mundöfifnung trägt. Letztere ist spaltförmig oder elliptisch und steht quer zu der Längs- achse des Zweiges, dem der betreffende Polyp angehört. Von der Mundöfifnung führt das ziemlich kurze Schluudrohr nach dem Innen- raum des Polypen. Es ist cylindrisch, häufig aber auch in der Eichtung der Mundspalte etwas aus einander gezogen, so dass sein Querschnitt eine Ellipse darstellt, und endigt nach innen mit einem freien Rand. Der Innenraum, »Darmhöhle« der Polypen, wird durch Scheidewände, »Parietes«, welche von der Leibeswand an das Schlund- rohr gehen, mehr oder weniger vollständig in eine Anzahl von Kammern getheilt. Die Scheidewände sind sehr verschieden ent- wickelt. Immer sind diejenigen beiden am meisten ausgedehnt, deren Ebene durch die Skeletachse geht, also senkrecht zur Richtung der Mundspalte steht. Sie tragen echte Filamente und in ihnen entwickeln sich die Fortpflanzungsorgane. Auf diese großen Scheide- wände folgen 4 kleinere, zum Unterschied von den anzuführenden noch kleineren als mittlere bezeichnet, die zu je 2 symmetrisch auf den 2 Seiten der beiden großen vertheilt sind, so dass sie mit letzteren zusammen so angeordnet sind, dass zwischen je 2 Scheidewände ein Tentakel zu stehen kommt. An diesen mittleren Parietes scheinen sich nie Geschlechtsorgane zu bilden, auch Filamente fehlen in dei Regel ganz, nur bei einigen Exemplaren von Antipatlies gracilis. fanden sich an ihnen Epithelverdickungen des Randes, welche als Rudimente von Filamenten gedeutet werden können. Ähnliches. Die Antipathiden des Golfes von Neapel. 189 weim auch nur an einzelnen dieser Scheidewände und noch weniger ausgedehnt, zeigte sich bei A. glaberrèìia. Neben dieseh 6 schon lange bekannten Parietes giebt es bei allen hier zu besprechenden Arten noch 4 ganz kleine, der Filamente und Geschlechtsorgane voll- ständig entbehrende (Phylogenie d. Antipath. a. a. 0.). Diese sind trotz ihrer Kleinheit immer sicher auf Querschnitten durch den Mundkegel zu sehen, und zwar steht von ihnen je eine in dem Raum zwischen einer großen Paries und einer mittleren. Bei einer ©.-r-s© Fig. 1. 5 Schnitte aus einer Serie ein wenig schräg zur Hauptachse eines Polypen von A. gracilis: 1. durch den Mundkegel, alle 10 Pa- rietes deutlich: 2. etwas tiefer, Tentakel münden in Polypenhöhlnng von 2 kleinen Scheidewänden, nur noch Ansatz am Schlundrohr zu sehen; 3. diese ganz verschwunden : 4. 2. Paar kleine Parietes ausgefallen; 5. Schlundrohr zu Ende, an den 4 mittleren Parietes Rudimente von Fila- menten X. — 5 Schlund, r Tentakel, ff Geschlechts- organe, F Filamente. — Schematisirt. O o Fig. 2. 4 Schnitte aus einer Serie nahezu senk- recht zur Hauptachse eines Polypen von Anii- pathes (jlaherriina: 1. etwas üher dem Schlund- ende am Ursprung der 2 seitlichen Tentakel ; S. etwas näher dem Mund, die 10 normalen Pa- rietes deutlich; 3. noch etwas höher, 12 Parietes, y die »überzähligen« : 4. durch den Muudkegel, die 12 Parietes ziemlich gleichmäßig angeordnet. — S Schlund, T Tentakel, Geschlechtsorgan. — Schematisirt. Anzahl von Polypen von Antipathes glaherrirna konnte ich neben den eben beschriebenen Scheidewänden noch zwei weitere nach- weisen, die zwischen je einer großen und einer kleinen stehen, aber merkwürdigerweise an allen von mir in Querschnitte zerlegten Exemplaren nur auf eine Seite beschränkt sind (vgl. Fig. 2). Wenn sie symmetrisch aufträten, was bei einzelnen Polypen als sehr wahr- scheinlich vorausgesetzt werden kann, so würde die Gesammtzahl der Parietes bei A. glaherrirna auf 14 steigen. — Die, Geschlechts- producte liegen ähnlich wie bei Cereanthus und Actinien unter dem Epithel und sind von einer Fortsetzung der Stützlamelle überzogen, oder wenn man will, in diese eingebettet. Das Cönosark ist von den Polypen, besonders an den dünnen Zweigen nur schwer abzugrenzen. Es bildet dort kurze Verbindungs- röhren, in denen sich ein zweites, durch die Polypenhöhlen sich fortsetzendes Rohr (vgl. Fig. 3), welches durch eine Leiste mit der Außenwand verbunden ist, befindet. Dieses innere Rohr ist vom Achsenepithel ix] ausgekleidet und umgiebt das ebenfalls röhren- förmige Skelet. An den dickeren Asten und am Stamm erscheint 13* 190 G. V. Koch Fig. 3. /. Sclinitt eines Polypen durch die Hauptaclise senkrecht zur Längsrichtung des Zweiges ; //. Schnitt nahe am Ende eines Polypen ; 111. Schnitt durch das Cönosark. — Ò' Schlund, T Ten- takel, 6 Geschlechtsorgan, F Fi- lament , iJEctoderm, i^/ Stütz- membran, n Entoderm, X Achsen- epithel, A Achse. das Cönosark etwas selbständiger, weil hier die Polypen entweder weiter aus einander stehen oder auf langen Strecken ganz fehlen. Es bildet hier einen gleichmäßig dünnen, natürlich aber doppelten Überzug um die dicke Achse. Zu einer ähnlichen Trennung des Darm-Leibesraumes in gesonderte Canale, wie bei den Gorgoni- den, kommt es hier niemals. Der histologische Aufbau der Weichtheile ist, wenn man vom Detail ab- sieht, sehr einfach. Das Gerüst und damit die ganze Form von Polypen und Cönosark wird dargestellt durch eine in ihrer Dicke nicht sehr verschiedene vStützlamelle (Meso- derm . Diese wird auf der Außenseite vom Ectoderm überzogen, einem Cylinderepithel, in dem sich leicht Nessel-, Drüsen- und Wimperzellen unterscheiden lassen. Erstere sind am deutlichsten an den Tentakeln zu Gruppen vereinigt und diese erscheinen am lebenden oder gut conservirten Thier als weiße, undurchsichtige Punkte. Die innere Fläche der Polypen und des Cönosarks ist vom Entoderm ausgekleidet, welches ebenfalls aus Cylinderzellen zu- sammengesetzt ist und Wimpern trägt. Nur an den Filamenten er- scheint es etwas verändert. Die Geschlechtsproducte gehen aller Wahrscheinlichkeit nach aus Entodermzellen hervor und bieten nichts von dem bei anderen Korallen Beobachteten Abweichendes. Jede Colonie scheint nur eine Art von Geschlechtsproducten hervorzu- bringen, für die Einzelpolypen ist dies sicher der Fall, da ich unter mehr als 100 geschnittenen nicht einen fand, der neben Hoden auch Eier oder umgekehrt enthalten hätte. Das Achsenepithel, dessen Lage schon oben geschildert wurde, besteht aus cubischen oder Cy- linderzellen, welche bei conservirten Exemplaren meist vom Skelet losgelöst sind. Das Skelet der Antipathiden bestimmt die Gestalt der Büsche, da die Weichtheile nur einen verhältnismäßig dünnen Überzug des- selben darstellen. Es besteht aus einer im Vergleiche zu den nicht ganz unähnlichen Gorgonidenskeletten wenig ausgebreiteten, aber sehr fest mit der Unterlage verwachsenen Fußplatte, die dort, wo ihre Form nicht durch die Gestalt der Ansatzfläche bedingt ist, sich in der Regel halbkugelig abrundet. Von der Fußplatte entspringt Die Autipathideu des Golfes von Neapel. 191 (1er Stamm von meist beträchtlicher Dicke (bei A. glaherrima, larix und wohl auch acnea fast 1 cm Durchmesser erreichend). Er ver- ästelt sich je nach der Art bald nach und nach, so dass die Äste immer dünner werden imd durch fortwährende Theilungen schließlich in Zweige übergehen [A. cjlaberrima etc.), bald theilt er sich nahe am Boden in eine Anzahl ziemlich gleicher Äste, die eine bedeutende Länge erreichen und direct dünne Zweige tragen [A. larix). Die Zweige stehen auf den Ästen entweder in einer bestimmten, oft sehr genau eingehaltenen Anordnung und sind sich dann an Länge nnd Dicke nahezu gleich {A. larix und suhpinnata], oder sie sind un- regelmäßig auf den Ästen vertheilt, und dann ist es oft schwer, sie von letzteren zu unterscheiden. Bei allen Formen nimmt die Dicke der Äste und Zweige ziemlich gleichmäßig nach den freien Enden hin ab. Die Dicke der letzteren ist in der Kegel nicht sehr ver- schieden, nur bei A. aenea ist sie auffallend grüßer. Sowohl die Äste als auch die Zweige sind von einem Achsencanal durchbohrt, dessen Durchmesser für jede Art ziemlich Constant ist und am Dickenwachsthum des Skelettes nicht theilnimmt. Wie bei den Gor- gonien geht nur ein Achsencanal, der primäre, von der Fußplatte durch den Stamm bis zu dessen Ende, jeder Ast oder Zweig hat einen selbständigen Achsencanal, welcher gegen den zunächst älteren hin durch einige oder viele Hornlamellen abgeschlossen ist. Es giebt also hier keine rein dichotomischen Theilungen der Achse. Dadurch ist nicht ausgeschlossen, dass manchmal eine Abzweigung dicker sein kann als der ältere Ast, was auf einer schnelleren Ablagerung von Skeletsubstanz bei jener beruht. Solche Fälle habe ich häufig bei A. glaherrima beobachtet. — Die Oberfläche des Skelettes ist bei allen Antipathes mit spitzen Dornen bedeckt, welche ursprünglich immer in Reihen angeordnet, und sowohl nach ihrer Größe und Gestalt, wie nach ihrer Entfernung von einander bei den einzelnen Arten sehr charakteristisch sind (vgl. deren Abbildungen bei den Artbeschreibungen I . Ihr Verhalten an den Ästen und den Zweigen ist für verschiedene Arten nicht ganz gleich. So behalten sie z. B. bei A. aenea ihre Länge und Gestalt bei und auch die Anzahl der Reihen wird nicht viel größer an den Ästen und dem Stamm als an den Zweigen. Ähnlich ist es bei A. subpvmiata ., jedoch werden hier die Dornen an den Ästen ein wenig länger als an den Zweigen und die Anzahl der Reihen wird sehr zahlreich. Dagegen werden bei A. glaherrima die Dornen au den Ästen immer kleiner und seltener und verschwin- den an den dickeren fast ganz, so dass diese nnd der Stamm ganz 192 Ct. V. Koch glatt und glänzend aussehen. — Die Substanz des Skelettes ist sehr fest, hornartig und erseheint aus sehr dünnen, abwechselnd schärfer hervortretenden conceutrischeu Lamellen zusammengesetzt, die wohl der Ausdruck einer in ihrer Intensität wechselnden Ausscheidung des Achseuepithels sind. Ganz dünne Schichten sind fast farblos, dickere gelblich, und mit weiter zunehmender Dicke geht die Farbe in Hellbraun, Rothbraun und Schwarz über. Die Dichtigkeit der Skeletsubstanz ist nicht bei allen Arten gleich; avo sie am größten ist, sieht die Achse glänzend schwarz aus, dünnere Aste lebhaft braunroth durchscheinend, wo aber mehr poröse mit dichteren Schichten ab- wechseln, wie bei A. aenea, tritt beim Trocknen Luft in die Poren und die Achse bekommt eine Farbe, welche an die von lackirtem Messing erinnert. — Bei der Untersuchung der Achsen auf Dünn- schliffen erkennt man, Avie auch die Dor- nen durch Ablagerung neuer Schichten wachsen, und kann leicht nachweisen, dass diese immer bis zum Achsencanal gehen (vgl. Kölliker, Icones Histiologicae, der das Gegentheil angiebt). Eine Ver- mehrung tritt nur in Folge einer Gabe- lung (s. ebenda) ein (echte Dichotomie), welcher Process sich öfter wiederholen kann (vgl. Fig. 4). An starken Ästen oder Stammstücken, besonders leicht an solchen von A. larix, kann man die ba- salen Enden älterer Astchen noch deutlich in der sehr verdickten Skeletsubstanz er- kennen und auch sehen, wie die mit eingeschlossenen Dornen in einem weiten Bogen w^achsend bis zur Oberfläche des verdickten Skelettheils gelangt sind. — Secundäi-e Verschmelzungen von Skelettheilen kommen bei den Mittelmeerformen verhältnismäßig nur selten vor, doch habe ich solche bei den meisten Arten beobachtet. Biologisches. Über Ernährung, Empfindung, Bewegung und geschlechtliche Fortpflanzung der Antipathiden fehlen fast alle Be- obachtungen, da diese wegen der Schwierigkeit, die Antipathiden längere Zeit in Aquarien am Leben zu erhalten, ganz vom Zufall Fig. 4. Querscliliff eines dicken Astes von Antipatlies glaberrima. Von den Lamellen sind nur die am stärksten hervortretenden ange- deutet. Vom Achsencanal A' ent- springen 3 Dornen (ein vierter ist nicht mitgezeichnet), von denen der eine sich erst in 2, dann in 4 gabelt. (Camerazeichnung. ) Die Antipathiden des Golfes von Neapel. 193 abhängen. Als einzige Thatsache, welche zur Art der Ernährung in Beziehung steht, kann die schon von Lacaze Duthiers be- schriebene und auch von mir beobachtete Bewimperung des Ectoderms und Entoderms gelten. An der Außenseite geht die Richtung der durch die Bewegung der Wimpern hervorgerufenen Strömung nach der Mundöfinung hin. Die Strömungen in den Polypenhöhlungen scheinen unregelmäßiger und zum Theil wechselnd; häufig kann man beobachten, dass sie sich über mehrere neben einander liegende Polypen erstrecken. Beweguugserscheinuugen habe ich kaum wahr- genommen, obgleich mir Stücke mit sehr contrahirten und solche mit ziemlich ausgedehnten Exemplaren vorgekommen sind. Sie starben meist ab, ehe deutliche Gestaltveränderungen nachzuweisen waren. Man vergleiche hier die Angabe über Polypen mit sehr langen Ten- takeln in der Beschreibung von A. larix (unten pag. 202). Die Ge- schlechtsproducte sind bis zu ihrer Eeife bekannt, aber wieder über die Befruchtung, noch über ihre Weiterentwicklung habe ich etwas in Erfahrung gebracht, selbst jüngere, noch unverzweigte Colonien scheinen noch nicht aufgefunden worden zu sein. — Ge- naueres lässt sich über die ungeschlechtliche Vermehrung und damit über das Wachsthum der Colonien angeben. Zwar sind darüber aus dem oben angeführten Grund directe Beobachtungen fast aus- geschlossen, aber es lässt sich hier durch vergleichende Unter- suchung das Wichtigste ermitteln. Es kommen nämlich bei allen von mir beobachteten Arten ziemlich häutig Äste und Zweige vor, an denen zwischen Polypen von normaler Größe und häufig mit diesen regelmäßig abwechselnd kleinere und, wie eine eingehende Betrach- tung ergiebt, jüngere Polypen stehen (Fig. 5). Verfolgt man diese durch alle Entwicklungs- stufen, so erkennt man, dass ihre , „.. , . Fig. 5. Zweigspitze von Antipathes aenea, durch- erSten Anlange röhrenartige Ver- scheinend gezeichnet. Es sind 2 ausgewachsene Polypen und 2 aus diesen hervorgegangene Knospen längerungen der größeren Poly- ^^ sehen, von denen Ji schon großer, Jo noch ^ "^ sehr klein ist. Zwischen den Polypen und den pen nach der Basis des be- zugehörigen Knospen hahen sich noch keine '- ^ Wände gebildet, dagegen sieht man solche ( W) treffenden Zweiges hin sind, ^^^ Bezirke der Polypen + Knospe von einander '-' ' trennen. dass dieselben sich dann er- weitern, erst 2, dann 4 und zuletzt 6 Tentakel hervorstülpen, während dieser Zeit die großen Scheidewände und das Schlundrohr anlegen und schließlich nach ihrer ganzen Einrichtung zu normalen Polypen werden. Erst wenn sie auch letztere an Größe erreichen und oft, 194 G. V. Koch nachdem sie sclion selbst wieder einen jungen Polypen aus sich haben hervorgehen lassen, bilden sich zwischen ihnen und den Mutterpolypen die oben beschriebenen Wände [W). Es ist klar, dass bei dieser Art der Vermehrung, die als Stolonenknospung (vgl. G. V. Koch: Ungeschlechtliche Vermehrung einiger palaeozoischer Corallen. in: Paläontographica 29. Bd. 1883 pag. 235) zu bezeichnen ist, die Mutterpolypen sich immer weiter von der Basis der Zweige entfernen müssen i. (Vergleiche darüber: G. v. Koch, Untersuchung- über das Wachsthum von Antipathes. in : Festschrift der technischen Hochschule zu Darmstadt 1886, pag. 7, Taf. 3.) Das Vorkommen der Antipathiden scheint auf größere Tiefen, selten weniger als 100 m, beschränkt zu sein. Die in die Zoologische Station gelangenden Exemplare werden zufällig von den Palangresari an Angelschnüren hängend gefunden und müssen sehr vorsichtig behandelt werden, wenn sie lebend ankommen sollen. Beschreibung der Arten. Antipathes glaherrima Esper 2. Ich stelle diese, als schwarze Koralle bekannte Art voran, weil sie mir hinsichtlich des Baues der Polypen als die am wenigsten rückgebildete erscheint und von den anzuführenden Arten wohl der Ausgangsform der ganzen Gruppe am nächsten steht. Die Größe und der Habitus ganzer, unbeschädigter Kolonien ist mir nicht aus Anschauung bekannt, da ich nur einmal einen Stamm mit Ansatz- platte, dem aber alle Aste abgebrochen waren, zu sehen bekam und sonst nur Aste von verschiedener Länge und Dicke. Frisch und in Alkohol conservirt standen mir nur dünne Aste und Zweige zu Ge- bote. Die Verzweigung der Äste ist außerordentlich reich und die letzten Zweige sind sehr zart und im frischen Zustand sehr biegsam. So lange sie feucht sind, ist ihre Farbe orange und wohl wegen der Dichtigkeit ihrer Substanz sind sie unter allen Antipathiden am meisten durchscheinend. Die Länge der Endzweige ist sehr ver- schieden, aber nicht gerade sehr bedeutend, ihre Dicke beträgt in der Nähe der Spitze gemessen kaum 0,1 mm und bleibt bis zum 1 Diese Art der Vermehrung schließt sich am nächsten an die bei einigen Actinien beobachtete an. Vgl. A. Andres, Intorno alla scissiparità delle attinie, in: Mitth. Z. Stat. Neapel 3. Bd. 1881. pag. 124. Taf. 7. - EsPER, Die Pflanzenthiere in Abbildungen nach der Natur. 2. Theil. pag. 164. Antipathes Taf. 9. Die Autipatliiden des Golfes von Neapel. 195 ersten Verzweigungspimkt meist unter 2 mm. Dabei hat der Aclisen- canal einen Durehmesser von 0,04 — 0.06 mm. Die Dornen, deren Höhe 0,04 mm nur selten erreicht, sind mit der Spitze ein wenig nach der Basis der Zweige zu geneigt, und ihre Anzahl ist verhält- nismäßig gering. Normal bilden sie wie bei den verwandten Formen Längsreihen, innerhalb deren sie 0,5 — 0,8 mm von einander entfernt stehen und von denen nur wenige (4 — 5) vorhanden sind. An man- chen Stellen dagegen finden sich Gruppen von mehreren unregel- mäßig gestellten Dornen, unter denen man gewöhnlich einige in Theilung begriffen findet. Die dickeren Zweige sind etwas starrer und in der Regel in Form eines Kreisabschnittes ge- bogen. Bis zur Dicke eines Milli- meter sind sie im frischen Zustand noch deutlich rothbraun durchschei- nend, die Dornen werden schon bei Zweigen von 0, 5 mm Dicke an relativ seltener, da eine große Zahl von ihnen durch neuere Verdickungs- schichten überwachsen wird. Ihre Stellung wird wegen der vielen Thei- lungen (vgl. oben pag. 192^, die für sie gerade hier charakteristisch sind, oft recht unregelmäßig. Die Äste und der Stamm (von letzterem Theil liegt mir ein Exemplar von fast 1 cm Durchmesser vor) sind bis auf einige Stellen, wo noch kleine Gruppen von Dornen stehen, ganz glatt und wie auch die Ober- fläche der Zweige so lebhaft glänzend, dass sie hierin nur von we- nigen organischen Körpern erreicht und desshalb zu Schmucksachen (Broschen etc.) verwendet werden. Die Fußplatte ist nicht groß, 4 — 5 cm im Durchmesser und bildet einen niedrigen Kegel. Mit ihrer Unterlage ist sie so fest verschmolzen und dringt so weit in alle Vertiefungen derselben ein, dass man leichter von ihr ein Stück mit abreißen, als sie von der Fußplatte trennen kann. Die Polypen stehen an den Asten und an den dickeren Zweigen, höchst wahr- scheinlich auch am Stamm, ziemlich unregelmäßig. An den dünneren Zweigen dagegen (Fig. 6j sind sie regelmäßiger angeordnet, indem Fig. 6. Antipathes glaberrima. A Ende, 31 Mittelstück, E Basis eines Zweiges, .1 u. E optischer Durchschnitt, /T Achsen- canal, S Polypen n. Knospen von der Seite, solche von oben, JC dünnes Aststück mit Verzweigung. A,M,E Vergrößerung 3fach, S n. Vergr. 4fach, X Vergr. '/-'fach. 196 G- V. Koch sie da in einfacher Keihe, mit der Mundseite alle nach derselben Seite gekehrt, dem röhrenförmigen Cönosark aufsitzen, und zwar so dicht , dass trotz ihrer relativen Größe auf 1 cm Zweiglänge 54 — 66 Polypen zu stehen kommen, Ihre Größe ist, wie eben ge- sagt, ziemlich bedeutend (an Alkoholexemplaren gemessen: Länge ca. 2 mm, Breite ohne Tentakel ca. 1,5 mm, Höhe von Mund bis Achse ca. 2,5 mm) und steht nur wenig hinter der der Polypen von A. aenea (vgl. unten) zurück. Au solchen Zweigen, welche in leb- haftem Wachsthum begriffen sind, findet man häufig größere (ältere) und kleinere (jüngere) Polypen mit einander abwechselnd, häufig auch alteruiren 3 verschiedene Größen (Fig. 6) ; dieses Vorkommen ist auf die ungeschlechtliche Fortpflanzung (vgl. oben pag. 193) zu- rückzuführen. Die Farbe der Weichtheile ist fleischroth bis rosen- roth, und so bietet ein lebender Busch mit den durchscheinenden braunrothen Zweigen und den farbigen Polypen, welche zart punktirt und zwischen diesen Punkten durchsichtig sind, einen hübschen An- blick. — Der innere Bau stimmt im Großen und Ganzen mit dem der Gattungsverwandten überein, jedoch fand ich fast bei der Hälfte der genauer untersuchten Exemplare eine merkwürdige Abweichung hinsichtlich der Zahl der Parietes. Von diesen waren nämlich, statt wie gewöhnlich in jeder Hälfte 4 kleinere, hier in der einen 4, in der anderen Hälfte aber 6 kleinere Scheidewände vorhanden, also mit den großen zusammen 12. Außerdem wurden an 1 oder 2 der mittleren Scheidewände Rudimente von Filamenten bemerkt (vgl. oben pag. 189). Der Fundort, natürlich nur für die nächste Umgebung von Neapel, ist in der Nähe von Capri. Von dort erhielt die Zoologische Station im Laufe von 15 Jahren ein einziges lebendes Exemplar. Skelet- stücke werden fast zu jeder Zeit dem Fremden auf Capri, besonders an der Landungsstelle, angeboten. Als Schmucksachen, namentlich in Silber gefasst, nehmen sie sich sehr gut aus, jedoch scheinen die Aste in letzter Zeit nur noch selten verarbeitet zu werden. Antipathes gracilis n. sp. Diese Art scheint ziemlich selten im Golf von Neapel vorzu- kommen, denn es wurde mir einmal ein Aststück, aber dieses glück- licherweise lebend, nach der Zoologischen Station gebracht und mir zur Untersuchung überlassen. Trotzdem ich weder das Aussehen eines ganzen Stockes kenne, noch mir eine eingehendere Vergleichung mit den schon beschriebenen Arten möglich war , habe ich einen Die Antipatliiden des Golfes von Neapel. 191 neuen Namen angewendet. Er mag so lange bestehen bleiben, bis es Jemand gelingt, alle die vorhandenen Namen und Beschreibungen auf die wirklich existirenden Formen zu übertragen, resp. mit ihnen in Zusammenhang zu bringen. Das Skelett des mir vorliegenden Aststückes ist an seinem ba- salen Ende nur 0,4 mm dick, bei einer Länge von 15 cm. Von dem basalen Theil dieses Stückes gehen Zweige ab, welche bei der- selben oder auch etwas geringeren Dicke zum Theil noch einige Centi- meter länger sind als das vorerwähnte Stück. Die Verzweigungen sind wohl ziemlich reich, die jüngsten Zweige gehen aber nie sehr nahe an der Spitze der älteren ab, und die Art bekommt dadurch ein eigenthüm- lich zartes Aussehen , welches mich dazu veranlasste, für sie die Bezeich- nung gracilis anzuwenden. Das Ma- terial der Achse ist ziemlich zähe und sehr fest, ähnlich wie bei derjenigen von glaherrima^ und desshalb sind die Zweige wie dort sehr durchscheinend und hellgelb bis orangeroth gefärbt. Der Achsencanal hat einen Durch- messer von 0,05 mm, ein Zweig von ca. 10 cm Länge ist an seiner Spitze 0,08 mm, in der Nähe seiner Basis nicht ganz 0,3 mm dick. Die Dornen bilden schon am dünneren Theil der Zweige 4 — 5 Reihen, an dem dick- sten Theil des ganzen Aststückes fand ich 7 neben einander vor. Die Gestalt der Dornen ist conisch, meist weniger zugespitzt als bei den übrigen Arten , dabei ist aber die Basis ziemlich schmal und die Höhe verhältnismäßig bedeutend (0,05 mm an der Zweigspitze und bis 0,1 mm an der Basis). Diese tritt desshalb besonders hervor, W'cil die Achsen der Dornen fast senkrecht auf der Zweigachse stehen (Fig. 7). Die Entfernung von je 2 benachbarten Dornen in einer Keihe beträgt ungefähr 0,4 mm; Zwischenräume von 0,6 mm und mehr sind als Ausnahme anzu- sehen. Theilungen der Dornen , welche bei glaherrima so häufig sind, dass sie oft deren regelmäßige Anordnung aufheben, kommen Fig. 7. Antipathes r/racilis. A Achse nahe der Spitze, M aus der Mitte eines Zweiges, E vom hasalen Ende desselben, A' Achsencanal, X Aststückchen mit meh- reren verästelten Zweigen, alter und junger Polyp von ohen, S 3 verschieden alte Polypen von der Seite. Vergrößerung wie in Fig. 6. 198 G- V. Koch bei gracilis nur selten vor und dann ziemlich regelmäßig in einer Reihe, so dass diese dadurch verdoppelt wird. Die Weichtheile zeigen bei dem vorliegenden Exemplar in Alko- hol eine weißliche Färbung , und ich glaube , dass sie im Leben durchscheinend und wie die meisten anderen Arten fast farblos ge- wesen sind, da eine deutlichere Färbung im lebenden Zustand wohl bemerkt worden und mir Mittheilung darüber zugegangen wäre. Die Polypen, wie bei der vorigen Art häufig größere und klei- nere alternirend, sind kaum halb so groß wie bei jener, aber die Länge (in der Längsrichtung der Achse) ist relativ etwas bedeu- tender. Desshalb erscheinen sie auch viel weitläufiger gestellt (Fig. 7), trotzdem 60 bis 80 Stück auf 10 cm Zweiglänge Platz finden. Die Gestalt der Einzelpolypen bietet kaum etwas Auffallendes. Hinsicht- lich des inneren Baues habe ich zu bemerken, dass die 4 secun- dären Parietes direct hinter dem Schlundende häufig mit Anfängen, oder wohl richtiger gesagt, mit Rudimenten von Filamenten in Ge- stalt wulstförmiger Epithelverdickungen an ihrem freien Rand ver- sehen sind (vgl. oben pag. 189). Die sämmtlichen untersuchten Po- lypen enthielten nur Hodenkapseln, die ganze Colonie scheint also männlich gewesen zu sein. Nähere Auskunft über Lebensweise, Vorkommen und Verbrei- tung kann ich aus dem oben angeführten Grunde nicht geben. Antipathes suhpinnata Ellis. Ellis & Solander, Hist. of Zoophytes, pag. 101. Taf. 19. Lacaze- Dutliiers, Memoire sur les Antipathaires. in: Ann. Sc. N. (5.) Tome 4. 186.5. pag. 17. Taf. 1—4. Von allen im Golf von Neapel vorkommenden Arten unter- scheidet sich suhpinnata durch die starke Verästelung und die Masse von Dornen. Die Zartheit der Äste erinnert dagegen an gracilis, und dies mag wohl ein Grund sein, wesshalb ich nie ganz unver- letzte Büsche erhielt. Der stärkste Ast, der in meine Hände ge- kommen ist, besitzt nur eine Dicke von 2,5 mm: ich halte es für wahrscheinlich, dass diese Art überhaupt nicht die Dimensionen er- reicht, wie glaherrima, larix und aenea. Eine echte Ansatzplatte kann ich nicht beschreiben, dagegen liegt mir ein auf Kalkalgen aufgewachsenes Skelet von 25 cm Höhe vor, welches augenschein- lich nur einen Theil einer Colonie repräsentirt , aber 2 selbständige Fußplatten ausgeschieden hat. Diese überziehen ihre Unterlage und einige auf dieser sitzende Wurmschalen und haben ganz den gelb- Die Atitipathiden des Golfes von Neapel. 199 liehen pelzähnlicheu Überzug von diclit gestellten Dornen wie die dicken Äste. Die Stellung der dünneren Äste an den dickeren ist scheinbar ziemlich unregelmäßig, wenn sich auch nicht selten er- kennen lässt, dass die ersteren ursprünglich in Reihen gestellt waren, die aber durch den Ausfall vieler Nebenästchen große Lücken auf- weisen. Die Zweige bilden auf den Ästen in der Regel 2 genau einander gegenüberstehende Reihen, welche bei normaler Entwicke- lung gegenseitig mit einander alterniren. Diese doppelte Fieder- stellung wird nicht selten zur einfachen durch den Ausfall der Zweige auf einer Seite, welche meist die con- cave ist. Solches findet sich am häu- figsten an den dünnsten Zweigen (FigS). Das Material des Skelettes ist dicht, und desshalb sind auch noch Äste von 2 mm Dicke deutlich durch- scheinend, nur bei auffallendem Licht oder getrocknet schwarz. Die Dornen sind sehr zahlreich , schon an den Zweigen in 7 — 10 Reihen, innerhalb deren der Abstand zweier benachbar- ter kaum 0,2 mm beträgt, an den Ästen bilden sie einen förmlichen Pelz. Ganz nahe an der Spitze besitzen die Dornen nur eine Höhe von ca. 0,04 mm und sitzen mit breiter Basis auf. Kur wenige Millimeter weiter in der Rich- tung zur Basis sind sie aber schon 0, 1 mm hoch, sehr schlank, mit scharfer Spitze und stark nach der Zweigspitze hin ge- neigt. An stärkeren Zweigen nimmt die Anzahl der Reihen weiter zu und die Dornen werden bis 0, 15 mm hoch. Der Achsencanal ist düun, wie bei gracilis, sein Durchmesser be- trägt ca. 0,05 mmi. Die Weichtheile besitzen eine weißlich-graue Färbung, die bei der Contraction etwas ins Röthliche geht und beim Einlegen in Alkohol rasch verschwindet. Die Polypen stehen sehr Fig. S. Antipaihes subpinnata. A Achse in der Nähe der Spitze, M aus der Mitte, E vom